domenica, dicembre 24, 2023

Il maxi anticiclone

LE GRANDI INTERVISTE

IL MAXI ANTICICLONE

– Buongiorno.
– Buongiorno si accomodi.
– Lei è il famoso
– Sono il maxi anticiclone.
– Non basta anticiclone, anche maxi.
– Ma guardi che anticiclone non è mica accrescitivo.
– Anticiclo, anticiclone.
– No.
– Maxi anticiclone è come dire più meglio.
– Assolutamente no.
– Le piace questa foto dove le hanno messo il cappellino di Babbo Natale? A me piace.
– Insomma.
– Fa sempre allegria, non trova? Come quando si entra da Intimissimi e le signorine hanno tutte il berrettino rosso, secondo me si divertono moltissimo. Ha presente?
– In questo momento no.
– Di solito diciamo anticiclone delle Azzorre qua, anticiclone delle Azzorre là. Lei da dove viene?
– Io dall'Africa del Nord.
– È vero che è venuto a bloccarci qualsivoglia perturbazione?
– È vero.
– E ad alzarci le medie climatiche?
– Un po'.
– Non abbiamo abbastanza problemi? Non bastano i suoi amici Houthi?
– Ma guardi che gli Houthi non stanno mica in Africa.
– Eh lasci fare!
– Stanno dall'altra parte del Mar Rosso, scusi.
– Sì, adesso mi dirà che neanche i suoi amici di Hamas sono africani.
– E infatti non sono per niente africani.
– E dai.
– No.
– Un pochino.
– No.
– Il bello del suo lavoro?
– Certi tramonti spettacolari.
– Il brutto del suo lavoro?
– Le alzatacce.
– Come trascorrerà le feste?
– Ho sempre sognato di vedere il Colosseo.
– Lei lo sa che in Europa non abbiamo posto per tutti, oltre a essere democrazie.
– Si figuri se non lo so.
– Abbiamo i nostri valori, tra questi l'inverno e gli impianti di risalita.
– Va bene.
– Quindi il primo gennaio in fila per il check-in con tutta la famiglia, mi raccomando.
– Sicuramente.
– Poi non si lamenti che c'è nebbia insidiosa e i voli sono in ritardo.
– Va bene.
– Perché la nebbia insidiosa è tutta colpa sua.
– Orpo.
– Lei condanna?
– E come no?
– Sicuro?
– Sicuro.
– Non è che poi mi torna in Africa e si mette a fare le stragi?
– Quali stragi?
– O a buttare i gay giù dai tetti?
– Ma no.
– Vi conosciamo voi anticicli.
– Non è accrescitivo.
– Le piace fare la storia con i se?
– No.
– E con i seh seh?
– Guardi, adesso devo andare perché mi chiudono il Colosseo.
– Sì, da mo' che ha chiuso, il Colosseo.
– Come?
– Vigilia di Natale. Tradizioni!
– Ah. Vabbe' pazienza, buonasera.
– Buonasera! Se lo metta, il berrettino.
– Sì sì, dopo me lo metto.
– Buonasera!
– Buonasera.


domenica, dicembre 10, 2023

Trentatré

Nella cittadina di Verchnie Jamki un dentista scopre che Ivan Sergeevič Travkin, umile tecnico in una fabbrica di bevande analcoliche e corista per hobby, ha trentatré denti. “Caso unico” nella storia dell’odontoiatria, Ivan Sergeevič finisce suo malgrado a Mosca dove gliene succedono di tutti i colori, lo ricoverano in manicomio per le macchinazioni di un invidioso, poi diventa una celebrità. Gli scienziati ipotizzano che con i suoi trentatré denti sia un discendente dei marziani e lo scelgono per una missione spaziale piena di incognite. Ma è solo un sogno. L'invidioso che era finito pure lui in manicomio si scusa (“erano i nervi” dice, “ma adesso mi hanno curato”), gli chiede 5 copeche per l’autobus e gli raccomanda di “non dire a nessuno che ne avevo trentatré anch’io” (ma non era vero). Ivan Sergeevič, trentatreesimo dente in un mondo che può averne solo trentadue, torna felice nella sua cittadina a fare bibite gassate.

E trentatré è il titolo del film.

Il fatto che Verchnie Jamki (traducibile con “Alte fosse”) non esista non le impedisce di venire nominata altre due volte nel cinema sovietico: in Šla sobaka po rojalju (1978) di Vladimir Grammatikov e in Afonja (1975) dello stesso Danelija.



Tridcat' tri (1965), con il meraviglioso Evgenij Leonov.

Regia: Georgij Nikolaevič Danelija Direttore della fotografia: Sergej Arkad’evič Vronskij

I ricchi, i poveri

Siamo tutti in cucina davanti alla tv a guardare uno spettacolo musicale, a un certo punto inquadrano l’esterno del teatro dove nel buio illuminato a tratti dai lampioni in mezzo a gente normale con normali facce da impiegati e da operai appaiono tre o quattro giovanotti a cavallo vestiti da hippy o da cowboy o da indiani pellerossa benestanti, e a quel punto mia madre se ne esce con una delle sue, sospira e butta lì con una disapprovazione che deve essere chiara a tutti: “certo ci sono i ricchi e i poveri”. Allora io che pure ho sonno mi faccio vispa e supplico i miei: ancora un poco. Ancora un poco, farfuglia Antonia che comunque già ronfa da un pezzo.

Ancora un poco, imploro. Ma non dico perché, in quanto mi vergogno.

Così mi permettono di stare sveglia fino alla fine delle trasmissioni.

Ma è tutto inutile.

Non era vero che c’erano i Ricchi e Poveri.

Ci rimango male, ma decido di tenerlo per me.

Chiamare qualcuno


Non c’erano solo le splendide dive sfigurate da carambole devastanti, ripescate da un fosso, incollate alla bell’e meglio (la pelle presa là dove è più morbida) e rimesse in circolazione, una ciocca di capelli a nascondere gli orrori.

C’erano anche gli sceneggiati Rai. Antonia gli sceneggiati li spiegava bene, soprattutto dal punto di vista medico-chirurgico.
La moglie del protagonista si ammalava, finiva all’ospedale, giaceva sofferente con una liseuse sulle spalle. Vai vai, gli diceva con un eroico sorriso, vai a lavorare che io sto bene.
Poi si veniva a sapere che, rigorosamente in silenzio e fuori campo, non ce l’aveva fatta.
Di cosa l’avevano operata, nonna?”
“Di pendicite, si inventava, ancora distratta.”
“Ma allora come è morta.”
“E si è piegata, è rotolata giù dal letto” e qui subito si concentrava, lo sguardo fisso sullo schermo “e si è aperto tutto.”
“Tutto, nonna?”
“Tutto.”
“Madonna.”
“Mai piegarsi. Sempre chiamare qualcuno.”

I morti non mancavano mai: come piaceva a noi. Il signor Curie, la madre di David Copperfield, la dolcissima e Dora, la troppo giovane Beth, e poi minatori, tisici con e senza famiglia, cardiopatici, incompresi, eroi, pavidi, tonsillitici.
Poteva succedere nel modo più banale. Ti mettevano i punti, te ne stavi comoda con la tua liseuse sulle spalle, vai vai a lavorare caro, vai mio eroe che io sto bene, poi ti piegavi per raccogliere una matita – mai piegarsi, sempre chiamare qualcuno – e rotolavi nel baratro tra il letto e il comodino. Ti trovavano lì, un sorriso pallido da una parte e un mucchio di budella dall’altra.
Perché è facile che il corpo si svuoti. La pelle è misera cosa, misera cosa è sempre stato il filo da sutura della Rai radiotelevisione italiana.

domenica, novembre 26, 2023

L'iceberg più grande del mondo

LE GRANDI INTERVISTE

L'ICEBERG PIÙ GRANDE DEL MONDO

– Buongiorno, disturbo?
– No, si figuri.
– Lei è il famoso...
– Sono l'iceberg più grande del mondo.
– Due volte...
– Londra. Due volte Londra.
– Chi è stanco di Londra...
– È stanco della vita: moltiplicato per due, pensi un po'.
– Incredibile, complimenti.
– Praticamente tre volte New York City, non so se conosce.
– Come no.
– In pratica prende l'Atlantico meridionale e va su su su, arriva all'Atlantico settentrionale e sulla sinistra trova New York.
– Sì sì ho capito.
– Non mi vada a destra che mi finisce in Portogallo.
– D'accordo.
– Segunda-feira de Lisboa, che nome d'incanto! Qui da noi è lunedì soltanto, come cantava il Maestro.
– E infatti domani è lunedì.
– Non me ne parli.
– Com'è la vita quotidiana di un grosso grosso iceberg?
– Ma guardi, normalissima, forse anche un po' noiosa.
– Il suo passatempo preferito?
– I puzzle, quelli giganteschi dove praticamente è tutto cielo.
– Le piacciono.
– Mi fanno impazzire.
– Il suo personaggio storico preferito?
– Annibale!
– Un grande condottiero.
– Aut viam inveniam aut faciam! Ahahah, anche se non so se l'ha detto davvero.
– C'è un pregiudizio che vorrebbe sfatare?
– Guardi noi iceberg non è che ci divertiamo a sfasciare i transatlantici, devono stare anche un po' attentini loro.
– Certo.
– Lo scriva: stare attentini.
– La cosa più brutta del suo lavoro?
– Le alzatacce.
– E la più bella?
– Fare i puzzle con mia moglie e magari un bel bicchierino di... Non so se si può dire la marca.
– La dica.
– Lagavulin!
– Io la ringrazio molto per questa chiacchierata.
– Si figuri.
– Ultima cosa.
– Dica.
– Lei condanna Hamas?
– E come, no?
– Dal fiume al mare...
– Tante belle cose, mi saluti la sua signora!
– Tunnel qua sotto ce ne stanno?
– Ma quali tunnel mi faccia il piacere!
– Grazie arrivederci.
– Si ricordi: stare attentini!



martedì, novembre 21, 2023

Il patriarcato

LE GRANDI INTERVISTE

IL PATRIARCATO

– Buongiorno.
– Buongiorno a lei.
– In questi giorni le fischieranno le orecchie.
– Un po' di cervicale, come tutti.
– No, è che si parla molto di lei.
– Finalmente!
– In che senso?
– Nel senso che d'estate arrivano molti turisti, ma è un turismo mordi e fuggi.
– Quindi?
– Non sembrano molto interessati, guardano, fanno foto, mangiano un panino al bar.
– Invece?
– Non si interrogano.
– È proprio questo il problema.
– Non inquadrano.
– Oggi vorrebbero abbatterla.
– Oh Madonnina biondina, e perché mai?
– Dicono che tante cose sono colpa sua.
– Vogliono distruggere tutto?
– Tutto.
– Cromazio? Rufino? Valperto? Poppone?
– Non li conosco ma essendo maschi...
– Ho capito.
– Mi dispiace.
– No no si figuri, mica sarà colpa sua.
– Se ne parla ormai da tempo, sa.
– E io che me ne stavo lì tranquillo a guardare i tramonti sulla laguna.
– Nessuno le ha mai detto niente?
– Ma niente, solo buongiorno e buonasera.
– E adesso?
– Adesso passo lo straccetto sui mosaici e chiudo tutto. Magari chiedo aiuto a un paio di signore, perché sa, le donne hanno...
– Non credo proprio, guardi.
– Va bene, allora faccio da solo.
– Faccia da solo.
– Pensavo che almeno i mosaici e la basilica, però...
– Scusi, ma lei è?
– Sono il patriarcato di Aquileia!
– Ah.
– Scambio di persona?
– Sì.
– Vede che non ho fatto niente.
– No, ha ragione.
– Va bene, adesso passo comunque lo straccetto e poi ho la giornata libera. Posso farmi aiutare da un paio di signore che conoscono tutti i prodottini gius...
– Non si allarghi.
– Lei sa swifferare?
– No.
– Va bene.
– Grazie, arrivederci.
– Passi per il porto fluviale, se non l'ha già visto.
– Va bene grazie. 
– Attenta a non inciampare, serve aiuto?
– No! Me la cavo da sola!
– Come non detto, mi stia bene!
– Ancora una cosa.
– Come il tenente Colombo!
– Tunnel ne avete, qua sotto?
– Per carità, quali tunnel. Stupenda cripta affrescata e cripta scavi, comprese nel biglietto.
– Lei condanna?
– E come, no? Condanno.
– Ma condanna con forza?
– Con forza.
– Sicuro?
– Sì sì.
– Di nuovo arrivederci.
– Arrivederci.


sabato, novembre 11, 2023

Il vulcano Fagradalsfjall

LE GRANDI INTERVISTE

IL VULCANO FAGRADALSFJALL
– Buongiorno, disturbo?
– Buongiorno, ma no, nessun disturbo.
– Giornata tranquilla?
– Tranquillissima, un sabato del resto.
– Dicono che sta preparando un'eruzione, è così?
– Ma quale eruzione, le solite esagerazioni.
– Dicono che nel sottosuolo si stanno diffondendo grandi quantità di magma.
– Eh, se le dovessi raccontare tutte le volte che il magma se ne va a spasso.
– Un tunnel di magma. Scosse sismiche.
– Ma no, ma no. Un po' di umidità, questo sì. Che non fa bene per la cervicale, poi a me non piace abusare di antinfiamm...
– Quanto sarebbe lungo, questo tunnel?
– Ma niente, così, qualche chilometro.
– Qualche chilometro, ammazza!
– Ma guardi che siamo in Islanda, sa.
– Senta, è vero che l'altro giorno al bar ha detto "Israele se continua così... io non lo so?"
– Ma se ne dicono tante.
– Cosa intendeva per "io non lo so?".
– Che non lo so!
– Viva viva Pale...
– No io in palestra non ci vado molto, purtroppo.
– Il suo piatto preferito?
– La zuppetta di lichene di mia suocera.
– Il lato più bello del suo lavoro?
– I tramonti.
– Il più brutto?
– Le alzatacce.
– Lei condanna Hamas?
– Sì sì, condanno Hamas.
– Grazie per averci dedicato un po' del suo tempo, buonasera!
– Buonasera. No guardi, si tenga sul lato destro perché di lì non si passa.
– Di qui?
– E poi sempre dritto.
– Grazie buonasera.
– Seguendo il fiume di lava non sbaglia. Buonasera.
Il vulcano Fagradalsfjall (sullo sfondo). Foto AP.



giovedì, novembre 02, 2023

Molto realistica

‘Sfacciato, impetuosetto, ma riconoscente, zelante, ordinato e molto diligente’: così fu definito Michail Jakovlev. Musicista di talento, cantava accompagnandosi con la chitarra e mise in musica opere di Del’vig e Puškin, sia negli anni del liceo che in seguito. Al liceo, tuttavia, dove fu soprannominato ‘il pagliaccio’, era più noto per le sue imitazioni. Il suo vastissimo repertorio comprendeva duecento ruoli: oltre a studenti e insegnanti, orsi italiani (n. 93), loro addestratori (n. 94), un samovar (n. 98), addestratori di orsi russi (n. 109), Alessandro I (m. 129), una nave (n. 170) e un sergente degli ussari impazzito (n. 179).
Quando Puškin viveva a Mosca chiese a un amico di San Pietroburgo quale fosse l’ultima imitazione di Jakovlev. ‘L’alluvione di San Pietroburgo’ fu la risposta. ‘E com’è?’ ‘Molto realistica’.”

Pushkin: A Biography, di T. J. Binyon, 2002

martedì, settembre 12, 2023

Quell'inesauribile arsenale nordcoreano

LE GRANDI INTERVISTE (IL GRANDE RITORNO DI MIRUMIR)

QUELL'INESAURIBILE ARSENALE NORDCOREANO

– Buongiorno, disturbo?
– No no, si figuri. Ero qui perso nei miei pensieri.
– Lei è l'inesauribile arsenale nordcoreano.
– Sono io.
– Tutti si chiedono come possa essere la vita di un inesauribile arsenale nordcoreano.
– Ma guardi, niente di speciale, orari normali, ferie pagate...
– Ha sempre sognato di fare questo lavoro?
– Io ho studiato da arsenale, poi da una cosa nasce l'altra.
– Si dice che in Corea del Nord manchi la libertà.
– Io comunque faccio l'arsenale.
– Inesauribile.
– Per così dire.
– Lei la mattina si alza...
– E vengo in questo ufficio.
– E?
– Niente, faccio un po' di inventario, controllo che ci sia tutto. Il segreto, quando si è inesauribili, ecco...
– Dica, dica.
– È l'organizzazione.
– Certo.
– Devi sempre sapere dove stanno le cose, altrimenti si perdono.
– Il bello del suo lavoro?
– Gli orari flessibili.
– Il brutto?
– Le alzatacce. E poi, se devo essere sincero...
– Dica.
– È un lavoro da scrivania, mi piacerebbe viaggiare di più.
– Vedere il mondo.
– Sì, portare mia moglie in vacanza.
– Dove le piacerebbe andare?
– A New York!
– Ah però.
– Dicono tutti che con quei grattacieli sembra Blade Runner, è vero?
– È abbastanza vero.
– E allora vede, mi piacerebbe andare a New York e negli Stati Uniti in generale. Un coast to coast, magari.
– Quell'inesauribile arsenale nordoreano: le piace questo nome?
– Moltissimo. Mi ricorda certi titoli di film.
– Quel treno per Yuma...
– Quel maledetto treno blindato.
– Quella sporca ultima meta.
– Vede che ci capiamo.
– Programmi particolari, per oggi?
– No, oggi è un classico martedì, non succede quasi mai niente.
– Giornata tranquilla.
– Sa come si dice, di Venere e di Marte non si sposa nè si parte.
– È proprio vero.
– Anche se io mi sono sposato di venerdì perché gli altri giorni mia suocera non poteva.
– Ma è andato tutto bene.
– Tutto bene. Mia suocera è un caratterino, sa, ma fa una buona pasta al forno.
– Complimenti.
– È quell'inesauribile pasta al forno di mia suocera. HA HA!
– HA HA! Quell'inesaurib... La ringrazio, non la disturbo oltre. Arrivederci, buon lavoro.
– HA HA. Scusi. Arrivederci. La scriva questa cosa di New York.
– Senz'altro. Arrivederci.
– E del coast to coast. Arrivederci.


lunedì, gennaio 16, 2023

While You See A Chance

In una di quelle fantasie di noi agnostici biondi in cui si mescolano fantascienza speculativa, recreational drugs, Divina Commedia e inerti filamenti di catechismo, arriva infine il mio turno.

- Bene, questa cosa combinava? Mi ha l'aria di una che la mandiamo a spalare bismuto nella cintura degli asteroidi.
- Masterizzava mp3 agli amici su cd 12xspeed Traxdata.
- Mp3 di cosa?
- Winwood.
- Steve Winwood?
- Steve Winwwod.
- I Traffic.
- Sì.
- Dear Mr. Fantasy.
- Sì.
- While You See a Chance
- Take it.
- Può andare.



mercoledì, settembre 08, 2021

Il frigorifero di Xi

LE GRANDI INTERVISTE

 IL FRIGORIFERO DI XI JINPING

– Buongiorno, si può? Disturbo?
– Venga venga, ma quale disturbo si accomodi.
– Lei è il frigorifero di Xi Jinping?
– No, ma quale Xi Jinping, io sono il frigorifero della famiglia Li, siamo stati tirati a sorte.
– Ci spieghi meglio.
– Hanno telefonato per dirci che sarebbe passato il presidente e che voleva guardare nel frigo, cioè al mio interno.
– Mi faccia capire, il presidente è entrato in casa e l'ha aperta?
– E abbiamo fatto la foto, quello a destra sono proprio io.
– E come mai?
– È la "prosperità condivisa", dicono, ma io non lo so.
– In effetti lei...
– Io raffreddo e basta.
– Fa anche il ghiaccio?
– Certo.
– Il presidente era soddisfatto?
– Sì sì, si è congratulato, dice vedo che anche a voi piacciono i succhi in lattina, io ne vado matto dice.
– Altre osservazioni?
– Le uova, dice anche a voi piacciono tanto le uova, lo sapete che hanno una data di scadenza vero?
– E la famiglia Li?
– Sì sì, dicono, lo sappiamo. È tutto buono, tutto fresco. Ma lui era contento, si vede dalla foto.
– Tutto a posto.
– Sì, la famiglia Li era un po' preoccupata, dice metti che ci fa un esproprio del frigo per via della prosperità condivisa, del riallineamento agli ideali socialisti con caratteristiche cinesi.
– E lei?
– No io mi sono detto che tanto il furgone dei surgelati passava nel pomeriggio.
– E adesso?
– È passato, se vede nello scomparto freezer trova sei pizze margherita e anche cinque cornetti gelato più uno gratis.
– È contento.
– Sì perché è la mia vocazione.
– Come si definirebbe?
– Non starebbe a me dirlo, ma sono un tipo luminoso ecco.
– Che cosa le piace del suo lavoro?
– La freschezza e la pulizia.
– Qualche rammarico?
– Uno solo.
– Ci dica.
– Se questi adesso comprano il cocomero io non so proprio dove metterlo.
– Grazie, arrivederci!
– Con tutta la più buona volontà, ma non ho posto.
– ...
– Non è che non voglio: non posso.
– Arrivederci!
– Arrivederci!





martedì, agosto 31, 2021

L'ultimo

LE GRANDI INTERVISTE

L'ULTIMO SOLDATO AMERICANO A KABUL

– Buongiorno.
– Buongiorno, lei è... ?
– Sono l'ultimo soldato americano in Afghanistan.
– Un'icona.
– No guardi, io non mi sento un'icona.
– Ma è veramente tutto verde come si vede nella foto?
– No no, io ho colori normalissimi.
– Lei è esperto in missioni di evacuazione.
– Sì, anche in famiglia quando abbiamo ospiti.
– Racconti.
– C'è sempre qualcuno che non si decide ad andarsene, come mia suocera.
– E lei?
– Io le porto il cappotto e l'accompagno alla porta con fermezza. Lei allora parte con il solito trucchetto dei saluti sulla soglia di casa, "Allora ciao", "Ciao", "Ciao", e così all'infinito. A volte dimentica apposta gli occhiali sul divano.
– E in questo caso?
– La evacuo con gentile fermezza. Stessa cosa quando con mia moglie dobbiamo uscire. Lei non è mai pronta, così avvio le manovre di evacuazione.
– Cioè?
– Prendo cappotto e borsetta e li butto giù dalle scale. Vede allora come corre.
– Funziona?
– Funziona sempre, l'ho imparato da un film. Ma non mi chieda il titolo, abbiamo perso l'inizio perché mia moglie e mia suocera erano in ritardo.
– Lei è sempre l'ultimo ad andarsene?
– Sì.
– Però sa come si dice, chi primo arriva bene alloggia.
– Non la sapevo. Io sapevo arriva bene chi arriva ultimo.
– No, eh, non proprio.
– Comunque mi tengono sempre un posto sull'aereo.
– Il bello del suo lavoro?
– Si vede il mondo.
– Il brutto del suo lavoro?
– Le alzatacce.
– Tutto qui?
– E non è sempre facile trovare un cocomero a Ferragosto.
– Grazie, arrivederci!
– Arrivederci!





sabato, settembre 07, 2019

La calma silenziosa del centro

Questo Bloodborne in cui si finisce squartati e dissanguati di continuo è poi un grande gioco. Il senso è proprio morire all'infinito, liquefarsi in una marana di sangue per poi riformarsi, contemplare la sempre bella e terrorizzante scritta rossa SEI MORTO, ritrovare il senso del gioco "difficile", disinibito, privo di elaborate narrazioni e di deliri testuali, duro, labirintico e mutante.

Poi bisogna pur morire di qualcosa. L'importante è fare ritorno al Sogno del Cacciatore, un idilliaco giardinetto dove fioriscono gli ellebori e dove tra le altre cose ci sono i Messaggeri della vasca, piccoli scheletri miserabili che emettono gorgoglii incomprensibili e accolgono a braccia tese e bocca spalancata il nostro Zozzone. I Messaggeri sono in sostanza un prosaico Negozio, ci compri e ci vendi di tutto.

Il film giapponese d'animazione con protagonisti due malinconici gatti antropomorfi chiamati Giovanni e Campanella è finito male come previsto. Ne abbiamo iniziato un altro, del quale non sapevamo nulla. Dapprima non ci ha insospettiti il titolo, L'isola di Giovanni. I due fratellini protagonisti si chiamano in effetti Giovanni e Campanella pure loro, sta' a vedere che va' a finire male anche questo qua, e che Campanella muore in tutti gli universi possibili. Non l'abbiamo finito perché io ho finto di avere sonno, in realtà volevo vedere "La lunga strada del ritorno" di Alessandro Blasetti su RaiStoria, che poi non era neanche cominciato. Abbiamo quindi incrociato la fine di un brutto documentario mal doppiato su Herman Melville, e fatto in tempo ad ascoltare quel brano di Moby Dick in cui Ismaele e i suoi compagni, giunti in una zona del mare detta liscio o lago, si sporgono a guardare nell'acqua e uno strano mondo colpisce i loro occhi.

"Perché sospese in quei sotterranei d'acqua fluttuavano le forme delle madri che allattavano, e di quelle che per la loro circonferenza enorme parevano prossime a diventare madri. Il lago, come ho accennato, era straordinariamente trasparente fino a una profondità considerevole, e come i neonati umani quando poppano fissano calmi e immobili altrove che non sul seno, come se vivessero insieme due esistenze diverse, e mentre prendono il cibo mortale si nutrissero sempre in spirito di qualche ricordo ultraterreno, allo stesso modo i piccoli di queste balene pareva guardassero verso di noi, quasi non fossimo altro, ai loro occhi appena nati, che un pezzetto d'alga del Golfo."

Pure Ismaele, dice, in mezzo all'Atlantico burrascoso del suo essere si rallegra della calma silenziosa del centro, e mentre pianeti pesanti ed eterni di dolore gli ruotano attorno, giù nel profondo e nell'entroterra lui continua a bagnarsi in un'eterna soavità di gioia.

Ho poi dormito tra balenotteri trasognati, ferrovie galattiche e provvisorie resurrezioni.

martedì, settembre 03, 2019

Alternate Time Machine

Ieri siamo andati in un centro d'assistenza Apple nella pampa terziaria a nord di Udine, io con la finta e bisunta umiltà della pezzente androidiana-ubuntiana-huaweiana-windowsista, lui con i sudori pallidi di uno cui dopo soli due anni si è gonfiata a dismisura la batteria incorporata del Powerbook da tranquantamila euro. Lui, che questioni di allitterazione credeva di trovarsi in un centro abitato chiamato "Salone del Salame", imbambolato indicava con il dito le scritte inspirational incollate sulle pareti (Henry Ford, Milan Kundera, Albert Einstein e il solito Steve Jobs che avrebbe barattato tutta la propria tecnologia in cambio di una serata con Socrate), io gli prendevo a sberlotti il dito.
Tutti gentilissimi ed efficientissimi come sanno essere i macchisti friulani, magliette scure minimaliste, sguardo franco e rassicurante, senso dell'umorismo che c'è, sicuramente c'è, però non si vede.

Ma immaginiamo per un attimo che Socrate una sera si fosse presentato alla porta di "Steve" con una bottiglia di Amarone e un mazzo di fiori di campo per la signora. Metti che l'Amarone gli avesse sciolto la lingua e che "Steve" avesse barattato la sua tecnologia in cambio di "non è tanto caldo quanto umido", "premetto che ho molti amici gay", "New York sembra stare in Blade Runner", "hai mai provato a mescolare il rum con la Coca-Cola", "a me le ragazze con le ballerine, boh".
In compenso niente più batterie gonfie, niente gente che ti confida con gli occhi a palla "ho fatto Time Machine un secolo fa" e ti ricorda che "devi premere Mela+Piffero". Centri assistenza sostituiti da mobilifici stile arte povera, Genius Bar mutati in ritrovi per alcolisti anonimi, al posto dell'Apple Store di Opéra una friche fricchettona, un terrain vague coltivato a cardi e cavolo nero.

Tutto questo in cambio della ricetta usata del Cuba Libre.

domenica, settembre 01, 2019

Superare le sei ore

L'altra sera, già provati da Parenzo e Telese, finiamo uno di quei giochi indie tanto belli in cui si salta sulle sporgenze e si risolvono piccoli puzzle poetici e intelligenti per poi scoprire che il protagonista era morto fin dall'inizio (è simbolico! sono le fasi di elaborazione del lutto! va' che bello ma anche va' sul mùs, va'). Poi iniziamo Bloodborne che sulla carta è un giocone. Sulla fisionomia del protagonista spendiamo cinque minuti netti perché è una cosa che ci rompe, per il nome scegliamo senza indugio il più consono a una personalità tormentata e carismatica ("Zozzone"). Prima scena primo combattimento, un lupo mannaro fortissimo che ha la meglio su di noi in quanto noi siamo, tocca dirlo, disarmati. Morti in due secondi, veniamo resuscitati accanto a una lapide: vuoi tornare lì all'infermeria nella clinica di Ioszefa dove c'è il lupo mannaro che ti squarta subito? Certo, siamo qui per questo. Scopriamo che la famosa Ioszefa si è asserragliata in una stanza ma chissà come ci dona una pozione detta pozione di Iosefka che ci riempie la barra della vita. Le ore successive trascorrono con Zozzone che si fa squartare. Dopo ogni squartatina appare l'opzione "vuoi andare al Sogno del Cacciatore?". No, ma cos'è questo Sogno del Cacciatore, sicuramente non una roba per veri guerrieri, è un rifugio per mammolette, noi vogliamo farci squartare all'infinito lottando a mani nude.

Poi dopo la cinquaduesima morte e dopo aver importunato Iosefka mendicando una pozione alla volta Zozzone ce la fa.
A questo punto andiamo al Sogno del Cacciatore, dai. Scopriamo che il Sogno del Cacciatore è un bel cimiterino che accoglie un'officina, un incoraggiante tizio in sedia a rotelle, oggettini utili, una bambola-automa dalle losche potenzialità e DUE ARMI GRATIS. Ma noi il lupo mannaro l'abbiamo sconfitto a mani nude in sole tre ore, e dunque.

È l'una. Usciamo dal gioco felici ed esausti per guardare un film romeno del 1964 ambientato al tempo della prima guerra mondiale. È un capolavoro di 2 ore e 34, Pădurea spânzuraților, titolo italiano La foresta degli impiccati. Ci piace quel spânzuraților, a spânzuraților non si resiste, senti proprio i corpi che penzolano.
Purtroppo la spiegazione storica iniziale non è sottotitolata. Vaghiamo dunque in una metaforica nebbia transilvana, tra Impero Austro-Ungarico e Romania, in mezzo a russi, tedeschi, austriaci, ungheresi. Ogni tanto mettiamo pausa per dirci "i russi stavano nella Triplice, no?" oppure "la Transilvania era nostra" "nostra in che senso?" "nel senso di asburgici". Seguono silenzi carichi di reciproco sospetto.
Ma almeno abbiamo sconfitto un lupo mannaro a mani nude.

Il giorno dopo, dotati di armi gratuite, molotov, fiale di sangue e otto ciottoli affrontiamo un'orda di gente armata di asce, roncole, archibugi, torce. Alla fine ci ritroviamo di fronte a un bestione che ci annienta con una mannaia e un grugnito.
Ripetiamo sessantaquattro volte. Una volta facciamo pure ritorno al Sogno del Cacciatore per vedere se ci regalano qualcosa, ma niente. Usciamo dal gioco sconfitti.
Su Reddit uno dice che se superi le sei ore di gioco poi ci prendi veramente gusto a morire di continuo. Il senso sta tutto lì, dice.

Poi guardiamo un film giapponese d'animazione intitolato Una notte sul treno della Via Lattea. Versione originale, sottotitoli inglesi, scritte in esperanto. Mi sa tanto che è simbolico anche questo qua, tipo son quasi tutti morti.

In bella immagine: la Miru si aggira pensosamente per casa dopo le recenti esperienze pensando a come far fuori il bestione armato di mannaia nelle strade di Yharnam.


martedì, marzo 26, 2019

When in Rome

Tarda mattinata. Giornali e tabacchi. Sulla porta un foglio A4 con su stampato in Times New Roman corpo 30 "Si vendono batterie per orologi".

– Buongiorno, lei li vende i biglietti del tram?
– Sì.
– Allora due biglietti per favore.
– Li ho finiti.
– Ma dove si comprano?
– Qui o nell'edicola di fronte.
– Allora andiamo all'edicola di fronte?
– Ma anche lì so' finiti. So' finiti dappertutto.
– Ah, ma allora se vogliamo prendere il tram come facciamo?
– Eh dovete ave' i biglietti.
– Ma lei quando vuole prendere il tram come fa?
– Affitto 'na macchina che faccio prima!
– Ce l'ha le Rothmans rosse?
– Me dispiace, nun ce l'ho.
– Grazie arrivederci.
– Arrivederci!

Tardo pomeriggio.
– Buonasera, di nuovo noi.
– Buonasera.
– Non ho trovato le Rothmans rosse. Ha le Lucky Silver?
– Nun ce l'ho.
– Le Camel morbide?
– C'ho le Malboro rosse.
– A questo punto senta facciamo le MS mild.
– Le MS mild so' forti come le Malboro rosse.
– È sicuro?
– Come no?
– Davvero?
– E me sembra proprio de sì.
– Ma lei quali prenderebbe?
– Io non fumo.
– Non fuma e non prende il tram.
– Esatto.
– Ce l'ha le ministilo ricaricabili?
– Eh nun ce l'ho!
– Grazie arrivederci!
– Arrivederci!

Accompagnava tutto questo con un sorriso serafico e suadenti alzate di spalle. Oso dire che ci siamo lasciati da amici e che torneremo da lui con sciocchi pretesti solo per parlargli.

venerdì, marzo 15, 2019

Una Ferrari


Mentre facevo la spesa alla Conad mi è passato accanto un settanta-settantacinquenne che riempiva il carrello parlando al telefono di soldi con l’amico suo. “Ah, perché te lo raccomando l’euro” dice, “bisogna sempre calcolare in lire. Io per esempio la scorsa settimana mi sono comprato la macchina, 14.000 euro, cosa sono 14.000 euro te lo dico io guarda sono 34 milioni di lire e con 34 milioni di lire io vent’anni fa mi ci compravo una Ferrari.”
E poi si è guardato attorno e ha ripetuto “Una Ferrari!”.
A quel punto alla Conad ci siamo fermati tutti, chi con il suo pacco da sei di Acqua Guizza, chi con la busta di affettati, chi con la rete di arance, e abbiamo preso a cantare “Una Ferrari, una Ferrari” con la cadenza di Bohemian Rapsody quando fa “I’m just a poor boy, I need no sympathy”, tutti in piedi a cantare “Una Ferrari, una Ferrari” e a immaginare che il pacco da sei di Guizza, la busta di affettati, la rete di arance germogliassero in soave ambrosia, “Una Ferrari, una Ferrari”, mentre il settanta-settantacinquenne spingeva veloce il suo carrello tra gli scaffali e sorrideva a tutti sventolando le mani.

venerdì, febbraio 08, 2019

Lessons in Love


Silenziosa, carina, bravissima in matematica quando stavamo allo scientifico, la Paola tendeva a innamorarsi platonicamente di giovani macellai belli come angeli del Beato Angelico oppure di ragazzi floridi ma gioviali conosciuti “per lavoro”, il lavoro essendo quello un po’ tedioso ma efficiente di segretaria nello studio di un avvocato. Gli oggetti del suo desiderio e del suo laconico arrossire avevano una cosa in comune: erano tutti impegnatissimi, e se non ancora sposati almeno promessi sposi a fidanzatine delle medie spesso dispotiche e capricciose, probabilmente noiose. Almeno questo ci dicevamo la Paola e io. Io simpatizzavo per le sue cause perse sentimentali, lei mi premiava con un reticente rispetto per le mie “storie”, quelle tramacce da videoclip che il padre di M. chiamava amorazzi e mia madre filarini. Solo con G. la Paola non era clemente, ma solo perché lui alla fine della quarta le aveva chiesto in prestito il Purgatorio e poi quel Purgatorio era sparito per sempre su qualche bancarella dell’usato. Ma G. non era neanche un mio amorazzo o filarino, e del resto a me aveva sottratto il Paradiso. Per lui la Paola aveva un’antipatia feroce e vendicativa, pur non essendo mai stata una dantista o una sapegnista, mentre tutti gli altri li sopportava ricevendo le mie rare confidenze con stoicismo e rassegnazione.

Un pomeriggio la Paola organizzò un picnic nella casetta dei suoi, una specie di dacia fuori Gorizia ma proprio sul bordo della Statale dove i suoi andavano la domenica a coltivare l’orto e il giardino. Loro la chiamavano baita, con affettuoso disprezzo tutto goriziano. La baita si rifiutava di affacciarsi sul traffico della statale, alla quale offriva una facciata completamente priva di finestre. Non c’erano mai state, le finestre? Erano state murate? Nessuno sapeva o voleva rispondere a questa domanda. La casa introversa riversava tutto il suo moderato entusiasmo sul giardino e sui verdi colli lucinichesi, ostinandosi a negare la presenza della strada come la Paola negava l’esistenza delle fidanzate.

Al picnic di quel pomeriggio era stato invitato l’uomo dei sogni del momento, Francesco, un biondino florido e timido con cui la Paola aveva una storia mezza fantasticata fatta di non detti e di scherzi condivisi che così possiamo riassumere: a un dato momento uno dei due mormorava una battuta misteriosa e poi entrambi arrossivano e attaccavano a ridere. “È tanto caro” diceva lei di lui, pudicamente. “Peccato che sta con quella là.” E le confidenze si fermavano lì.

Gli altri invitati erano un paio di amici di lui e qualche altra persona del nostro giro. Vagavamo tutti un po’ oblomovianamente nel giardino, era del resto maggio e il calore primaverile mescolato allo spritz tagliava le gambe. La Paola indossava per l’occasione una gonna a balze coloratissima che si fermava appena sopra il ginocchio, lui era il genere di ragazzo cui donano i jeans e maglietta, inutile osare complicazioni.

Io ero sentimentalmente in vacanza, cioè nel bel mezzo di un amorazzo proprio con M. M. era il sosia perfetto di Jim Morrison con il vantaggio di non sapere chi fosse Jim Morrison, la configurazione perfetta. Erano del resto gli anni Ottanta. M. era programmato per vivere una lunga storia d’amore financo coniugale con L., ma c’era ancora tempo per gettare qualche sassolino negli ingranaggi. E noi tre, L., M. e io, negli ingranaggi di sassolini ne gettavamo a manciate. Non so se ho già detto che erano gli anni Ottanta.

Il sole già calava dietro le alture di Lucinico quando tra le mani di Francesco si materializzò una busta contenente LP e audiocassette: era ora di mettere un po’ di quella musica che piaceva a lui. Ma cosa piaceva a Francesco? Cosa lo svegliava la mattina, cosa lo muoveva, quali ritmi tamburellava in ufficio pensando un po’ alla fidanzata un po’ ai begli occhi verdi e sempre un po’ arrossati della Paola?

Fu in quel momento che assistemmo alla metamorfosi del “tanto caro”. Il quale ci spiegò come il migliore musicista in assoluto, il maestro indiscusso, fosse il bassista dei Level 42 con il suo inconfondibile slap. E come il migliore gruppo in assoluto fossero i Level 42. Procedemmo poi all’ascolto di alcuni pezzi scelti, con Francesco che mimava nell’aria elastici giri di basso mentre alla Paola sorridevano anche le balze della gonna. Erano gli anni Ottanta, c’erano il funk-jazz e il Live Aid, i Settanta erano lontani e per il momento dimenticati. 

Un’ora dopo Francesco imbustò gli LP e tornò per sempre dalla fidanzata.
 
Oggi ho riascoltato i Level 42, quella canzone che fa “lezioni d’amore perdute senza amore”. Partita dalla retina qualche decennio fa, mi è infine arrivata la visione della gonna a balze della Paola, insieme a un’incongrua e appagante tenerezza.

martedì, febbraio 05, 2019

Il grande Antonius e la piccola Nensi Drev

A un certo punto papà viene travolto dalla passione per la "pesca al sievolo", nella quale si cimenta le domeniche d'inverno in quel bayou monfalconese che sono i canali della bisiacarìa, terra di brume e di fanghi. Lo schema tattico è il seguente: papà si apposta in un luogo selezionato in base a maree, direzione del vento, condizioni meteorologiche, fiuto, tradizione orale, testimonianze più o meno fuorvianti; mamma consuma nella 128 gli schemi liberi della Settimana Engimistica; Antonia e io partiamo in ricognizione.
La tradizionale simbiosi nonna-nipote vorrebbe che la prima approfittasse del contatto con la natura per impartire preziose nozioni di base alla seconda. Fauna, flora, folklore inoffensivo in cui le fate si limitano a pettinarsi, edificanti ricordi d'infanzia.
Noi però ci troviamo in una landa di brume e di fanghi e puntiamo alle macabre scoperte.
Siamo il grande Antonius e la piccola detective Nensi Drev.
– Cosa vedono i miei occhi!
– Orco tocio, un cadavere!
– Attenzione, l'assassino potrebbe non aver abbandonato la scena del crimine.
– Propongo di nasconderci dietro quell'albero.
Inganniamo così l'attesa sgranocchiando biscotti Bucaneve e bevendo succhi Fructal con la cannuccia come insetti panciuti e rumorosi, gli occhi spalancati a scrutare la torbiera.
– Via libera, Antonius!
Antonius pungola il cadavere con un bastone e formula un'ipotesi.
– È un tocco di legno.
Va più o meno sempre così, l'eccitazione evapora tra mucchi di terra e fogliame.
C'è poi la variante Cicuttini. Carlo Cicuttini ha appena tentato di dirottare un aereo a Ronchi per chiedere un riscatto e la liberazione di Freda, è in fuga, è ricercato.
– Cosa vedono i miei occhi!
– Orco tocio, Cicuttini!
– Attenzione, potrebbe essere armato!
– Propongo di nasconderci dietro quell'albero.
E giù Bucaneve e Fructal, mentre papà carica già le canne nel bagagliaio e mamma finisce sospirando il Bartezzaghi.

Cicuttini non è mai Cicuttini, ci sfugge, è di volta in volta un albero, un palo della luce, un'ombra, un addensarsi di foschie, papà appostato immobile tra le canne in conversazione telepatica con i sievoli. Si saprà poi che in quei giorni Cicuttini è già in Spagna a collaborare con i franchisti e a farsi operare le corde vocali con i soldi che gli ha mandato Almirante. Si saprà che Cicuttini è anche quello di Peteano, è lui che ha fatto la telefonata ai carabinieri di Gradisca, "A Peteano c’è una Fiat 500 abbandonata con due fori di pallottola”, e bum. Questo si saprà.
Per ora è solo il 1972, l'anno più lungo della mia infanzia, l'anno della pesca al sievolo, di Antonius e Nensi Drev a caccia di cadaveri e di terroristi neri nel bayou.