Cronache delle città di G. e N.G./Incantesimo balcanico
Il concerto di Goran Bregovic è stato bellissimo. Lo è stato anche per un motivo speciale che ora vi dirò.
Senza farci caso (intenti a studiare la postazione migliore, e sempre lì a far foto) eravamo finiti nella zona slovena. Mi spiego: sulla piazza della Transalpina da ieri è possibile passeggiare liberamente; a ricordare il confine (il cippo 57/15 e la rete che non ci sono più) resta solo una linea simbolica tracciata sul mosaico e sull'asfalto. Prima del concerto, tuttavia, sloveni e italiani si sono spontaneamente disposti ciascuno sul proprio versante, con poche sbadate eccezioni. Gli uni provenivano dal valico di Salcano, gli altri dalla via Caprin. Sul lato italiano si poteva comprare una birra al bar Transalpina (dove c'era una coda lunghissima), sul lato sloveno c'era un chiosco accanto alla stazione (dove c'era una coda lunghissima). Tenere le distanze viene ancora naturale.
Così ci siamo ritrovati accanto all'edificio della Stazione, in piena "zona B" ("mi sembra di essere all'estero", ha commentato un divertito Tonino). E davanti a una gran folla il concerto è cominciato.
Immaginate l'edificio della stazione (lo vedete bene nella foto di Luca, qua sotto); pensate a Gorizia, che non è una città come le altre; aggiungeteci una notte tiepida e asciutta; metteteci la luna tra poche nuvole veloci.
Abbiamo capito subito che gli sloveni non sarebbero stati un pubblico facile. A concerto iniziato molti (giovani e meno giovani) continuavano a chiacchierare a voce alta, a fischiare, a commentare i vestiti delle cantanti bulgare: in breve, sfoggiavano emancipato distacco in quel modo brusco con cui a volte trattano noi italiani (anche noi italiani adoranti, si intende). Ma forse allora era proprio tutto finito, e Bregovic da queste parti non poteva davvero piacere. Troppo balcanico? Troppo zum-zum? Chi lo sa. Questi altissimi giovani sloveni sembravano davvero un po' scocciati.
Ma all'improvviso tutto è cambiato. A sinistra, dalla porta della stazione, si è sentito un suono di tromba. E, che bella idea, da lì è uscita la band di fiati, continuando a suonare. Poi sul palco è salito Goran col suo mezzo sorriso.
E metteteci quello che vi ho detto: questa città qui, la piazza, la notte, l'orchestra, le persone. Metteteci la luna. Mesecina. La gente ha cominciato a cantare.
Se uno sloveno vi dice "A hum, Bregovic? boh, insomma" esibendo un'indifferenza che vira verso il disprezzo, ricordatevi che probabilmente conosce i pezzi del Brega a memoria, e li balla pure. Tutti all'improvviso si sono scatenati. Hanno cantato, saltato, applaudito.
E poi metteteci le voci bulgare, e le ragazze slovene che cantavano "Ederlezi" a mezza voce, accanto a me; metteteci "Ya ya" cantata proprio da tutti, compresi gli jugoscettici, e capirete l'atmosfera.
È stato un bel concerto di due ore, con bis generosi e un gran buonumore. I pezzi migliori da Il Tempo dei Gitani e Underground, alcune cose dall'album più recente. Tantissimo spazio all'orchestra, alla band e alle voci; un Bregovic in buona forma. Eravamo ormai tutti pronti a gridare "Juris!", perché si sa che "Kalasnjikov" la tiene per il finale, ed è stato così.
Ci siamo poi incamminati, due folle divise (e il nostro sbadato gruppetto controcorrente), su via Caprin e verso Salcano. In testa due cose: "bum bum bum bum" e "dove cavolo ho lasciato la macchina?".
La Slovenia è entrata in Europa emancipandosi con destrezza dal suo passato, eppure Gorizia non è mai stata così slava come in questi giorni.
Oggi pomeriggio siamo tornati alla Transalpina. Alla gente non è ancora passata la voglia di attraversare e riattraversare quella linea simbolica sulla piazza. C'era molta gente, sul palco tutti i cori di Gorizia e Nova Gorica uniti.
Si era detto che sulla piazza si può "passeggiare, ma non passare": qui non c'è un valico. Però oggi era possibile entrare nella stazione: l'ho fatto per la prima volta, ho sostato accanto al binario, gironzolato nell'atrio che sapeva di vernice fresca. Dalle vetrate dell'ingresso ho osservato a lungo la piazza dall'altra parte.
Io ho un carattere un po' sognatore, a volte, e mi piace la musica corale. Così per un attimo la città di G. - insolitamente aperta, stranamente bella - mi è sembrata un luogo in cui vivere volentieri, e non senza serenità. Incantesimo balcanico. Un quarto d'ora a mezzanotte. Domani torno cattiva.