mercoledì, gennaio 09, 2019

Adult content


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E questo era (modestamente) il post:




“Com’è il mare? Come spiegare?
Il mare è il mare.
Non c’è niente di più bello, va visto di persona.
E quando c’è la tempesta?
Anche la tempesta è bella.
Tutto è bello, in mare.”

Serëža (1960)

Regia: Georgij Nikolaevič Danelija, Igor’ Vasil’evič Talankin
Direttore della fotografia: Anatolij Dmitrievič Nitočkin

martedì, gennaio 08, 2019

Tre o quattro

Un giorno senza il wi-fi e mi ero già convinta che i Re Magi fossero quattro: Gaspare, Melchiorre, Baldassarre e quello che arrivava in ritardo. Per quello che arrivava in ritardo ricordavo perfino un'infilata di contrattempi pittoreschi.
Poi è tornato il wi-fi e sono andata su Google a cercare "Re Magi quattro", e «Famiglia Cristiana» dice che in effetti non si sa. Lo dice in maniera molto amichevole, con un linguaggio chiaro anche per i più piccoli, infatti la rubrica è intitolata "I figli ci chiedono". E questo è quanto.

La fantasia sui Re Magi era stata scatenata dalla puntuale comparsa della Galette des Rois, il trappolone con cui il giorno della Befana i panettieri francesi ti impacchettano la Tradizione: il prezzo della tradizione può arrivare a 30-40 euro per un disco volante di pasta sfoglia farcita frangipane e tungsteno, l'equivalente di tre-quattro Re Magi che deambulano nel delicatissimo stomaco umano con gli scarponi chiodati. Nell'impasto (che per comodità chiameremo immonda sbriciolatura) è nascosta una fève, oggettino kitsch costruito in materiale economico da una batteria di macchinari azionati da bambini asiatici.
Chi trova la fève è il re della serata e vince un viaggio dal dentista. Di solito si fa in modo che a trovarla siano i più piccoli, un po' perché loro si accontentano di poco, un po' perché se ci lasciano un dente è meno grave e magari rimediano pure una banconota di piccolo taglio.
Ogni anno Monoprix comunica di aver nascosto nelle sue féve una decina di diamanti.

Il maestro delle medie Stanti, insegnante di educazione tecnica dei maschi e per supplenza anche delle femmine, dei propri opachi e corsari trascorsi sudafricani amava raccontare le ispezioni corporali all'uscita dalle miniere, dilungandosi sui metodi per nascondere e contrabbandare i diamanti. In un innominabile passato l'elica di un aereo gli aveva mangiato la mano destra, al maestro Stanti, ma lui non se l'era presa e continuava a caricare gli alunni su un vecchio Cessna per il battesimo del volo: Gorizia dall'alto, castello, confine, piccolo vuoto d'aria, scendere fare attenzione congratulazioni Vittorelli siamo già al terzo battesimo avanti un altro. Un giorno ci aveva imbarcati tutti su un DC9 per portarci a Roma, andata e ritorno in giornata. Atterraggio a Ciampino, foto ricordo, pranzo al sacco, serata libera al Luna Park mentre lui andava a trovare un'amica sua carissima, rientro a Ronchi dei Legionari ore ventidue zero zero, genitori commossi in sala arrivi: tornavamo stanchi ma incolumi dalla prima guerra dell'EUR.

In ogni caso i diamanti di Monoprix nessuno li ha veramente visti mai. E questo è quanto.

lunedì, gennaio 07, 2019

Senza meta a notte fonda

Stavo cambiando la fodera del piumone con il metodo "facile", "meno di un minuto", "in poche semplici mosse", quando mi è venuta in mente senza motivo apparente quella poesia di Byron, non ce ne andremo più in giro senza meta a notte fonda, anche se il cuore ancora ama e la notte è ancora luminosa; perché la spada consuma il fodero, l'anima consuma il petto, e così anche se la notte è fatta per amare noi non ce ne andremo più in giro senza meta nel chiaro di luna. Un Byron malinconico ma sazio, sazio ma malinconico, una bella poesia.

A questo punto il cambio del copripiumone durava da più di un minuto e le mosse erano diventate molte e scomposte. Così mi sono seduta sul letto, ho aperto Google e ho scoperto che Leonard Cohen ci aveva fatto una canzone, con la poesia di Byron. Ascoltiamola, mi sono detta. Ho ascoltato questa canzone di Leonard Cohen. Poi YouTube è passato al pezzo successivo, "In My Secret Life", anche questo mitragliato da un plotone di coriste afflitte, ma non male. Non male, dai, ho confermato al piumone mezzo nudo.

Sono diventata il tipo di donna cori e sassofoni che si mette ad ascoltare Leonard Cohen post-litteram, quasi per stanchezza? Come quella certa zia che passati i settant'anni aveva preso a girare il mondo per andare a tutti i suoi concerti?

No, questo non lo credo.
Tutto è cominciato con Byron.
Ma Byron a pensarci bene è arrivato con il copripiumone, con la fodera un po' logora come il petto consumato dall'anima, come il fodero della spada.
Fodero e fodera, fodero e fodera. Il cervello umano è un organo delicatissimo e purtroppo abbastanza stupido.

Buon anno.

1. Il font è un po' più grande perché nel frattempo saremo diventati tutti un po' presbiti.
2. Se non ho risposto a commenti o mail in questi anni non è per qualche improrogabile impegno, non è perché sono pazza e solare; è perché il cervello è un organo delicatissimo e purtroppo abbastanza carogna.

martedì, ottobre 30, 2018

Nome Spazzapan

Tutte le mattine sul presto il Spazzapan si arrampica sul muro del manicomio per prendere a sassate le donne in bicicletta che vanno a lavorare in Cotonificio.
Un giorno il Spazzapan chiede un colloquio.
- Dotòr, ho sbagliato, non dovevo tirar sassi.
- Bravo, Spazzapan, non bisogna tirare sassi. A quelle povere che vanno a lavorare la mattina presto.
- Dotòr, la gà ragiòn, basta sassi.
- Molto bene Spazzapan.
- Un permesso, dotòr? Che son mezzo guarì?
- Va bene, vedrò cosa posso fare.
- Nome Spazzapan, la se ricordi dotòr.
La sera il dottore alla fine del turno esce dal manicomio, monta in bici e dopo due pedalate si prende una sassata nella schiena.
- Porco boia! Chi xè stà!
- Dotòr, la se ricordi il permesso: nome Spazzapan!

Quel giorno a Gorizia avevamo finito le rane e gli scorpioni. Per fortuna avevamo il Spazzapan.

domenica, settembre 30, 2018

Outfit

Maglietta a righe sottili bianche e nere, gilet di velluto nero liscio che si vorrebbe decadente, jeans skinny neri, scarpe vintage Lario 1898 leggermente a punta.
Come mi vedo io: ma sì (col tono della zia di Thomas Bernhard).
Come mi vedono gli altri: un miserabile mimo.

Adesso scendo a offrire rose immaginarie ai passanti accompagnando il gesto a vuoto con sghembi sorrisi poetici.
Poi dice che finiscono accoltellate.

sabato, settembre 15, 2018

La whirlpooliana dell'undicesimo

Tutti dicono che se il frigo è troppo freddo bisogna abbassare il termostato. Lo dice anche il libretto di istruzioni, dice che a 1 il frigo lavora poco e raffredda poco, a 7 lavora come un matto e raffredda tanto. Il termostato stava sul 2. Il frigo era troppo freddo.
Noi abbassiamo a 1. Il frigo è ancora troppo freddo, lo dice anche il termometro infilato in un bicchiere d'acqua per cinque-otto ore come consigliano su internet.
Allora chiamiamo il servizio guasti di Darty.

Il tecnico di Darty dice: ce l'ho proprio presente il suo frigo che ha comprato qui da noi tanti anni fa, ho qui il suo dossier. Davanti agli occhi, ce l'ho. Qual'è il suo numero di telefono? Sì è lui è il suo frigo. Sembrava quasi che in tutti questi anni avesse solo pensato a lui, al quel frigo, chissà come sta, chissà se lo riempiono troppo, chissà se lo lasciano solo d'estate. Guardi, dice, per strano che le sembri, dice.
Può essere, dice, che il termostato in realtà indichi la temperatura del frigo. Contrariamente a quello che dicono il libretto di istruzioni, la letteratura scientifica, l'esperienza personale e vuvuvu.bricoleurdudimanche.com.
Provi a metterlo sul 5, dice.
Provi, dice.
Cosa potrà mai succedere.

La glaciazione di tutto il caseggiato, potrà succedere, con estinzione di grandi mammiferi tipo il micetto dei vicini, variazione seppur minima della rotazione terrestre e comparsa di una coltre di stelle alpine sul Bd. Richard-Lenoir, solo il radiocarbonio un giorno svelerà questa storia, la Whirlpooliana di quelli del secondo piano che appena tornati dalle vacanze hanno messo il termostato sul 5 nel frigo ventilato. Perché gliel'aveva detto uno di Darty.

Mettiamo sul 5.
La temperatura svetta a 2°.
Fine delle certezze sui frigoriferi.

Ho deciso che per il resto della mia vita studierò i termostati dei frigoriferi, fino a diventare la più grande esperta mondiale dei termostati di frigoriferi, paper caricati su Academia.edu, blog dedicato su Medium, TED talks, AMA di Reddit, ospitate dalla Gruber insieme a Scurati che parla della sua opera colossale, Chris Hemsworth che mi mette i like su Instagram.

E poi, un giorno, telefonata della mamma, ti passo papà, papà dirà ti devo chiedere una cosa, una cosa sul termostato del frigorifero papà?, no, dirà lui, se vuoi meno freddo metti 1 e se vuoi più freddo metti 7, no, mi son dimenticato come si mette il timer per registrare sulla chiavetta dalla Tv.


sabato, maggio 19, 2018

La donna che scambiò sua suocera per un cappello

La mia ex suocera divide confidenzialmente (cioè all'insaputa della sposa, per la quale ha sempre comunque parole sentitamente affettuose, compensando i chili di troppo con il "bel visetto", l'eccessiva magrezza con il "bel personale" e i nasi da aquilotto con un vago e sempre in voga "incarnato trasparente") i matrimoni in:

1. è da cappello.
2. non è da cappello.

Io ne imitavo la cantata milanese rallegrando il tavolo "dei giovani" già durante il primo giro di sorbetti.

Naturalmente:

1. la felicità di occupare un posto sotto un cappello;
2. di riempirne il vuoto o piuttosto di svuotarne il pieno;
3. di creare tramonti sul Nilo sistemandosi controluce con uno spritz Aperol in una mano e un canapè nell'altra;
4. di accogliere faune tropicali e microclimi, posticini per api operose o subdole zanzare, nebbie padane, arcobaleni e temporali;
5. di aggirarsi tra altri animali piumati e fioriti, timidi o appariscenti, e riconoscersi con sprezzatura in quella abissale e gloriosa noia che è il matrimonio da cappello.

sono tutte cose che non evocano scene di lotta di classe come pensavo io, né snobismi come pensavo sempre io (che a quel punto ero un genio).
Ma altro.

Su questo ha sempre avuto ragione lei.

domenica, aprile 22, 2018

Lo svuarbilut

Gorizia, La Casa Mia, garage. Animale lunghezza 12 cm, sconosciuto, morto acciaccato.
Scatto bella foto.
Mostro bella foto ai miei.

Ottimismo materno:
Nido di vipere trasloco scappare tanica benzina incendiare spargere sale avvertire amministratore avvertire vicino piano di sopra quello che ha tutte le chiavi di emergenza e sa cambiare le lampadine chiamare Digos.

Parere paterno (senza occhiale):
No no. Niente.

Parere paterno (con occhiale rosa Big Babol di madre):
No no. Niente.

Parere paterno (con occhiale proprio):
Sì. È uno svuarbilut. Noi da ragazzini lo infilavamo dentro la camicia e ce lo portavamo a casa. Perché? Perché è simpatico, dolce, di buon temperamento.

Parere paterno (riposti gli occhiali):
È una lumaca. Tu non hai idea delle lumache che esistono.

- Vi mando la foto, posso?
- No.
- No.

sabato, gennaio 06, 2018

Là dov'era più morbida

Il maestro di musica diceva che lui l'Olivieri l'aveva conosciuta da giovane ed era bellissima, la ragazza più bella di Gorizia. Adesso però la Olivieri aveva un viso smunto tappezzato da una peluria chiara e folta e faceva spavento.
Antonia, sempre aggiornata sui progressi della chirurgia grazie alla lettura di pubblicazioni scientifiche come «Cronaca Vera» e «Stop», diceva che probabilmente quel viso era la conseguenza di un brutto incidente di macchina o di ustioni gravi, e che alla Olivieri avevano trapiantato la pelle prelevandola là dove era più morbida, il sedere, metodo già collaudato con la somma diva Sylvie Vartan.

Da dove venisse quella pelle non si sapeva, fatto sta che la Olivieri suscitava paura, sgomento e ribrezzo. Per non incrociare i suoi occhi, enormi e tossici, lo sfortunato chiamato alla lavagna si vedeva costretto a concentrarsi sulla peluria, un paesaggio nel quale controluce e in giornate particolarmente umide potevano formarsi arcobaleni.

Alla Olivieri io piacevo.
«Vittorelli, il mio arbiter elegan-»
«-tiarum» ero obbligata a scandire, perché lei ci faceva anche i rudimenti di latino, latino alle medie in una scuola che aveva fama di essere la migliore e nella quale per banali questioni di residenza confluivano soprattutto figli di operai, gente di Straccis, del Torrione, di via Cordaioli, insomma del Bronx.
«Vittorelli, che colori. Sei la nostra Madame... »
«Henriot.» Perché ci faceva anche un po' di storia dell'arte, l'arte che piaceva a lei.

Valerio Colella era figlio di operai pure lui, e a casa sua linguisticamente parlando vigeva il doppio corso monetario: ci si scambiava cioè mozziconi di frasi in dialetto e in un italiano molto elementare. In più il Colella era un ragazzo introverso, a scuola stentava, e soprattutto arrossiva forte e senza motivo sopra lo scollo di maglioni che sua madre gli sceglieva sobri come un monoscopio a colori.
Poi un giorno, in un compito in classe sul Leopardi, dopo una sfilza di pensieri convenzionali il Colella partì temerario per la tangente, forse per spiegare certe sue afasie esistenziali: "Mi sento come la Simca di mio papà, che bisogna sburtarla per farla partire".
La Olivieri lesse la frase a voce alta. Poi la rilesse. Nel mondo della Olivieri non esisteva il verbo sburtare. E del resto non esisteva neanche quella classe di poveracci, né l'odore di Big Babol, di sudore e di panni asciugati male. Il suo mondo erano i fiori freschi da Voigtländer, il caffè al Verdi o al Garibaldi, i tè danzanti della Ginnastica, le uscite sul fiume con gli amici della vecchia banda, una banda in cui le ragazze si chiamavano Argia e i ragazzi facevano alpinismo e si tiravano un colpo di rivoltella passati da poco i vent'anni. Quel mondo esisteva solo nei suoi occhi spaventosi, e nella peluria che alla minima corrente d'aria ondeggiava e si illuminava come lino delle fate. Nel mondo della Olivieri non si sburtava.

Fu così che la Olivieri quella mattina si scagliò sul Colella urlando.
Alla fine di lui rimase soltanto un mucchietto di pelle ossa e cartilagini, un ciuffo di capelli, un maglione lacero, un paio di Clarks contraffatte, due tubolari bianchi ingialliti sulla pianta, qualche cartina di caramella Golia, una pozzanghera di lacrime, un astuccio contenente una penna biro, un compasso, una matita 2B, una scolorina e una gomma profumata.
Questo vidi io, Madame Henriot, arbiter elegantiarum, sesto banco a sinistra nella disposizione a ferro di cavallo.
All'uscita della scuola il Colella trovò come sempre ad attenderlo suo padre con la vecchia Simca.
Come sempre toccò sburtarla per farla partire.

giovedì, gennaio 04, 2018

La prima fetta



Quel pomeriggio eravamo in spiaggia quando alla Barbara venne proprio voglia di un panino. E disse ho proprio voglia di un panino.
Allora mia madre disse mi raccomando, se prendete il salame taglia via la prima fetta e buttala. Mi raccomando, ripeté mia madre.
Con la Barbara salimmo in casa, spalancammo il frigo, tagliammo il pane, tagliammo il formaggio, tagliammo il salame e preparammo un panino. La Barbara se lo mangiò con gusto, piano piano ma con gusto. E disse mi è proprio piaciuto questo panino.
Quando riscendemmo in spiaggia mia madre mi prese da parte e mi chiese se avevamo buttato la prima fetta di salame. Io dissi di sì, ma ce ne eravamo dimenticate.
È risaputo che se non butti la prima fetta di salame puoi morire quasi subito, diciamo entro una o due ore.
E infatti la Barbara quel pomeriggio morì, puntuale.
Mia madre disse te l'avevo detto.
Mio padre disse te l'avevo detto.
E i vicini d'ombrellone fecero sì con la testa, perché loro non l'avevano detto ma comunque l'avevano pensato.
Mentre mia nonna rimase zitta a rosicchiare la matita interrogandosi sulla soluzione del 12 orizzontale, per poi bisbigliare assorta comincia con la D e forse ma solo forse c'è una M in mezzo.
Infine tacquero tutti, e si sentì solo il ronzio lontano di un aereo che trainava uno striscione pubblicitario con su scritto Mobili Donda.
Quella sera dopo cena andammo tutti a mangiare un gelato.
La Barbara prese una coppa con tre palline di stracciatella e un succo di frutta alla pera, che consumò piano piano ma con gusto. Mi piace proprio, la stracciatella, disse.

giovedì, dicembre 07, 2017

Johnny

È stato durante la conferenza stampa del Prefetto di Parigi dedicata ai dispositivi di sicurezza e alle misure di ordine pubblico per il corteo funebre di sabato (400 biker, musicisti che suoneranno lungo il percorso, schermi giganti, centinaia di migliaia di persone, forse mezzo milione), quando il signor Prefetto ha voluto ricordare quella volta che Johnny è venuto a visitare la prefettura perché aveva con essa un legame particolare, e quella volta che lui, il Prefetto, è andato a un concerto di Johnny e poi è stato ricevuto personalmente nel suo albergo,

insomma è stato dieci minuti fa e comunque dopo due giorni di rocchettari, reumatiche, inconsolabili, scolaretti, garagisti, armonicisti, harleydavidsonisti e dopo la notizia di 250.000 ascolti di "Je te promets" su Spotify che mi sono accorta che questa cosa di Johnny è piacevolmente

piacevolmente

piacevolmente

sfuggita di mano.

venerdì, dicembre 01, 2017

Ça va

Così vanno le cose. Con i vicini, in panetteria, al supermercato le cose vanno così:
Persona: Ça va?
Vittorelli: Ça va. Ça va?
Persona: Ça va, ça va.
Ma. Ci sono eccezioni.
Persona: Vous allez bien?
La Miru: Ça bien merci bonjour grumh buh va.
E la Miru si allontana sconfitta.

martedì, novembre 28, 2017

Trentatré



Nella cittadina di Verchnie Jamki un dentista scopre che l’operaio Ivan Sergeevič Travkin ha in bocca ben 33 denti. Il dolorante Ivan Sergeevič viene così portato a Mosca, dove gliene capitano di tutti i colori: prima finisce in manicomio vittima delle macchinazioni di un invidioso (che finirà ricoverato a sua volta) e poi diventa famoso grazie alla sua particolarità. Gli scienziati ipotizzano che con i suoi 33 denti sia un discendente dei marziani e lo scelgono per una pericolosa missione spaziale.
E "Trentatré" è il titolo del film.
In bella immagine, Ivan Sergeevič torna nel suo paesino.

Il fatto che Verchnie Jamki non esista non gli impedisce di venire nominata altre due volte nel cinema sovietico: in Šla sobaka po rojalju (1978) e in Afonja (1975) dello stesso Danelija.

Tridcat tri (1965)

Regia: Georgij Nikolaevič Danelija
Direttore della fotografia: Sergej Arkad’evič Vronskij

giovedì, ottobre 19, 2017

I bless the rains down in Africa

La macchina da presa inquadra un mappamondo che ruota e sfuma in un ventilatore a soffitto, poi scende, passa in rassegna scaffali pieni di grossi volumi e si ferma su uno con un mezzo vokuhila che canta assorto mentre sullo sfondo una bella ragazza nera con gli occhiali siede a una scrivania coperta di libri. (Primo piano della ragazza nera che si lecca un dito per sfogliare un libro.)

Poi c'è nuovamente il mappamondo rotante, lui che canta, una mano che timbra un passaporto, lui che canta dietro pile di libri alla luce di una LAMPADA a olio. In seguito appaiono un batterista, un percussionista, un tastierista e un chitarrista affaccendati con gli strumenti loro, mentre Mezzo Vokuhila canta e la ragazza lancia uno sguardo seducente o dubbioso al di sopra degli occhiali. Ma a cosa lo lanci non si sa, forse al tizio che canta da solo.

Mappamondo che ruota, sfogliare furioso di pagine, e infine il mappamondo si ferma per permettere alla macchina da presa di zoomare su AFRICA.
La band suona sopra una pila di volumi, in particolare su un librone intitolato AFRICA.
Ma Mezzo Vokuhila durante le sue ricerche bibliografiche ha trovato un brandello di carta, cosa sarà?
Intanto fuori, in mezzo a una vegetazione tropicale, succede qualcosa, c'è qualcuno. Qualcuno con una LANCIA.
Ma da dove verrà quel pezzetto di carta?
Mezzo Vokuhila (visibilmente sudato) prende un libro, ed è finalmente soddisfatto. Sulla copertina c'è scritto: AFRICA.
Una mano nera con braccialetto di piume e perline scaglia infine la sua LANCIA che sfiora una pila di libri e va a conficcarsi sulla parete tra un paio di maschere africane. Sul pavimento, gli occhiali rotti della ragazza nera.
A questo punto però i vari membri della band spuntano cantando dietro gli scaffali della libreria, nei varchi aperti tra un libro e l'altro, occupandosi serenamente del refrain.
Comunque a posto, abbiamo scoperto dove stava il pezzo di carta, solo che la LANCIA ha fatto cadere i libri che hanno rovesciato la LAMPADA e il libro si incendia. La montatura di plastica degli occhiali della ragazza si scioglie.
Poi c'è Mezzo Vokuhila adagiato sul librone in modalità colazione sull'erba, mentre il libro intitolato AFRICA brucia.

E noi? Noi riservavamo a queste scene uno sguardo imperturbato e sornionamente "goriziano", una sovrana sprezzatura.
Erano gli anni Ottanta.

martedì, settembre 05, 2017

Una cosa che ho fatto quest'estate

Il tema dal titolo “Una cosa che ho fatto quest’estate” lo aprii quell’anno con sintetica franchezza: “Quest’estate con i miei familiari siamo stati sul Lago di Raibl e all’andata io ho gomitato nella vettura di mio papà”.
“Ma dove sta il Lago di Raibl?” si informò poi la Claudia che vantava una passione per la geografia. “Praticamente in Isvizzera” risposi io con un gesto nobile che abbracciava un esteso arco montuoso in cui la Carnia fraternizzava con le Dolomiti e le Alpi Graie, e i laghi erano un unico specchio d’acqua che emergeva e scompariva, addormentandosi furlano e svegliandosi elvetico.

La Svizzera era sinonimo di lungo soggiorno fatto di passeggiate, sedie a sdraio e pranzi al sacco, di albergatori riservati e puntigliosi, di versanti cordiali. Invece noi al Lago di Raibl ci eravamo andati in giornata, partendo all’alba carichi di canne stivaloni e mulinelli per partecipare al Torneo di pesca a coppie “Lui e Lei”. Lui era mio padre, Lei ero io.
Antonia era addetta alla distribuzione delle cotolette impanate, mentre il contributo di mia madre si esauriva in un tifo un po’ scolastico (“Dai dai”, “Tiralo su tiralo su”) che si spegneva alla vista delle esche vive. Io in quanto Lei sapevo maneggiare i lombrichi, sapevo lanciare, sapevo dosare lo strattone, sapevo recuperare. A papà bastava. Papà faceva tutto il resto.
Quel giorno appena scesa dall’auto mi ero innamorata, all’improvviso, con le gambe che ancora mi facevano Giacomo Giacomo. Lui era mio coetaneo, era biondo, indossava una polo a righe rosse e blu ed era il figlio del Pagorani, nostro avversario, acerrimo rivale pescasportivo del padre mio. Naturalmente non ci scambiammo neanche una parola, solo sorrisi ebeti. Io lì, con la canna in una mano e una cotoletta impanata nell’altra, mentre mia madre faceva “Dai dai!” e mio padre bisbigliava “Quando mangia, polso fermo e tac. Polso fermo e tac!”. Lui là, a sorridere abbracciato a un barattolo di vermi.
Vincemmo noi, non so perché. Un buon posto, pasturato bene. Fortuna nel sorteggio. Bilance truccate. Giudici corrotti.
Con il figlio del Pagorani ci salutammo nel parcheggio facendo ciao con la mano in mezzo ai clacson e alle auto in retromarcia, avvolti in una nuvola di polvere, moscerini e freschìn. Così voleva il nostro destino di Montecchi e Capuleti del Lago di Raibl, nel Friuli svizzero. Io però almeno mi tenevo stretta la coppa “Lui e Lei”.
Sulla strada del ritorno lui gomitò in macchina, ma questo me lo raccontò poi mio padre ridendo sotto i baffi.
Nel tema furono naturalmente omessi gli aspetti romantici.
“Mi piace la tua sintesi” commentò la maestra Burziani. “Vomitare, però, con la V.”
“Maestra, a me solo scrivere o dire la V mi fa gomitare!”
“Va bene” disse lei, e con la matita fece un segno morbido come una traccia lieve di rossetto.

martedì, agosto 15, 2017

La cornacchia

Tre giorni fa al citofono: "Manu aprimi. C'è qui un signore che cerca una cornacchia, lo lascio entrare in giardino?" "Ok."
Stasera, davanti al cancello di casa: "Scusate avete mica visto una cornacchia?" "Vuole entrare in giardino?" "Grazie."
Certe volte si sta come in un film di Carpenter Sam Neill.

giovedì, giugno 08, 2017

Cosa ho fatto ieri sera

C'era questa maestra, la maestra Burziani, che ogni tanto ci buttava il tema "Cosa ho fatto ieri sera". Allora io personalmente la sera:

andavo con mio papà a prendere la mamma all'uscita dal lavoro ma prima ci fermavamo in un baretto di Straccis dove gli amici gli dicevano "I te gà riciamà", "Ti hanno richiamato", per via della camicia kaki stile militare, e mio papà rideva sotto i baffi a ferro di cavallo, poi mi diceva scegli un gelato pìciula e io prendevo sempre la Cristallo, cioè stracciatella in una tazzetta di plastica blu trasparente;

oppure guardavo la tv.

La maestra Burziani accettava di buon grado la storia della coppa Cristallo, se la gustava ogni volta come una bella replica a volte condita da un seguito come la mamma che saliva sull'auto sbagliata o papà che fermava la macchina sul marciapiede, scendeva e poi tornava con un mazzetto di erbe per la frittata, mentre io dicevo "papà ma è legale?", "siamo sicuri che è legale?" e lui diceva "tira giù la testa che c'è la polizia".

Sulla tv la maestra Burziani aveva qualche riserva. Aveva qualche dubbio.
Non è corretto dire ho guardato la tv, diceva. Ho guardato il televisore? No, perché così sembra che hai guardato l'apparecchio spento. (Risate.) Ho guardato la televisione?
La maestra Burziani faceva la faccia pensosa.
Poi sentenziava: ho assistito alla televisione. Ho assistito a un programma televisivo.
Ma la vedevo incerta, e per non darle un dispiacere il tema lo facevo sempre sulla Coppa Cristallo, una storia on the road piena di tappe bellissime e prevedibili, di finestrini abbassati, di profumi di prati annaffiati di fresco e della mamma che saliva sull'auto sbagliata.

Tranne quando c'era la partita.
Allora lì dicevo abbiamo assistito alla partita.
Per la verosimiglianza.
Però ci infilavo la camicia kaki di papà anche se magari a casa stava in canottiera.
Per l'arte.
La maestra Burziani non si è mai lamentata.

giovedì, settembre 17, 2015

Le nozze di Auschwitz e Poesia

Il membro della giuria di un premio letterario per esordienti, sezione “Poesia”, recita la long list e poi contempla in silenzio il buio oltre i vetri, pensando ad Adorno

di Sergej Kruglov

Su tutta la terra si fa buio
Dall’ora sesta all’ora nona
E avanti fino al mattino.
È la festa di nozze di Auschwitz e Poesia.
Anzi, la festa è già finita:
Non restano più cibo né bevande, gli ospiti se ne sono andati,
La notte di nozze è cominciata.

Il poeta, costretto ad assistere alla scena,
È una candela
Che arde d’amore e di paura
E osserva dal principio alla fine
Tutto questo incredibile kamasutra
(Chiudere gli occhi non può – il secolo
fa da stabile stoppino nella cera).

All’alba si è ormai consumato,
Solo di lui rimane in terra
Un mucchio di lacrime
Piccolo e accartocciato.
(Il che, si sa, non è indicativo
della qualità della cera, ma offre solo l’illusoria speranza
Che questa volta il fuoco
Possa essersi saziato.)

giovedì, novembre 06, 2014

Guardiamo Serie Tv So You Don't Have To: il cagnoletto degli Hamptons

Allora in questa serie c'è lui che fa lo scrittore impegnato che va in vacanza con la moglie e i quattro figli a casa dei suoceri straricchi e incontra lei che è una poveraccia del posto. Lui va bene perché è Dominic West, che è un omazzone di quelli all'antica, già vecchiotto anche da giovane, musclé ma con un'ombra di finta panzetta. Dominic West va sempre bene, va bene poliziotto e va bene mezzobusto retrofitted, dunque andrà bene anche come bietolone adultero. La moglie invece è una delle dottoresse di ER, dunque è sottoposta alla crudele Legge di ER, quella che rende detestabile a vita l'intero cast. In ogni caso lei deve essere detestabile per forza, dice Sua Cinicità, perché tutto in questa serie tv è già dato.
La poveraccia del posto è Ruth Wilson, adesso mi dite che avete dei problemi con Ruth Wilson e io li accetto.
Metà puntata è narrata dal punto di vista di lui (=lei carina e seducente esibisce provocanti cosciotti bianchi sotto l'orlo di vestitini succinti), l'altra metà dal punto di vista di lei (=figlioletto morto, suocera accorata ma leggermente pallosa e colpevolizzante, e in tutto questo arriva il forestiero seduttore con la station wagon piena di famiglia). Poi si capisce che è tutto un doppio flashback perché c'è un'indagine in corso (è morto uno e non si sa ancora chi, io almeno ancora non lo so), tipo True Detective versione Bolero-Teletutto.
Il tutto è un po' noioso. Due cose si fanno notare:
1. Dominic West ha un modo di alzare le sopracciglia che gli deforma tutta la faccia, i capelli arretrano plasticamente alla Franco Franchi, la bocca si adegua in una smorfia prognate, forse non sono cose belle da vedere.
2. Nella cittadina vacanziera tutto costa tantissimo. Certo lo fanno apposta per farmi capire che lì girano i ricchi tipo famoso uno per cento, ma io tanto ho già capito mica mi serve il comunicato della CGIA di Mestre sui dati Istat. Lui va al mercatino con la figlia a comprare le marmellatine e 28 bucks, sull'unghia, 28 bucks di botulismo non so se mi spiego. Poi entra nel baretto-negozio per vedere lei con la scusa di comprare qualche maglietta souvenir: ma lei non c'è e gli tocca prendere le magliette, 100 dollari, cifra tonda, e sì sì cosa vuole costicchiano. Poi lei lo porta da un pescatore pesce fresco pesce buono signo', i pesci hanno pure un nome strano che lui non conosce, sfido io che non lo conosce probabilmente non esistono, sono cagnoletti della settimana prima. Madonna penso io, adesso gli spara duecentomila dollari di cagnoletto, ma per fortuna c'è un contrattempo tipo cognato di lei e lui i pesci non li compra ma finisce a sbaciucchiarsi con la tizia dietro una baracchetta: con molti sensi di colpa, sì, però almeno per ora è gratis.
Punto 1 e punto 2 si abbinano in una combo abbastanza divertente. 28 bucks, e la faccia di Dominic West trema come un aspic. 100 dollari, e il cuoio capelluto retrocede per effetto della bassa marea dello sconforto portandosi dietro un bel pezzo di fronte e forse di cervello. Dopo ciascuno di questi traumi il Dominic infatti pare un po' più brutto e un po' più scemo di prima, e se ne torna a casa mogio a farsi insultare dai suoceri che gli pagano il mutuo mentre quella di ER lo guarda con la faccia stanchina che hanno tutti quelli di ER prima di prescriverti l'emocromo completo. Che non è mica gratis. Ma questo è già dato.

sabato, ottobre 18, 2014

L'amore e l'amarezza

– Cos'è quella faccia?
– No niente.
– Dài.
– Ho fatto bollire lo zenzero per marinarlo. L'ho bruciato. Ho bruciato anche il pentolino. Poi ho fatto lo sciroppo con lo zucchero e l'aceto. E ho bruciato anche quello. E il pentolino, tutto annerito. Tuo padre!
– Mamma, e il timer?
– Ma che ci faccio con il timer. Dovevi sentire tuo padre, le urla.
– Immagino.
– Sempre così: due minuti prima è l'amore, e due minuti dopo è l'amarezza del rimprovero.
– Buttati i pentolini?
– Buttati. Neri, erano. Ne-ri.
– Molto fumo in casa?
– Molto fumo.