giovedì, dicembre 07, 2006

L'avvelenatina di Gajdar e i nemici della Russia

E l'avvelenatina di Egor Gajdar a Dublino non se la fila nessuno? Ecco il suo racconto uscito su Vedomosti:

"Il 24 novembre mi sono trovato coinvolto in una serie di fatti molto simili a un thriller politico. È stato scritto molto sull'accaduto. Le televisioni internazionali hanno parlato a lungo di questi fatti. Non avrei mai pensato che la fama mondiale mi avrebbe raggiunto in modo così insolito. Mi sono rifiutato di concedere interviste, e tuttavia non posso evitare di parlare di quello che mi è successo.

L'opinione pubblica riserva sempre una quota di umorismo a coloro che sono scampati a un tentato omicidio. La natura di questo fenomeno non è chiara. Essendomi trovato in questa situazione non ci trovo niente di divertente. Ma la logica della coscienza comune è uno dei fatti della vita. Cercherò dunque di mantenere un certo senso dell'umorismo mentre vi racconterò l'accaduto.

Il 21 novembre mi sentivo esausto. Nelle tre settimane precedenti, al mio solito lavoro si erano aggiunti alcuni viaggi faticosi. Presi in considerazione l'ipotesi di cancellare il viaggio in Irlanda e di riposarmi. Ma l'Irlanda è un paese meraviglioso, e io l'amo. E il compito non era certo pesante: una conferenza universitaria, uno dei cui temi era la presentazione del mio libro Morte di un impero: lezioni per la Russia moderna. Decisi di non cancellare il viaggio.

Il mattino seguente, dopo essere arrivato a Dublino, mentre stavo passeggiando con uno degli organizzatori della conferenza, la direttrice della Biblioteca di letteratura straniera Ekaterina Genjeva, mi dissi che avevo preso la giusta decisione. Trascorrere due giorni con persone intelligenti e gradevoli in una bella e antica università irlandese è riposo e piacere insieme.

Prima dell'apertura della conferenza feci colazione alla mensa dell'università. Presi una macedonia di frutta e chiesi una tazza di tè. Poi mi recai nella sala conferenze. Circa dieci minuti dopo l'inizio della conferenza mi accorsi che non ero in grado di ascoltare nulla. Il mio unico pensiero era trovare il modo di tornare nella mia stanza d'albergo e stendermi. Mi scusai con Ekaterina Genjeva e con i suoi colleghi che stavano presentando la sessione successiva, dissi che non mi sentivo bene e che dovevo tornare di sopra. La signorina Genjeva mi guardò con aria perplessa: 40 minuti prima avevamo chiacchierato allegramente passeggiando lungo i prati dell'università.
Probabilmente pensò che non mi interessava l'argomento.

Appena fui nella mia stanza compresi che dovevo chiudere subito gli occhi. La sensazione era simile a quella di un'anestesia generale, quando si riesce ancora a vedere e a capire ma è difficile tenere gli occhi aperti. Allungare la mano per rispondere al telefono è uno sforzo enorme. Riuscivo solo a pensare che mi ero stancato troppo, che quello stato confusionale era la conseguenza della fatica.
Decisi che dovevo tenere le due conferenze al più presto e poi tornare immediatamente a Mosca.

Il mio intervento era previsto durante la sessione delle 14.30: si parlava di politica migratoria russa. Riuscii ad alzarmi, a scendere le scale e a presentarmi alla conferenza. Poi fui nuovamente travolto dalla stanchezza, mi si chiudevano gli occhi, e feci ancora una volta ritorno alla mia stanza.

Alle 17.10 squillò il telefono, salvandomi a quanto pare la vita. Un rappresentante degli organizzatori chiamava per ricordare che la presentazione del mio libro era prevista cinque minuti dopo. Se in quel momento avessi detto: "No, non posso", e se mi fossi ritrovato solo nella mia stanza 15 minuti dopo, le mie possibilità di sopravvivenza sarebbero state nulle. Ma ero arrivato fin lì per presentare il mio libro e non avrei lasciato che un malessere di poco conto me lo impedisse. Mi alzai, scesi le scale e cominciai il mio intervento. Dieci minuti dopo mi resi conto che non ero in grado di continuare a parlare. Mi scusai con il pubblico e mi avviai verso l'uscita. Appena varcata la soglia della sala conferenze crollai nel corridoio dell'università.

Faccio fatica a ricordare quello che accadde nelle ore successive. Mi baso soprattutto su quello che mi è stato raccontato dai presenti. Le persone che mi soccorsero videro un uomo steso sul pavimento. Perdevo sangue dal naso, e dalla bocca sangue misto a vomito. Mi sollevarono la testa e cominciarono a pulirmi il naso e la bocca. Ero pallido, avevo perso conoscenza, i lineamenti erano sofferenti, sembrava che stessi morendo. Dopo 20-30 minuti cominciai a rinvenire. Dal quel momento ricordo almeno qualcosa. Cercai di sollevare la testa, ma non mi ubbidiva.

Cominciai a udire le voci, ogni tanto riuscivo ad aprire gli occhi, vedevo le persone che mi stavano attorno. Perdevo ancora sangue dal naso. Vidi un giovane avvicinarsi con uno stetoscopio e auscultarmi il cuore. Arrivò l'ambulanza e mi ci caricarono. Non riuscivo a rimettermi in piedi. Potevo al massimo aprire e chiudere gli occhi. Ma di quei momenti ricordo qualcosa. Vennero con me Ekaterina Genjeva e Andrej Sorokin. Ci portarono all'ospedale, molto lentamente perché c'era traffico. Ekaterina mi raccontò poi che fissavo con interesse il grafico del mio cardiogramma. Poi, quando ripresi decisamente coscienza, capii: il cardiogramma è un grafico. E io lavoro continuamente con i grafici. Evidentemente gli interessi professionali si conservano anche quando il sistema nervoso è danneggiato.

Presto recuperai la capacità non solo di guardare e ascoltare, ma anche di analizzare gli eventi. La mia ipotesi era semplice: stanchezza, insieme ai malanni comuni agli uomini sulla cinquantina (glicemia e pressione alta). Capisco poi che i dottori, quando videro le mie analisi, fossero perplessi: il cardiogramma era a posto, il cuore batteva come un orologio, la pressione era alta ma solo di poco sopra la norma, e lo stesso poteva dirsi della glicemia. Però il paziente si trovava in una condizione evidentemente molto grave. Si poteva pensare a un ictus, visto che ancora non riuscivo a muovere gli arti. Ma ripresi la capacità di controllare il mio corpo nelle ore successive. Alle sette del mattino seguente non solo riuscii ad alzarmi dal letto ma anche a fare una doccia e a radermi. Non sono un medico, ma so che queste cose non succedono in caso di ictus. Significa che si tratta di qualcos'altro.

Alle 8, poche ore dopo aver smesso di sentirmi come un oggetto inanimato, ero già in grado di muovermi, pensare, prendere delle decisioni e metterle in atto esattamente come avevo fatto 24 ore prima. Nonostante le proteste dei dottori irlandesi dissi che intendevo lasciare subito l'ospedale.

Risposero che non avevano il diritto di proibirmelo, ma mi spiegarono che il mio caso li lasciava perplessi. I dati delle analisi effettuate nelle ultime ore del 24 novembre e quelli risalenti alla mattina non combaciavano in alcun modo. Mi dissero che necessitavo di controlli approfonditi. Li ringraziai e spiegai loro che per me era più semplice sottopormi agli esami in Russia, dove i dottori conoscevano le mie condizioni di salute e le mie passate malattie. Riuscii a farmi trasferire all'ambasciata russa e poi presi un aereo per Mosca.

In quel momento ero ormai in grado di ragionare. Non sono un medico e riconosco i limiti di diagnosi non professionali. Tuttavia, quando rischi di morire, è naturale tentare di capire cosa ti è successo. Il cuore, il cervello, la pressione sanguigna e gli zuccheri erano buoni o nella norma. Nonostante ciò, ero caduto per ore in uno stato di incoscienza o di semi-incoscienza, avevo perso il controllo del mio corpo e avevo avuto forti sanguinamenti dal naso e dalla gola. Una delle possibili spiegazioni che vengono in mente a un profano in situazioni come questa è l'avvelenamento. Ricordo come mi sentivo prima di colazione: in condizioni eccellenti. Mezz'ora dopo stavo malissimo. Tuttavia questa è l'idea di un profano. Suppongo che ci siano patologie note ai medici che possono causare questi sintomi.

Appena atterrato a Šeremetevo andai alla clinica dove già mi conoscono da molti anni. Nonostante fosse la tarda sera di domenica il primario (del quale non faccio il nome, perché siamo d'accordo di tenere segreto il nome della clinica in cui sono stato ricoverato) riunì gli specialisti. Raccontai l'accaduto e chiesi loro di considerare tutte le possibilità per spiegare quello che era successo. Il lunedì mattina il primario aveva sul tavolo le mie analisi. Un mese prima dei fatti irlandesi mi ero sottoposto a un check-up. Ora avremmo confrontato i dati. Il medico non fu in grado di giustificare cambiamenti così evidenti e sostanziali in termini di intossicazione, nell'ambito delle malattie note alla medicina o di loro combinazioni esotiche. Per ragioni di etica professionale non poteva usare la parola "avvelenamento". Per farlo, sarebbe stato necessario individuare un veleno. Ciò è impossibile 60 ore dopo l'incidente, specialmente se parliamo di sostanze tossiche segrete, sulle quali la scienza medica pubblica non ha informazioni. Ma ci capimmo bene. Si poteva dare la colpa a qualsiasi cosa, anche agli alieni. Ma se dovevamo restare nell'ambito del buon senso, potevamo pensare solo all'avvelenamento.

Quando il 25 novembre mi sorse per la prima volta il pensiero che l'accaduto potesse essere il risultato delle azioni di qualcuno, cominciai a pensare chi potesse essere stato. A chi conveniva? Non dispongo di beni o proprietà di cui valga la pena di parlare. Non possiedo neanche una compagnia metallurgica o petrolifera.
Dunque, se si è trattato di omicidio, dev'esserci dietro la politica. Partecipo da molti anni alla vita politica russa e la conosco piuttosto bene. Conosco bene anche i suoi protagonisti. Intanto mi rendo conto che la mia sopravvivenza è un miracolo. I tempi veloci della guarigione indicano che non si mirava a mutilarmi o a ferirmi, ma a uccidermi. Chi, nella cerchia politica russa, aveva bisogno della mia morte il 24 novembre 2006, a Dublino? Respinsi quasi subito l'idea di una complicità della leadership russa. Dopo la morte di Aleksandr Litvinenko il 23 novembre a Londra, un'altra morte violenta di un personaggio russo famoso è l'ultima cosa che le autorità russe vorrebbero. Se si fosse trattato di un'esplosione o di una sparatoria a Mosca, si penserebbe subito ai nazionalisti. Ma Dublino? Avvelenamento? No, decisamente non è il loro stile.

Assai probabilmente questo significa che dietro le quinte di questi eventi ci sono alcuni ovvi o segreti nemici delle autorità russe, persone interessate a un ulteriore degrado delle relazioni tra la Russia e l'occidente. In poche ore, confrontando date ed eventi che hanno avuto luogo nelle ultime sei settimane, ho formulato un'ipotesi logica e coerente sulle ragioni di tutto questo.
Così la visione del mondo recupera la sua logica intrinseca e cessa di sembrare un intrigo kafkiano. Ma non sembra più piacevole per questo. Come dicono in Russia, se si è vivi si ha anche la possibilità di essere felici, prima o poi. Ma quella è un'altra storia".

Egor Gajdar, ex primo ministro della Federazione Russa, è Direttore dell'Istituto per l'Economia di Transizione.

Fonte: vedomosti

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