martedì, febbraio 21, 2006

Ecco a voi Tlaxcala


Tlaxcala, la rete dei traduttori per la diversità linguistica, la conoscete già (sì, è l'attività che da quasi tre mesi anima le mie giornate, mi fa tirar tardi la sera, prende orgogliosamente a pugni il mio lavoro, mi dà quell'aria svagata e digiunante e mi rende invisibile su tutti i sistemi noti di instant messaging: se questo non è amore, ci si avvicina parecchio).
Però oggi, 21 febbraio 2006, Tlaxcala è nata ufficialmente, con un sito internet, http://www.tlaxcala.es, e un indirizzo di posta elettronica permanente (tlaxcala@tlaxcala.es). Il sito è ancora in costruzione, ma era importante nascere proprio oggi, come leggerete nel Manifesto.
Mary riassume bene il senso e l'entusiasmo dell'impresa sul suo blog peacepalestine e ne parla anche Miguel su Kelebek.

Se non adesso, quando? Grazie e tutto il mio affetto agli infaticabili, adorabili, generosi tlaxcalteca: Manuel, Ernesto, Fausto, Nancy, Mary, Miguel, Davide, Valerio, Mauro, Gianpiero, Caterina, Marcel, Maria, Yves, Agatha, Ahmed, Eva, Elaine, Ramez, Alex, Kristoffer, Vera, Ernesto, Carlos, Germàn, Juan, Rocìo, Ulise, Antonia, José, Zaki, Juan e tutti coloro che ci hanno offerto aiuto, incoraggiamento e collaborazione.

Manifesto

Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica, è stata fondata nel dicembre del 2005 da un piccolo gruppo di cyber-attivisti che, dopo essersi conosciuti su Internet, hanno scoperto di avere interessi, sogni e problemi in comune. La rete si è ampliata rapidamente ed oggi vanta numerosi membri che traducono in più di dieci lingue. Questo manifesto, approvato da tutti loro, rappresenta la loro visione comune:

Tutte le lingue del mondo contribuiscono, e devono contribuire, alla fratellanza tra gli uomini. Contrariamente a quanto molti erano soliti credere, una lingua non è solo una struttura grammaticale, una trama di parole interconnesse secondo un codice sintattico ma anche, e soprattutto, una creazione di significato basata sui nostri sensi. Infatti noi osserviamo, interpretiamo ed esprimiamo il nostro mondo dall'interno di uno specifico contesto personale, geografico e politico. Per questo motivo, nessuna lingua è neutrale ed ogni lingua reca un "codice genetico", il sigillo della cultura cui appartiene. Il latino, ad esempio, la prima lingua imperiale, raggiunse il suo apogeo calpestando le vestigia delle lingue che aveva distrutto, man mano che le legioni romane espandevano la loro presenza all'Europa meridionale, all'Africa settentrionale ed al Medio Oriente. Non c'è da meravigliarsi se, all'inizio del Rinascimento, fu proprio la lingua spagnola, figlia biologica del latino, a farsi portatrice di nuove devastazioni, stavolta tra i popoli assoggettati del continente americano.

Un impero e la sua lingua avanzano sempre uniti e sono predatori per definizione. Negano l'alterità. Ogni lingua imperiale si costituisce come soggetto della Storia, la racconta dal suo punto di vista ed annienta (o tenta di annientare) i punti di vista delle lingue considerate inferiori. La Storia ufficiale di qualsiasi impero non è mai innocente, ma motivata dallo zelo di giustificare, oggi, le sue azioni di ieri, al fine di proiettare la propria versione sul domani.

Nessuno conosce le sofferenze patite dai popoli assoggettati dall'impero romano, perché non ci è stata tramandata nessuna testimonianza scritta della sconfitta che segnò la scomparsa delle loro culture. Per converso, le lingue del continente americano, conquistato dall'impero spagnolo, ci hanno lasciato le loro testimonianze. Verso la seconda metà del sedicesimo secolo, poco dopo la conquista del Messico, Fra Bernardino de Sahagún compilò ciò che oggi è noto come Codice Fiorentino, un insieme di racconti náhua (náhuatl è la lingua degli aztechi più antichi, ancora parlata in Messico) ed illustrazioni che descrivono la società e la cultura pre-ispanica. La seconda testimonianza, che contraddice la prima, è il Lienzo de Tlaxcala, anch'esso trascritto durante il sedicesimo secolo, del meticcio Diego Muñoz de Camargo, che basò la sua storia su alcune pitture murali dei suoi avi, la nobiltà tlaxcalteca, che raffiguravano l'arrivo di Hernán Cortés e la caduta di Tenochtitlan, la capitale dell'impero azteco distrutta dai conquistadores che la rimpiazzarono con Città del Messico. Tlaxcala era allora la città stato rivale dell'impero azteco di Tenochtitlan e collaborò con Cortés alla sua distruzione, una condotta che equivaleva a scrivere la propria condanna a morte perché l'impero spagnolo, nato proprio sulle ceneri di quella sconfitta, avrebbe poi soggiogato tutti i popoli indigeni, i cosiddetti pre-colombiani, sia che fossero alleati della corona spagnola, sia che fossero suoi nemici, con la conseguente, quasi totale scomparsa delle loro rispettive lingue e culture.

Ai nostri giorni, il potere imperiale è basato negli Stati Uniti d'America, la cui lingua ufficiale è l'inglese. Fedele alle caratteristiche comportamentali di tutti gli imperi, la lingua inglese adesso impone la sua legge. Sotto l'influsso dell'inglese, interi paesi, o territori, hanno perso, o stanno perdendo, le loro lingue colloquiali. Le Filippine o Porto Rico sono soltanto due esempi tra tanti altri. Nell'Africa sub-sahariana, secondo l'UNESCO, il prestigio erroneamente attribuito a inglese, francese, portoghese a alle lingue locali parlate dalla maggioranza sta annientando ogni due settimane un'altra lingua locale.

È vero che nell'era della comunicazione globale non c'è nulla di male nell'avere una lingua franca per agevolare la conoscenza reciproca, ma il male nasce se, consapevolmente o meno, questa lingua veicola l'ideologia di superiorità che la caratterizza, esibendo il suo disprezzo verso le lingue "subalterne", vale a dire, tutte le altre. Il complesso di superiorità, che sempre accompagna una lingua imperiale o impero-dipendente, è così consustanziale alla sua essenza che si manifesta anche tra gli attivisti anglofoni impegnati nella lotta per un mondo migliore: i loro media sono la prova tangibile che le loro pubblicazioni tradotte dalle lingue "subalterne" rappresentano soltanto una percentuale insignificante del loro contenuto complessivo. Il problema non sta tanto nel fatto che le traduzioni dall'inglese in altre lingue, in confronto, siano spaventosamente più numerose, quanto piuttosto nella mancanza di reciprocità nella direzione inversa. Noi tutti siamo colpevoli di avere accettato, sinora, questa disparità.

Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica, nasce come omaggio postmoderno alla omonima e sventurata città stato che commise il tragico errore di fidarsi di un impero, quello spagnolo, per combattere contro un altro meno potente, quello náhua, soltanto per poi scoprire, quando ormai era troppo tardi, che non c'è da fidarsi degli imperi, di nessuno di loro, perché usano i loro subalterni solo come leva per raggiungere i loro obiettivi. I traduttori globali di Tlaxcala intendono riscattare l'antico destino perduto dei tlaxcaltechi.

I traduttori di Tlaxcala credono nell'alterità, nella positività di avvicinarsi al punto di vista degli altri e per questo motivo hanno deciso di impegnarsi a de-imperializzare la lingua inglese pubblicando in tutte le lingue possibili (incluso l'inglese) la voce di scrittori, pensatori, fumettisti e attivisti che oggi scrivono i loro testi originali in lingue che l'influenza dominante dell'impero non permette di ascoltare. Allo stesso tempo, i traduttori di Tlaxcala permetteranno, anche a chi non parla inglese, di confrontarsi con le idee di autori di lingua inglese ancora ai margini, oppure pubblicati in spazi davvero molto limitati e difficili da individuare.

La lingua inglese, nella sua dimensione di apparato istituzionale di conoscenza, funziona come una struttura globale che presenta le lingue e le culture del mondo a propria immagine e somiglianza, senza degnarsi di cercare l'assenso di quello stesso mondo che millanta di rappresentare. I traduttori di Tlaxcala sono convinti che i Signori del Discorso possano essere sconfitti e sperano di neutralizzare un siffatto apparato, fiduciosi che il mondo possa diventare multipolare e multingue, vario come è varia la vita stessa.

Tlaxcala fonda la scelta dei suoi testi sui valori fondamentali della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, perseguendo il pieno rispetto dei diritti e della dignità della persona. I traduttori di Tlaxcala sono antimilitaristi, antimperialisti e contrari alla globalizzazione neoliberista delle multinazionali. Aspirano alla pace ed all'uguaglianza tra tutte le lingue e culture. Non credono né nello scontro delle civiltà, né nell'attuale crociata imperiale contro il terrorismo. Si oppongono al razzismo ed alla costruzione di muri o recinzioni ad alta tensione, sia fisici, sia linguistici, che impediscano la naturale libertà di movimento e di condivisione tra i popoli e le lingue del pianeta. Ambiscono a promuovere stima, riconoscimento e rispetto dell'Altro, così come anche ad esprimere il desiderio che Lei/Lui cessino di essere un oggetto della storia per diventarne un soggetto con pari dignità. Questo impegno è volontario e libero. Tutte le traduzioni di Tlaxcala sono in Copyleft e, pertanto, libere di essere riprodotte a scopo non commerciale, purché ne venga citata la fonte.

Traduttori ed interpreti di tutte le lingue, connettatevi e unitevi! Webmaster e blogger di tutti i colori dell'arcobaleno che condividete le nostre preoccupazioni, contattateci!


* * *

La scelta di rendere pubblico il nostro manifesto il 21 febbraio non è casuale. Negli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta, il 21 febbraio veniva celebrato come il giorno dell'anticolonialismo e dell'antimperialismo.

In questa stessa data, nel 1944, Parigi si svegliò con i muri tappezzati di manifesti rossi che annunciavano l'esecuzione, al Mont Valérien, di 23 "terroristi", lavoratori immigrati membri del gruppo Franchi Tiratori e Partigiani-Mano d'opera immigrata, la prima organizzazione di resistenza al nazismo in territorio francese. Il capo del gruppo, Missak Manouchian, un armeno trentaseienne, era un immigrato scampato al genocidio perpetrato nel suo Paese. Ai collaborazionisti francesi, che assistettero a quel processo sommario davanti ad un tribunale militare nazista chiamandolo métèque (meteco), un temine dispregiativo per indicare gli stranieri, Manouchian rispose: "la cittadinanza francese voi l'avete ereditata, io me la sono guadagnata".

"Il tempo dei martiri è venuto e se io sarò uno di loro, ciò avverrà per la causa della fratellanza, l'unica cosa che può salvare questo Paese". Furono queste le ultime parole di Malcom X prima di venire assassinato nel corso di una conferenza ad Harlem, il 21 febbraio del 1965, da membri della Nation of Islam, da cui Malcom X si era separato nel 1963 per creare l'Organizzazione dell'Unità Afroamericana. Nel 1966, i suoi assassini furono condannati all'ergastolo ma, come spesso accade, chi tramò il suo omicidio, i Signori dell'Impero, sono rimasti impuniti.

Malcolm X, alias El-Hajj Malik El-Shabazz, il cui nome originario era Malcom Little, aveva 39 anni. Era tornato da un pellegrinaggio alla Mecca dove aveva incontrato pellegrini di tutte le provenienze scoprendo, in questo modo, l'universalità. Una delle ragioni della sua rottura con la Nation of Islam furono i contatti di quest'ultima con il Ku Klux Klan per negoziare la creazione di uno Stato nero indipendente nel Sud degli Stati Uniti, proprio come aveva fatto il fondatore del sionismo, Theodor Herzl, quando chiese l'appoggio dei peggiori antisemiti per il suo progetto di Stato ebraico. Per Malcom, il cui padre era stato vittima del Ku Klux Klan, una siffatta collaborazione era impensabile.

In questo giorno della memoria, Tlaxcala nasce sotto gli auspici di questi due combattenti per la lotta dei popoli, Missak Manouchian e Malcolm X.

lunedì, febbraio 20, 2006

I tre di Tipton - post in sospeso

[Ho tenuto questo post in sospeso per un paio di giorni perché pensavo che la notizia circolasse e fosse smentita o confermata. In seguito Craig Murray ha dichiarato che le sue fonti sono le persone che erano presenti ai fatti, e che la vicenda gli è stata riferita nell'ufficio di Winterbottom. A questo punto, visto che il racconto risulta essere di prima mano e vero, ecco il post]

Del film di Michael Winterbottom si è sentito parlare, nei giorni scorsi: The Road to Guantanamo racconta la storia vera di Shafiq Rasul, Asif Iqbal e Ruhal Ahmed, tre amici musulmani di Tipton, nelle West Midlands (sarebbero diventati noti come "i tre di Tipton"), che partirono per andare a un matrimonio in Pakistan, finirono catturati dalle forze statunitensi in Afghanistan e infine portati a Guantanamo, dove trascorsero due anni di carcere e furono sottoposti a un trattamento brutale e umiliante.
Prolungati interrogatori stabilirono che non avevano alcun collegamento con al Qaeda, e furono rilasciati nonostante i loro appelli fossero stati ignorati dalle autorità del Regno Unito. I mezzi d'informazione britannici trasmisero in diretta il rimpatrio di questi "sospetti terroristi", che furono immediatamente prelevati dalla polizia e nuovamente sottoposti a interrogatorio. La stampa praticamente ignorò il loro successivo rilascio, ma anche la polizia britannica riuscì a stabilire che non avevano niente a che fare con il terrorismo.

La scorsa settimana il regista Michael Winterbottom, accompagnato dai tre ex-detenuti e dal cast, ha presentato il suo film al Festival del Cinema di Berlino.
Al ritorno in patria i tre di Tipton sono stati nuovamente arrestati e trattenuti per ore dalla Sezione Speciale in base alla legge britannica per la prevenzione del terrorismo: è stato loro chiesto dove fossero stati e chi avessero incontrato. Sono inoltre state fatte delle domande sulla politica del regista.
E non è finita.
Facevano parte del gruppo anche i tre attori - estranei ad affiliazioni politiche o religiose, ma di origini asiatiche - che interpretano gli ex-detenuti nel film: arrestati e interrogati anche loro, per ore.

I tre di Tipton sono innocenti. Sono stati due anni a Guantanamo, da innocenti.
E anche gli attori che li interpretano sono innocenti. E forse il film non è nemmeno un gran film.

Di fronte a una storia così preferirei credere che Craig Murray si fa un bicchierino, di tanto in tanto.

Link

Altre curiosità su Guantanamo

È noto che gli Stati Uniti promisero (e apparentemente pagarono) ingenti somme di denaro in cambio della cattura di persone identificate come "combattenti nemici" in Afghanistan e in Pakistan.

Ecco il testo di uno dei volantini distribuiti in Afghanistan:

"Diventate più ricchi e potenti di quanto possiate sognare... Potrete ricevere milioni di dollari se aiuterete le forze anti-talebane a prendere gli assassini talebani e di al Qaeda. Il denaro vi basterà per prendervi cura della vostra famiglia, del vostro villaggio e della vostra tribù per tutta la vita. Pagate il bestiame e i dottori e i libri di scuola e l'alloggio per tutti i vostri familiari."

Dal Rapporto sui detenuti di Guantanamo compilato da Mark e Joshua Denbeaux e dagli studenti dell'Università di Seton Hall sulla base dei dati forniti dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti. Qui il pdf in inglese (ho già detto che è un pdf?).

Il 28 marzo del 2002 il Segretario della Difesa Donald Rumsfeld disse:
"Come è accaduto in conflitti precedenti, il paese che fa dei prigionieri generalmente decide che non è il caso di rimandarli sul campo di battaglia. Tengono in arresto quei combattenti nemici per la durata del conflitto. Lo fanno per una semplicissima ragione, che ritengo ovvia, e cioè impedire loro di tornare a combattere e, in questo caso, a uccidere altri americani e a condurre altre azioni terroristiche."

Tuttavia il Rapporto di Seton Hall conclude che la grande maggioranza dei detenuti di Guantanamo non ha mai partecipato ad alcun combattimento contro gli Stati Uniti su un campo di battaglia.
Inoltre, nel rapporto si legge che solo il 5% dei detenuti di Guantanamo definiti come "combattenti nemici" fu arrestato direttamente dalle forze statunitensi; l'86% fu catturato dal Pakistan o dall'Alleanza del Nord e successivamente consegnato agli Stati Uniti, proprio all'epoca in cui questi ultimi offrivano i premi in denaro.

Ma emergono altri dati interessanti:
I detenuti presi in considerazione sono 517.
Per il 55% non è stata accertata la responsabilità di atti ostili contro gli Stati Uniti o gli alleati della loro coalizione.
Solo l'8% rientra nella definizione di "combattenti di al Qaeda". Dei restanti detenuti, il 40% non ha nessun legame certo con al Qaeda e il 18% non ha affiliazioni né con Al Qaeda né con i Talebani.
Il Governo ha arrestato molte persone basandosi sulle sempici affiliazioni a un esteso numero di gruppi che di fatto non si trovano sulla lista delle organizzazioni terroristiche della Sicurezza Nazionale. Inoltre, il nesso tra questo tipo di detenuti e tali organizzazioni varia considerevolmente. L'8% è "combattente per", il 30% è considerato "membro di", mentre una larga maggioranza - il 60% - è in arresto per semplice "associazione" a un gruppo o con dei gruppi che secondo il Governo sono organizzazioni terroristiche. Per il 2% dei prigionieri non è stato identificato alcun collegamento con gruppi terroristici.

E queste sono alcune delle prove citate dal Governo per dimostrare che i detenuti rientrano nella definizione di "combattenti nemici":
- associazione con individui e/o organizzazioni non specificati e non nominati;
- associazione con organizzazioni ai cui membri il Dipartimento della Sicurezza Nazionale aveva dato il permesso di entrare negli Stati Uniti;
- possesso di fucili;
- uso di una guest-house;
- possesso di orologi Casio;
- uso di capi d'abbigliamento militare.

sabato, febbraio 18, 2006

Curiosità da Guantanamo

Uno yemenita, che qualcuno ha accusato di essere una guardia del corpo di bin Laden, durante un lungo interrogatorio è crollato e ha detto esasperato, 'OK, ho visto bin Laden cinque volte: tre su Al Jazeera e due durante un telegiornale in Yemen'. Questa confessione così figura nel suo verbale di 'combattente nemico': 'Il detenuto ha ammesso di conoscere Osama bin Laden.'"

Fonte: "Empty Evidence", di Corine Hegland, National Journal.

venerdì, febbraio 17, 2006

La dieta palestinese

Israele prepara pesanti sanzioni economiche all'Autorità nazionale palestinese (Anp) a partire dall'insediamento questo sabato di Hamas nel Consiglio legislativo palestinese. Tra le prime sanzioni ci sarà l'interruzione del trasferimento dei fondi per il pagamento di dazi doganali e di altre imposte che Israele riscuote per conto dell'Anp. Sono stati proposti anche la revoca dei permessi di ingresso ai lavoratori palestinesi di Gaza e il divieto totale di attraversamento fra Gaza e la Cisgiordania.
Però il governo israeliano non vuole essere accusato di affamare i civili palestinesi, e quindi non saranno tagliati i finanziamenti alle agenzie umanitarie.
Come ha detto il consigliere del premier Dov Weissglas, "È come una visita dal dietologo. Vogliamo farli dimagrire, non morire."

giovedì, febbraio 16, 2006

Da non credere

Eh beh:

Abu Ghraib è un'incubatrice di terroristi, sapete. Hanno il tempo di farsi torturare e anche di organizzarsi.

Fonte: New York Times

mercoledì, febbraio 15, 2006

Il favoloso mondo di Scott McClellan/2

Ieri:

D: Scott, ho solo altre due domande sull'incidente di caccia del vicepresidente. Il presidente pensa che il vicepresidente dovrebbe parlarne pubblicamente, personalmente, rivolgendosi al popolo americano, spiegando cosa è accaduto e perché è passato tanto tempo prima che fosse reso pubblico?

MR. McCLELLAN: Be', credo che sia stato spiegato, l'accaduto. L'ufficio del vicepresidente ne ha parlato; io ne ho parlato. E io rappresento il presidente e parlo per suo conto. Anche il portavoce del vicepresidente parla per suo conto. E quindi le informazioni sono state date. Ne abbiamo parlato a lungo ieri.

D: Quindi il presidente non crede che il vicepresidente dovrebbe parlarne lui stesso, e non attraverso degli intermediari?

MR. McCLELLAN: Lei ha regolarmente parlato con il vicepresidente in passato, e sono certo che potrà farlo anche in futuro.

D: Ma secondo lei non avrebbe dovuto parlare direttamente...

MR. McCLELLAN: Be', lo ha fatto, attraverso il suo ufficio.

Ora, ditemi voi se quest'uomo non è sotto l'effetto del Grande Fungo.

martedì, febbraio 14, 2006

Il Grande Fungo/L'attesa terza parte

(L'antefatto è qui)

-- terza parte --
"(dove si prende una piega lievemente splatter, perché nessuna religione vale niente senza un po' di sangue e due teste mozzate)
L'umanità continuava a proliferare sulla testa di Calaverbert, con suo sommo disgusto. Non nascondeva un certo gusto quando quella melma in cui si trasformavano quei corpi morti entrava a far parte di lui, ma lo stesso, quelle presenze erano per lui ormai una ossessione che gli toglieva il respiro, ammesso che i funghi respirino.
Calaverbert era tutto preso dalla sua crescita e dalla produzione di nuove spore, quando si accorse che lassù qualcosa di strano stava succedendo: ora il sangue nutriente era molto di più, e anche i cadaveri... c'era qualcosa che stava uccidendo meglio lassù, e non era lui: doveva scoprire, e imparare.
Per la seconda volta (la prima era stata quando aveva visto i bipedi. sennò non avrebbe saputo che erano bipedi. oh insomma, stiamo attenti?) emerse da terra: come il periscopio di un sottomarino, un piccolo fungo bianco spuntò sotto una quercia, a guardare cosa stava succedendo. Nuovi uomini popolavano quella terra: avevano molta più stoffa addosso, e dei tubi di metallo che scoppiavano, facendo così tanto rumore! Calaverbert li odiava ancora di più degli altri, quelli di prima. Era deciso a fare qualcosa per liberarsene.
Nel locale dell'inizio, le luci si abbassano: la storia è ancora lunga, ma si inizia ad intravedere un losco piano."

-- fine della terza parte --

Paura?

Fuori i secondi/Il complicato mondo dei numeri due

Miguel mi regala questo per la mia collezione di braccidestri: il numero 2 di Al Qaeda in Yemen è comparso in giudizio con altri quattro sospettati di appartenere alla rete terroristica.
Il saudita Mohammed Hamdi al-Ahdal è stato arrestato nel novembre del 2003 ed è accusato di far parte di una banda armata che aveva il compito di attaccare gli interessi stranieri in Yemen e di danneggare la stabilità e la sicurezza del paese, e anche di aver causato la morte di 19 poliziotti che gli stavano dando la caccia. Non in un'unica sparatoria (frenate la fantasia) ma tra il 2000 e il 2003. E anche di aver preso soldi da bin Laden.
Un altro sospetto è accusato di aver offerto un nascondiglio ad Ahdal mentre era in fuga, ma lui dice di essere stato arrestato per una disputa tra la sua tribù e lo stato (insomma, una cosa da Forum). Gli altri tre invece avrebbero falsificato passaporti e documenti, e si sono fatti un po' di Guantanamo prima di essere estradati.
Nessuno di questi quattro è, comunque, un numero tre.
Tuttavia, ricorderete che una decina di giorni fa da una prigione yemenita sono evasi ben 23 sospetti membri di Al Qaeda, e questo complica le cose. Non potevo far collezione di boccette di profumo, di rossetti Marais, di gatti in silverplate, di simpatici calzini antiscivolo? No, la signora vuole i braccidestri di Al Qaeda. Aha.

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Make-up
Fondotinta Hide&Seek n. 2, blush Irréelle color Incognito, mascara volumizzante Qaeda Queen, ombretto Holographic beige. Sarete truccate/i benissimo: non vi riconoscerà nessuno.

La commovente storia di un fungo

Tutto cominciò un pomeriggio di febbraio (beh, ieri), quando Anna disse: "ho una storia interessantissima sui funghi. a qualcuno va di sentirla?"

Riassunto delle puntate precedenti:

"C'era una volta un locale, dove l'Anna andava di tanto in tanto. Quella sera, per una serie di coincidenze che non esiterei a definire magiche, si trovavano lì alcuni amici che non vedeva da un po'. si sedette, e iniziarono a conversare. tutto ad un tratto, per un incrocio di destini, venne fuori che tutti avevano visto quella particolare puntata del programma Gaia in cui - fra morti e distruzioni varie, ed entusiasmanti nuovi modi di immaginare il collasso del pianeta - si raccontava anche la commovente storia di un fungo, che per rispetto della privacy chiameremo Herbert.
Herbert era nato come nascono tutti i funghi, ovvero in un modo certamente complicato e che ignoro completamente, in un piccolo paese dell'Oregon (sì ragazzi, credo anch'io si tratti della Castle Rock di Stand by me).
Ma Herbert non era come gli altri funghi, Herbert aveva un sogno: diventare l'organismo vivente più graaaande della terra."

-- fine prima parte --

A questo punto l'Autrice propose un sondaggio:
digitate:
a) se volete proseguire la storia.
b) se piuttosto la morte.
c) se volete far entrare nella storia il simpatico omino dei popcorn.
d) se volete che il nome del fungo diventi Calaverbert.

per un complicato sistema di voto, i risultati furono una e) e una d).
Vinse la d), che comunque valeva doppio.

-- seconda parte --

"(Dove due piani di realtà si intersecano, rendendo il tutto piuttosto confuso e anche per questo attuale e fico)
Nel locale dell'inizio si ordinano altri spritz, i giovini si siedono più vicini, e come un oscuro mantra si ripetono l'agghiacciante storia del fungo.
Quando Calaverbert era nato, il suolo sopra di lui ospitava solo qualche bisonte, una sequoia, tre scoiattoli e otto cimici. Nessuno di loro si era interessato alla nascita del nostro eroe. Ma il nostro eroe, sotto i tre metri di terra che lo proteggevano, se la rideva: ah ah ah(a)! Sciocchi esseri mobili! Sprecate pure le vostre vite a passeggiare e mangiare e riprodurvi. Verrà il tempo che le vostre carcasse diventeranno fertile humus per i miei denti!
Calaverbert, come tutti i funghi, era terribilmente invidioso e soffriva di un forte senso di inferiorità nei confronti di tutti gli esseri mobili. Diversamente dagli altri funghi, però, era terribilmente megalomane: questo l'avrebbe reso una minaccia per la vita mobile di quella parte di pianeta. (Qui l'autore spinge un po' sul tasto del terrore per ricordare agli spettatori che la fonte della storia è Gaia, e anche un po' per tenere la tensione alta e la palpebra vibrante)
Come aveva ragione Calaverbert! Dalla sua posizione privilegiata vide secoli di vita mobile nascere e morire, decomporsi e divenire cibo per lui. E come gli sembravano brevi e inutili quelle creature! Certo, in qualche modo le ringraziava, parché senza di loro il suo sogno di potere non si sarebbe mai realizzato.
Passarono i secoli, Calaverbert era ormai grande come la provincia di Parma, e continuava a crescere. Era ancora il solo ad essere conscio della propria importanza. Quand'ecco, una nuova creatura iniziò a calpestare il suo suolo: camminava eretto, era senza peli, e articolava una varietà di suoni a lui ignota. Proprio per questi suoni Calaverbert iniziò ad odiare questa specie più di quanto avesse fino ad allora odiato tutti i mobili."

-- fine della seconda parte --

A questo punto avevamo già sperimentato sulla nostra pelle che il fungo è il vero oppio dei popoli. E i popoli chiedevano a gran voce il seguito, con ife e spore in quantità, al suono di slogan come: "SA-PRO-FI-TI! SA-PRO-FI-TI!", "FUNGARE TUTTI FUNGARE MENO", "ANNA CE L'HA INSEGNATO, PARLAR DI FUNGHI NON È REATO", "O FUNGO O DEFUNGO!", "MORE ROOM FOR MUSHROOM!".

E così, Anna disse:
"Il fungo arriverà.
Verso le due del pomeriggio.
Ho detto."
Misteriosamente, però, si firmò Ghezzi Enrico.

lunedì, febbraio 13, 2006

La French Connection

"Ogni cinque o sei settimane Maurice Gourdault-Montagne, consigliere diplomatico del presidente francese,  vola a Washington per incontrare la sua controparte, il consigliere per la sicurezza nazionale Stephen Hadley. Trascorrono alcune ore a coordinare le strategie sull'Iran, la Siria, il Libano e altre zone calde, e poi il francese ritorna in patria. Tra un incontro e l'altro, i due parlano spesso al telefono, di solito il martedì e il giovedì.

Benvenuti alla French Connection. Benché il legame tra i massimi consiglieri di politica estera dei presidenti Bush e Chirac sia quasi sconosciuto al mondo esterno, è emerso come un elemento importante nella pianificazione statunitense. A livello pubblico, la Francia può ancora essere oggetto delle beffe dei politici americani, ma in questi contatti diplomatici privati l'Eliseo è diventato uno degli alleati più importanti ed efficaci della Casa Bianca..."

"Il nuovo alleato di Bush: la Francia?", di David Ignatius, tradotto per Tlaxcala su mirumir 2.0.

domenica, febbraio 12, 2006

Il numero 2, quasi

Ricordate il raid aereo di un mese fa contro un'abitazione di un villaggio situato nella zona di confine tra Pakistan e Afghanistan? Quello in cui oltre a una dozzina di civili innocenti doveva essere morto anche Al Zawahiri, e invece no? Ecco, i Predator hanno mancato il numero 2, ma hanno preso in pieno un suo parente stretto. Forse il genero. Aha.

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Make-up:
Fondotinta antitraccia Teint Idole ultra, unmanned eyeliner Drone Perfection, lipgloss Deadly Strike nelle sfumature del rosa, cipria illuminante les Météorites, edizione invernale 2005.

venerdì, febbraio 10, 2006

Il favoloso mondo di Scott McClellan

Quando George W. Bush tace (dopo la fantastica uscita sulle "Liberty-I mean-Library-I mean-Bank Towers in Los Angeles") c'è pur sempre il suo addetto stampa Scott McClellan.
Ecco come ha gestito le domande di "Helen" durante la conferenza stampa di ieri alla Casa Bianca.

Domanda: Questa dovrebbe essere una guerra al terrorismo, e per sua stessa ammissione il Presidente ha detto che non c'era nessun collegamento tra l'Iraq e i terroristi. Dunque perché siamo ancora in Iraq a uccidere e a farci uccidere?

MR. McCLELLAN: Be', credo che il Presidente ne abbia già parlato oggi. La posta in Iraq è alta. E ha detto su cosa ci stiamo concentrando...

D: ... perché è alta?

MR. McCLELLAN: Be', l'Iraq è il fronte principale nella guerra al terrorismo. Basta vedere la lettera di Zawahiri a Zarqawi. Riconoscono quanto ci sia in ballo. E noi facciamo altrettanto. E dobbiamo continuare a procedere con il nostro piano per ottenere la vittoria. Ecco perché ci stiamo concentrando...

D: Perché siete andati in Iraq?

MR. McCLELLAN: Be', il Presidente è...

D: Non c'erano, i terroristi.

MR. McCLELLAN: Non sto cercando di tornare sul fatto che... sulle decisioni che abbiamo già preso.

D: Io sì.

MR. McCLELLAN: Abbiamo già spiegato dettagliatamente le ragioni per cui ci siamo andati, ed era perché Saddam...

D: Che poi si sono rivelate sbagliate.

MR. McCLELLAN: La scelta spettava a Saddam Hussein. Continuava a sfidare la comunità internazionale. E il Presidente dopo l'11 settembre decise che non intendevamo aspettare che le minacce si concretizzassero. Dovevamo affrontarlo prima che fosse troppo tardi. E come ha già detto oggi...

D: Era l'Iraq, e non c'erano.

MR. McCLELLAN: Be', credo che avrebbe dovuto ascoltare bene quello che ha detto il Presidente oggi.

D: L'ho fatto.

MR. McCLELLAN: Ha parlato dell'importanza della libertà che sconfigge il terrorismo e della sua capacità di imporsi. Il Medio Oriente è una regione del mondo pericolosa. Quello che stiamo cercando di fare...

D: Perché è stato attaccato l'Iraq?

MR. McCLELLAN: Quello che stiamo cercando di fare è contribuire a trasformare quella regione martoriata offrendole un futuro più promettente. È questo l'effetto della libertà. Le società libere sono società pacifiche. E un Iraq libero contribuirà a ispirare il resto del Medio Oriente.

giovedì, febbraio 09, 2006

Come maltrattare Google e vivere felici

Il premio "Più culo che giudizio" 2006 va alla chiave di ricerca "carcere Abu Grim."



martedì, febbraio 07, 2006

Gggiovani

Mario, 85 anni.
- Miro, lo sai che mi hanno chiesto di coordinare un gruppo di ragazzini per una trasmissione... aspetta, è una tivù di giovani.
- Coordinare?
- Ma sì, ragazzini delle scuole, io darò una mano. Per una televisione che si chiama, aspetta... MTV.
- Mario, MTV?
- La conosci?

domenica, febbraio 05, 2006

Un numero 4, preso

L'ANSA dà la notizia dell'arresto del numero 4 di Al Qaeda, ponendo qualche problema di classificazione. "Mohammed Rabih Abou Zar è stato arrestato qualche giorno fa a Baghdad. È un iracheno. È tutto ciò che posso dire per il momento", ha dichiarato il capo ufficio stampa del ministero dell'interno iracheno. Sarà il solito numero 4 della borgata, un rimpiazzo momentaneo, un succedaneo di passaggio?
Nel frattempo quello che mi preoccupa è la notizia della recente cattura di 270 combattenti di Al Qaeda. Prima si prendono, poi si catalogano, infine si numerano. Qua ci giochiamo mezzo organigramma di bracci destri, mi sa.

sabato, febbraio 04, 2006

Frasi del giorno

"Credo che esista un Onnipotente, e credo che la libertà sia il dono dell'Onnipotente a questo mondo."
George W. Bush; citato in Mark Silva, "Bush Touts Plan in Tennessee" (Chicago Tribune, 1° febbraio)

"La Provvidenza tiene sotto la propria speciale protezione i bambini, gli idioti e gli Stati Uniti d'America."
Lord Bryce, autore di The American Commonwealth, 1888. Citato in Martin Peretz, "BHL USA" (New Republic)

via John Brown, USC Center on Public Diplomacy.

Vogliamo i nomi

Chiave di ricerca del giorno: "chi ha votato Ahmadinejad".



Della serie: non ci accontentiamo di un numero.

venerdì, febbraio 03, 2006

The Memo, Reloaded

Ci sarebbe stato un incontro di circa due ore tra Bush e Blair, il 31 gennaio 2003 - due mesi prima dell'invasione dell'Iraq -, durante il quale Bush parlò della possibilità di orchestrare un incidente in cui Saddam sarebbe stato costretto ad attaccare aerei da ricognizione delle Nazioni Unite, fornendo un valido pretesto per colpire l'Iraq. In quell'occasione, inoltre, Blair dichiarò di essere "stabilmente dalla parte del Presidente e pronto a fare tutto ciò che serviva per disarmare Saddam".
Il memo che documenta l'incontro è stato visto da Philippe Sands, professore di diritto internazionale all'University College di Londra, e rivelerebbe che:

- Bush disse a Blair che gli Stati Uniti erano così preoccupati per il fatto di non riuscire a trovare prove consistenti contro Saddam che pensavano di far volare sull'Iraq degli aerei da ricognizione U2 con i colori delle Nazioni Unite. Così, se Saddam li avesse attaccati, avrebbe violato le risoluzioni dell'ONU.

- Bush espresse perfino la speranza di riuscire a procurarsi un transfuga iracheno che facesse una pubblica dichiarazione sulle armi di distruzione di massa di Saddam. Inoltre accennò anche a una piccola possibilità che Saddam potesse essere assassinato.

- Da parte sua, Blair disse a Bush che una seconda risoluzione dell'ONU sarebbe stata una specie di polizza d'assicurazione, perché avrebbe fornito una copertura internazionale, anche con gli arabi, nel caso qualcosa fosse andato storto durante la campagna militare: metti che Saddam si fosse messo a bruciare i pozzi di petrolio, ad ammazzare bambini, o a fomentare divisioni interne.

- Bush disse a Blair che riteneva improbabile che potesse verificarsi una guerra intestina tra le diverse religioni e i vari gruppi etnici.

Il fatto che Blair abbia offerto il proprio appoggio ai piani di Bush di attaccare l'Iraq anche in assenza di una seconda risoluzione dell'ONU contrasta con le assicurazioni che il primo ministro inglese diede al Parlamento poco tempo dopo. Il 25 febbraio 2003 Blair disse alla Camera dei Comuni che il governo stava dando a Saddam "un'ulteriore, ultima occasione per disarmarsi volontariamente".

Disse infatti: "Detesto il suo regime - come spero facciano la maggioranza delle persone - ma anche ora potrebbe salvarlo se si conformasse alle richieste delle Nazioni Unite. Perfino ora, siamo preparati a fare un passo in più per ottenere pacificamente il disarmo."

Tre settimane prima questi pensavano già di camuffare un U2 con i colori dell'ONU e di farlo volare sull'Iraq, ecco.
Sempre che il memo esista. Secondo il Guardian, esiste. Channel Four ne ha fornito degli estratti.

Se non esiste, sono pronta a partire da subito con la dietrologia e il fondotinta.

giovedì, febbraio 02, 2006

Not literally

Pesco a caso, per esempio dal Corriere:
"In quello che passerà alla storia come il discorso dell''America drogata di petrolio', Bush ha detto che il Paese deve diminuire la sua dipendenza dalle importazioni di greggio dal Medio Oriente, regione instabile, del 75% entro il 2025; che la tecnologia è il modo migliore per farlo; che aumenterà del 22% i finanziamenti per la ricerca sull'energia pulita; che gli sforzi devono concentrarsi su auto a idrogeno e ibride, sul solare, sull'energia eolica e su 'energia nucleare pulita e sicura.'"

L'Arabia Saudita, però, non ha reagito benissimo:
Mercoledì l'ambasciatore saudita a Washington, il principe Turki al-Faisal, ha detto che avrebbe chiesto all'ufficio del signor Bush "cosa esattamente intendeva dire con quelle parole."

Risultato:
Mercoledì, il segretario per l'energia e il direttore del Consiglio economico nazionale di Bush hanno detto che "il presidente non parlava in senso letterale."

Esattamente come le sedici parole di tre anni fa: "The British government has learned that Saddam Hussein recently sought significant quantities of uranium from Africa." "Il governo britannico ha appreso che Saddam Hussein recentemente tentava di procurarsi una notevole quantità di uranio dall'Africa."
Bush non va preso alla lettera, lo sanno tutti che ha problemi di dipendenza dal greggio.

The State of the Onion

Eliminato l'ottanta per cento dei numeri due di al QaedaWASHINGTON, DC - Lunedì il Pentagono ha annunciato che l'80% dei bracci destri di Osama bin Laden è stato eliminato. "Quasi 1600 capi di al Qaeda classificati come numeri due sono stati spazzati via," Ha dichiatato il Ten. Col. Mark Allison. "Adesso ne rimangono solo 400." Dopo il fallimento della missione per uccidere il numero 2 di bin Laden Ayman al-Zawahri con un attacco missilistico su un villaggio pakistano il 13 gennaio, le forze americane hanno intensificato le ricerche del numero 2 Ahmed Al-Zahnami, o, in alternativa, del numero 2 Amman al-Zaharani, oppure del numero 2 Ahmed al-Zafarani.

Notizia finta di The Onion. In realtà siamo solo a 35 bracci destri di Al Zarqawi e a 3 numeri due di bin Laden. Tranquilli, tengo il conto.

martedì, gennaio 31, 2006

Questo è odio

"Mentre si contavano i voti delle elezioni palestinesi e il mondo si rendeva conto delle dimensioni della schiacciante vittoria di Hamas, Aya al-Astal si è allontanata da casa e gironzolando si è avvicinata alla recinzione che si trova lungo il confine tra la striscia di Gaza e Israele.
I suoi genitori, che stavano seguendo i risultati del voto alla televisione, si sono accorti che la loro bambina di nove anni non c'era più. Non sanno esattamente cosa sia successo, ma l'esercito israeliano ha detto in seguito che il comportamento di Aya era sospetto e ricordava quello di un terrorista - si era avvicinata troppo alla recinzione - e così un soldato le ha sparato addosso ripetutamente, colpendola al collo e squarciandole lo stomaco.

Aya è stata il secondo bambino ucciso dall'esercito israeliano la scorsa settimana. Soldati nei pressi di Ramallah hanno sparato al tredicenne Munadel Abu Aaalia alla schiena mentre con due suoi amici camminava lungo una strada riservata ai coloni ebrei. L'esercito ha detto che i ragazzi avevano in mente di lanciare pietre contro auto israeliane, e questo è considerato dall'esercito terrorismo."

La madre di Aya ha detto:

"le hanno sparato al collo e allo stomaco. Lo stomaco le usciva di fuori. Non abbiamo idea del perché sia andata là, ma era una bambina. Era così piccola. Aveva nove anni. Non portava l'hijab. Era chiaro che era solo una bambina. Questo è odio."

Fonte: The Guardian, 30 gennaio 2006.

Due voci dal Glossario dell'espropriazione, di De Rooij:

Zona di sicurezza : Zona di morteAlla fine di dicembre 2005 Israele ha dichiarato una zona di sicurezza, cioè un'area arbitraria vicino al confine con Gaza (dalla parte dei palestinesi) in cui tutti coloro che vi si fossero trovati sarebbero stati uccisi. Inoltre, Israele sta anche ideando delle mitragliatrici automatiche fissate al muro che spareranno su qualsiasi cosa da una certa distanza. Anche se la vera natura di queste zone di morte è nota, alcuni giornalisti continuano a chiamarle "zone di sicurezza". E poi, visto che Israele si riserva il diritto di intervenire ovunque, questo significa che tutti i territori occupati sono zone di tiro libero.

Omicidio di minore gravità : Omicidio sanzionato
Molto prima dell'attuale intifada, a Hebron nel 1996 un colono israeliano colpì con una pistola l'undicenne Hilmi Shusha, uccidendolo. Un giudice israeliano prosciolse l'omicida, dicendo che il bambino era morto per conto suo "a causa della pressione emotiva." Dopo numerosi appelli e dopo le pressioni della Corte Suprema, che definì l'atto "omicidio di minore gravità," il giudice rivide la sentenza e, mentre infuriava l'Intifada di al Aqsa, condannò l'omicida a sei mesi di servizio in una comunità e a una multa di poche centinaia di dollari. Il padre del bambino accusò la corte di aver rilasciato una "licenza d'uccidere". Gideon Levy di Ha'aretz descrisse eloquentemente quella multa come il "prezzo di saldo di fine stagione della vita di un bambino," riferendosi ai dati raccolti da B'tselem, la principale organizzazione di difesa dei diritti umani in Israele, che documentava decine di casi simili in cui i colpevoli erano stati prosciolti o se l'erano cavata con una tirata d'orecchi.

La scoperta del giorno



Tenere in arresto le mogli dei sospetti terroristi può rivelarsi controproducente, dicono gli esperti.
Trattenere per due giorni una donna che sta ancora allattando il figlio neonato, sperando che questo contribuisca a stanare il marito; attaccare sulla porta di un sospetto combattente il biglietto "vieni a riprenderti tua moglie"; insomma, la tattica "voi uscite di lì e noi vi restituiamo la donne" finirebbe per amareggiare un po' gli iracheni.
A meno che per donne non si intendano le suocere, ma questa è una mia considerazione.

E con le scoperte sconvolgenti direi che per oggi abbiamo finito.

lunedì, gennaio 30, 2006

L'eredità

Dalla trascrizione dell'intervista esclusiva della CBS a Bush:

CBS: Ha avuto già tempo di pensare cosa farà quando non sarà più presidente?

PRESIDENTE BUSH: Sto cominciando a pensarci un po', sì. La prima cosa – la pietra di paragone sarà una una fondazione o una biblioteca Bush. Sarà in Texas, ma non so esattamente dove. Stiamo cominciando a sentire alcuni di quegli istituti per l'istruzione superiore e le loro idee. Mi piacerebbe lasciare un'eredità – o un centro studi, un luogo in cui la gente possa parlare di libertà e del modello di de Tocqueville e di ciò che de Tocqueville vide in America. Mi piacerebbe che ci fosse un luogo dove giovani studiosi possano venire a scrivere, pensare, articolare, opinare e insegnare, ma per ora non sono andato oltre. E poi naturalmente c'è questo bel posto in cui andare, il mio ranch.

Ogni limite ha la sua pazienza

Ultimamente guardo poco la tv, per un banale istinto di autodifesa. Se almeno l'antennista mi avesse già installato la parabola passerei i ritagli di tempo a guardare quei documentari edificanti dal titolo "Emozioni forti: la dinamo", "Il rodio, questo sconosciuto", "Invenzioni che hanno cambiato la storia: il motore diesel", "Relazioni pericolose: la vita affettiva delle tarantole" e "Vestiti, usciamo: avventure nella cucina molecolare".
Invece succede come l'altra sera, con Piero Angela su Rai3 a passeggiare sul pianoforte di Mozart e Berlusconi su ItaliaUno. Paura.

Se quindici anni fa mi avessero detto che un sabato sera del 2006 avrei visto Claudio Martelli in maglioncino blu condurre su una "rete Fininvest" un programma dal titolo L'Incudine, ospite Silvio Berlusconi in veste di Presidente del consiglio, giuro che avrei tentato di emigrare con i seguenti mezzi a mia disposizione:
1. accettare di trascorrere un periodo di tempo dai contorni incerti a Rotterdam, settore American Studies;
2. trasferirmi a Londra, cedendo alle insistenti benché graziosissime richieste di N.;
3. andare a insegnare l'italiano a Leningrado, nella gloriosa unione indivisibile di libere repubbliche.

Purtroppo:
1. American Studies a Rotterdam, non aggiungo altro. E non venitemi a dire che a Rotterdam c'è vita. Adesso, c'è vita.
2. Tendo a non accettare le proposte di matrimonio o di convivenza che mi giungono da uomini conosciuti su una pista di pattinaggio su ghiaccio. Neanche se mi hanno salvato da una frattura scomposta del femore (mio eroe).
3. Leningrado si chiamava già San Pietroburgo (le repubbliche libere avevano rivelato qualche difetto di saldatura) ma io mi rifiutavo caparbiamente di fare autocritica.

Ore 10.24 di lunedì 30 gennaio 2006: la paziente risulta lucida, presente a se stessa e disposta ad ammettere il crollo dell'URSS. "Sì, ebbene? Lo so da anni," ha dichiarato con tono di sfida. Messa alle strette, ha poi confessato: "L'ho visto su History Channel, due mesi fa."
Le sue ultime parole sono state: "Portatemi un antennista."

sabato, gennaio 28, 2006

The Guantanamo Happy Meal

Link a 2.0 sulle condizioni dei detenuti di Guantanamo che fanno lo sciopero della fame per ottenere un giusto processo. Anticipazione: stanno molto male.

Intanto so lavorando all'ipnopedia.

mercoledì, gennaio 25, 2006

Three-minute tragedies

Questa casa vuole dirmi qualcosa.

Mi faccio dare da mio padre uno dei televisori che tiene in un armadio e che risalgono all'epoca delle nonne. Televisori nuovi, che sono stati sintonizzati per tutta la loro breve vita catodicamente attiva solo su Sentieri o La schiava Isaura, per un'ora al giorno.
Il televisore entra in casa, si accomoda nello studio sul mobiletto che già ospita videoregistratore-lettore divx-playstation2, decide di perdere tutte le sintonie ed entra in modalità bianco e nero prima di addormentarsi per sempre senza neanche chiedermi "sognerò?".

Compro un cordless. Lo pesco da una pila di suoi simili, dopo una breve conta scaramantica. Mi segue fino a casa e si lascia mettere sotto carica mente leggo le istruzioni. Non è normale che faccia bleep e si illumini vivacemente ogni venti secondi, ma sono troppo affascinata dalla prospettiva di inserire il carismatico filtro VIP per considerarlo un sintomo di malfunzionamento. Penso compiaciuta: nuove ipnotiche tecnologie moderne, mi fa le feste, mi fa! Dopo due giorni mi rendo conto che se non ricevo telefonate non è per un improvviso calo di popolarità, ma perché il cordless è in coma vigile. Ormai fa bleep in tutte le lingue del mondo, lanciando SOS disperati, e io niente. In compenso mia madre continua a chiamare e ormai mi immagina morta in casa da quarantott'ore, con il signor G. che mi veglia listato a lutto.

Sono in modalità contemplativa quando decido di andare a vedere a che punto sta il ciclo dell'asciugabiancheria (solitamente me ne ricordo quando le tovaglie da sei si sono trasformate in tovagliolini da cocktail). La solita tragedia in tre minuti: il contenitore dell'acqua è uscito dalla sua base e una cascatella di medie dimensioni sta precipitando sul pavimento dove gioca al torrente di montagna con le piastrelle azzurre. Ho la relativa prontezza di lanciarmi sull'interruttore della corrente elettrica perché acqua ed elettricità non devono incontrarsi in questa vita, tanto meno in presenza dei miei piedi. Scivolo sui calzettoni antisdrucciolo (non pensati per condizioni estreme), cado, mi rialzo, mi tolgo al volo la felpa e la butto sul pavimento. Asciugo alla meno peggio, mi rialzo e sbatto la testa contro il portellone della maledetta macchina. La perdita di dati è consistente: scompaiono per sempre interi brani della Divina Commedia e dell'Onegin, buongiorno e buonasera in finlandese e il finale di Solaris, mentre del russo rimangono solo due proverbi e l'accorata domanda: "Скажите пожалуйста, где находится остановка автобуса?" ("Scusi, potrebbe dirmi dov'è la fermata dell'autobus?") Ma soprattutto, non capisco che ci faccio - io, un momento prima così distintamente zen - in un bagno allagato, in t-shirt bianca e calzettoni antisdrucciolo rosa shocking con la scritta stop! sulla pianta e una felpa fradicia sul pavimento, mentre nell'asciugabiancheria c'è solo un minuscolo e floscio tovagliolo blu.

Il televisore non sintonizza, il cordless non telefona, l'asciugatrice bagna, la Tivoli prende solo il rosario di Radio Maria, il forno impiega un'ora e venti per cuocere una pizza margherita e mettiamoci pure che fino a cinque giorni fa la portante non portava e le plafoniere non plafonavano. Dico.
Sabato mattina c'è stato un blackout di mezz'ora in tutta la città e io pensavo che fosse dovuto al mio uso irresponsabile dell'asciugacapelli: vecchiette bloccate in ascensori fermi tra il quarto e il quinto piano, catene del freddo spezzate per sempre, semafori in tilt, e tutto a causa dell'uso avido di un phon. Sto maturando sensi di colpa insopportabili, tutti invariabilmente legati all'elettricità e ai suoi utilizzi, e ho perfino valutato l'ipotesi di trasferirmi nella Croma grigia abbandonata sotto casa, quella targata Torino, gomma a terra, bollo scaduto, assicurazione di fantasia e multa sul parabrezza.

Odio tornare al solito horror giapponese pieno di studentesse in calzettoni o ai videogiochi estremi (quelli che per farti capire che avrai tanta paura esibiscono il disegnetto di una tarantola sul retro della confezione: una discreta scossa di panico anche per gli "aracnofobici lievi"), ma nell'episodio quattro di Silent Hill a un certo punto la tecnologia si ribellava, l'idraulica andava per i cazzi suoi e spuntavano strani bozzoli di bambini urlanti dal muro del tinello. Però con un set di candele per esorcismi si risolveva tutto senza tante storie (pozze di sangue escluse) e con l'ascia-bonus si poteva anche far fuori l'amministratore di condominio. E poi non si è mai visto in un gioco, neanche incappando nella conclusione pessimista, che la protagonista e il suo gatto finissero a dormire in una Croma abbandonata targata TO, in compagnia di un cordless autistico.

(Mi sono appena ricordata che in finlandese buon giorno si dice hyvää huomenta. Un finale all'insegna del'ottimismo.)

Non la testa, non l'anima/Intervista a Marwan Barghouti

Avevo raccolto un po' di materiale su Marwan Barghouti poco più di un anno fa, in due post: questo e questo

Questa è la traduzione della trascrizione completa dell'intervista esclusiva di Lindsey Hilsum a Barghouti per Channel 4 News del 22 gennaio 2006.

Marwan Barghouti: Gli israeliani sono riusciti ad arrestare il mio corpo, ma non la mia testa, non la mia anima. Non ci riusciranno. Non spezzeranno la nostra volontà di indipendenza e di libertà.
Sono rimasto in isolamento per la maggior parte del tempo. Non ho visto nessuno, non ho ricevuto le visite dei miei figli, di mia moglie, né di nessun altro.
Le è la prima giornalista, insieme agli altri che sto vedendo ora. Oggi è il primo giorno della mia vita in prigione in cui incontro qualcuno, dopo quattro anni.

Penso che Hamas faccia parte del popolo palestinese e che abbia il diritto di partecipare alle elezioni, e io personalmente in questi anni e anche l'anno scorso ho cercato di convincerli e di fare pressioni perché partecipassero alle elezioni.

Quindi ben venga questa decisione storica di Hamas, perché che cosa significa decidere di partecipare alle elezioni? Significa che credono nella democrazia, che sono pronti a lavorare secondo le regole della legge e della democrazia, e questo è molto importante.

Lindsey Hilsum: Quindi è la fine della lotta armata, è chiusa l'epoca delle bombe e dei fucili?

MB: Il popolo palestinese, questo dovrebbe essere chiaro, ha comunque il pieno diritto di resistere alle operazioni militari israeliane nei territori occupati.
Pensa forse che gli israeliani avrebbero lasciato Gaza se non ci fosse stata l'intifada, la resistenza? No. Sono rimasti 38 anni. Perché se ne vanno da Gaza? Io penso che sia un grande risultato dell'intifada.
Ma i palestinesi dovrebbero dare una possibilità a ogni genere di tentativo, internazionale e locale, e così faremo.
Mi creda, gli israeliani considerano un terrorista chiunque si opponga all'occupazione. Non è così.

Non credo che gli israeliani siano nella posizione e nella condizione di descrivere le persone, e credo che siano gli ultimi al mondo a poter parlare di terrorismo.

LH: Ma hanno prove specifiche. L'hanno portata davanti a un tribunale, avevano persone che a loro dire erano state assassinate. Hanno dimostrato il suo coinvolgimento, i documenti che dimostravano che lei pagava delle persone perché mettessero in atto attentati suicidi.

MB: Assolutamente no. E io non tratto con il tribunale israeliano. Non riconosco il diritto di Israele a condannare un capo palestinese, un membro palestinese del parlamento.

Gli israeliani non hanno rispettato la democrazia. Sanno benissimo che io non ho diretto attacchi militari qua e là. È la verità. Sono molto esplicito sul fatto che sostengo l'intifada palestinese e la resistenza palestinese.

Io le parlo mentre mi trovo in carcere, non mentre sono fuori. E, anche così, continuo a dirlo.

LH: Dunque cosa pensa adesso degli attentati suicidi che continuano a verificarsi? Ce n'è stato uno giorni fa a Tel Aviv…

MB: Siamo contrari.

LH: Sì, ma cosa pensa dei palestinesi che lo fanno?

MB: Penso che gli israeliani non aiutino i palestinesi a raggiungere una soluzione nelle loro discussioni interne. Più di una volta i palestinesi sono stati vicini a una decisione al proposito. Ma durante l'intifada gli israeliani hanno ucciso 800 bambini palestinesi.

LH: E questo giustifica l'uccisione di bambini israeliani da parte dei palestinesi?

MB: No. In ogni caso nessuno può giustificare l'uccisione di civili – bambini, donne, in qualunque luogo del mondo. Dovrebbero essere tenuti fuori. Questo dev'essere chiaro. In Palestina e in Israele.

Abbiamo bisogno di due capi che siano pronti a prendere decisioni, decisioni critiche, e a correre rischi, dal lato palestinese e da quello israeliano.
E io credo che il mio popolo sia pronto alla pace con il popolo di Israele. Dovremmo agire secondo le categorie democratiche riconosciute in tutto il mondo. Dovemmo costruire uno Stato democratico, e io penso che il popolo palestinese sia perfettamente qualificato a farlo.

LH: Ma a Gaza stanno combinando un disastro. Guardi Gaza, persone che si sparano tra loro, che rapiscono stranieri, è il caos.

MB: Penso che sia un grave crimine rapire un giornalista o uno straniero. Ho mandato un messaggio attraverso i mezzi di informazione alle persone che conosco là e spero che non lo rifaranno.

MB: [A proposito della partecipazione delle donne alla lotta] Hanno assunto un ruolo importante nella lotta contro l'occupazione e spero che nel futuro vedremo un primo ministro palestinese donna.

LH: Pensa che trascorrerà il resto della sua vita in prigione? Cinque ergastoli...

MB: No. Assolutamente no. Sarò libero insieme a tutti questi altri detenuti. Gli israeliani non possono tenerci tutti e diecimila in carcere. E alla fine scopriranno… sa quello che è successo in Sudafrica? Alla fine sono andati da Mandela e hanno negoziato. E cos'è successo, anche in Irlanda?

LH: In Irlanda? Si sono parlati.

MB: Alla fine si sono parlati. E hanno rilasciato tutti i prigionieri. Il governo britannico li considerava dei terroristi. Io penso che noi siamo combattenti per la libertà. Nel futuro, mi vedo come un cittadino palestinese che esercita il proprio diritto in uno Stato democratico palestinese. Questo è il mio sogno.

Originale in inglese: http://www.channel4.com

Tradotto dall'inglese in italiano da Mirumir e rivisto da Davide Bocchi, membri di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica (transtlaxcala@yahoo.com). Questa traduzione è in Copyleft.

lunedì, gennaio 23, 2006

Operazione Verdun

Una città trasformata in prigione
di Dahr Jamail
(con Arkan Hamed)

SINIYAH, Iraq – Gli abitanti di Siniyah, un villaggio a 200 km a nord di Baghdad, sono infuriati per il muro di sabbia lungo una decina chilometri costruito dall’esercito americano per tenere sotto controllo gli attacchi da parte dei ribelli.

“La nostra città è diventata un campo di battaglia,” ha detto all’Inter Press Service l’ingegnere trentacinquenne Fuad Al-Mohandis, fermo a un posto di blocco alla periferia della città. "Sono state distrutte moltissime case e gli americani stanno minando aree in cui pensano che possano trovarsi dei combattenti, anche se nella maggior parte dei casi si tratta di zone vicine ad abitazioni di civili innocenti."

I soldati della 101ma Divisione aviotrasportata hanno subito attacchi pressoché quotidiani per mezzo di bombe sistemate ai bordi delle strade.
Fuad ha detto l’esercito americano ha imposto un coprifuoco dalle cinque del pomeriggio e che “al momento ci sono molte esplosioni che terrorizzano i nostri bambini.”

Il 7 gennaio l’esercito statunitense ha cominciato a usare le ruspe per costruire un’ampia barriera di sabbia attorno alla città nel tentativo di isolare i combattenti che attaccano le pattuglie americane. Gli oleodotti verso la Turchia che si trovano in quest’area sono stati regolarmente sabotati dai gruppi della resistenza.

Queste misure drastiche hanno fatto infuriare molti dei 3000 abitanti della cittadina.
“Pensano che in questo modo riusciranno a fermare la resistenza," ha dichiarato all’IPS Amer, 43 anni, dipendente della vicina raffineria di Beji. “Ma gli americani così facendo stanno provocando una resistenza ancora maggiore. La resistenza non smetterà di attaccarli finché non si ritireranno dal nostro paese.”

Il dipendente ha detto che non era stato in grado di uscire di casa per diversi giorni, e che non aveva potuto recarsi al lavoro né a visitare i suoi familiari fuori Siniyah.

L’esercito statunitense ha battezzato la costruzione del muro di sabbia “Operazione Verdun”, richiamandosi a una battaglia della prima guerra mondiale. Le forze d’occupazione pensano che la città sia diventata la base dalla quale vengono lanciati gli attacchi alle loro pattuglie e i bombardamenti a colpi di mortaio contro la vicina Base di Summerall.

Vicino alla città sono stati installati dei posti blocco, dove le forze di sicurezza irachene e statunitensi perquisiscono tutti i veicoli alla ricerca di armi e di esplosivi.

“Non siamo più in grado di lavorare, i nostri redditi dipendono dalla distribuzione del carburante,” ha detto alla IPS il camionista Abdul Qadr a uno dei posti di blocco. “Ci troviamo in una situazione molto difficile. La città è attualmente isolata e ovunque stanno costruendo barricate per fermare i combattenti. Tutti i giorni fanno incursione nelle nostre case alla ricerca di stranieri, ma non riescono a trovarne.”

Abdul Qadr, che è cresciuto a Siniyah, ha detto all’IPS che lui e i suoi vicini hanno l’impressione di trovarsi in un “campo di concentramento.” Così anche gli abitanti di Fallujah e Samarra hanno descritto le loro città quando le forze statunitensi vi hanno costruito attorno dei muri simili a questo.

A Samarra l’esercito americano ha costruito un muro di 18 chilometri, mentre a Fallujah sono tuttora installati posti di blocco all’israeliana. Le forze d’occupazione hanno imposto misure simili anche in altre città come Al-Qa'im, Haditha, Ramadi, Balad, and Abu Hishma.

Da quando tali misure sono state messe in atto nelle diverse città, gli attacchi contro le forze di sicurezza non hanno fatto che aumentare, fino a giungere a una media di più di cento al giorno negli ultimi mesi.

“Gli americani pensano che i combattenti vengano dall’estero,” ha commentato Qadr. “Ma non è così. Non riescono a capire che la sola vera soluzione è permettere a un popolo di governarsi da solo?”

(Inter Press Service)

Fonte in inglese: http://www.antiwar.com/jamail/?articleid=8424
Traduzione in francese: http://quibla.net/iraq2006/iraq1.htm

Tradotto dall'inglese in italiano da Mirumir, membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica (transtlaxcala@yahoo.com ). Questa traduzione è in Copyleft.

sabato, gennaio 21, 2006

Non sono gli ulivi, di Amira Hass

11 gennaio 2006

C’è qualcosa di molto umano in queste centinaia e centinaia di ulivi spezzati, i rami amputati tesi verso il cielo come se stessero implorando aiuto. Lo scorso venerdì, a Tawana, nelle colline a sud di Hebron, 120 alberi; a Burin, a sud di Nablus, agli inizi di questa settimana, circa 50 alberi; più o meno altri 100 a Burin il 24 dicembre; e 140 alberi, nuovamente a Burin, il 14 dicembre.

La polizia ha contato 733 alberi sradicati nel 2005. Secondo la lista (incompleta) di 29 casi di sabotaggio agricolo documentati dai gruppi per la difesa dei diritti umani Yesh Din e B'Tselem da marzo a dicembre, sono stati messi fuori uso 2616 alberi: sradicati, rubati, bruciati, spaccati, segati. Solo a Salem in quattro volte ne sono stati sradicati 900. Anche ammettendo che chi ha calcolato i danni abbia esagerato, entrambe le parti concordano sul fatto che gli israeliani stanno compromettendo i vigneti e le piantagioni.

Il moltiplicarsi negli ultimi mesi di immagini di alberi distrutti “da ignoti” è stato abbastanza traumatizzante da indurre il procuratore generale ad attaccare l’immobilismo delle autorità, e il ministro Gideon Ezra a convocare un incontro durante il quale si è deciso di mettere in atto misure di controllo “sugli insediamenti riconosciuti come problematici.”

Il trauma, tuttavia, è selettivo. L’Esercito di Difesa Israeliano ha sradicato migliaia di ulivi e di alberi da frutto, terre coltivate e serre, e continua a farlo – per rendere sicure le proprie strade e per aumentare la visibilità dei soldati; per costruire torri di guardia, posti di blocco e la barriera di separazione; e inoltre per realizzare altre strade e recintare gli insediamenti.

Nel solo villaggio di Qafeen, per esempio, per realizzare la barriera di separazione sono stati sradicati 12.600 ulivi. Migliaia di altri alberi – forse decine di migliaia – e migliaia di acri della Cisgiordania sono rimasti intrappolati dietro i muri, le recinzioni e le zone cuscinetto che circondano gli insediamenti. Solo a Qafeen 100.000 alberi sono imprigionati dietro la recinzione e per la maggior parte dell’anno ai loro proprietari è vietato accedervi. Non possono fare altro che guardarli da lontano e lasciarli in uno stato di completo abbandono. Naturalmente come spiegazione viene citata la “sicurezza”, ma per qualche motivo la sicurezza finisce sempre per causare un’ulteriore efficace sottrazione di territorio palestinese a beneficio dell’insediamento confinante, oppure per ampliare o rendere più confusa la Linea Verde e l’annessione del territorio a Israele.

Le persone che restano impressionate da questi episodi ignorano che le piantagioni di Salem e Tawana sono prossime a strade che sono chiuse al traffico palestinese perché collegano degli insediamenti. È l’Esercito di Difesa Israeliano a chiudere e a bloccare le strade e le centinaia di chilometri di ottimo asfalto della Cisgiordania precluse al traffico palestinese.

Lo sradicamento di 100 alberi sabota la capacità di un’intera famiglia di provvedere al proprio mantenimento. La chiusura delle strade sabota la vitalità economica dell’intero popolo palestinese. L’Esercito di Difesa Israeliano naturalmente dirà che è necessario proteggere i cittadini israeliani. Ma allora perché tutti si sorprendono e si indignano quando quegli stessi cittadini continuano ad estendere la logica del controllo israeliano sui territori occupati?
Secondo quella logica, Israele ha il diritto di istituire un doppio principio legale nei territori occupati: uno per gli ebrei, e un altro per i palestinesi. Se da un lato gli ebrei godono di diritti illimitati per quanto riguarda le abitazioni, la libertà di movimento, i mezzi di sostentamento, le infrastrutture, l’utilizzo dell’acqua e della terra, dall’altro i palestinesi vengono sistematicamente privati dei diritti umani e civili. Secondo quella logica i palestinesi sono costretti a cavarsela con porzioni di terra sempre più piccole di cui devono dimostrare di essere i legittimi proprietari. Le porzioni di terra più ampie, la cui proprietà non è registrata presso l’Amministrazione del Territorio di Israele, appartiene automaticamente a “Israele” e ai consigli dei coloni.

I coloni non dettano le politiche, ne sono il risultato. Vivono tutti in pace e senza scrupoli di coscienza alla faccia di centinaia di comunità impoverite ed efficacemente trasformate in prigioni per permettere all’Esercito di Difesa Israeliano di continuare a proteggere ciò che lo stato d’Israele ha intrapreso: il controllo della maggior parte possibile di territorio, l’espulsione del maggior numero possibile di palestinesi. Una minoranza di israeliani non aspetta che a distruggere siano l’Esercito di Difesa e lo stato; distrugge già da sé. È facile lasciarsi impressionare da una minoranza e dimenticare la responsabilità di tutti.

Fonte in inglese: http://www.haaretz.com/hasen/spages/668697.html
Tradotto dall'inglese all’italiano da Mirumir e rivisto da Davide Bocchi, membri di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica (transtlaxcala@yahoo.com). Questa traduzione è in Copyleft.

venerdì, gennaio 20, 2006

Pobeda!



Compagne, compagni,

siamo liete di annunciare che - dopo i molteplici tentativi di sabotaggio del nemico capitalista e grazie all'opera instancabile del delegato esperto in nuove tecnologie - da ieri sera disponiamo di un'adsl 4 mega. Nella foto, la compagna Mirumir, con un gruppo di amiche vestite a festa, attende gioiosamente il trionfale arrivo della portante dalla nuovissima centrale di Irkutsk.

lunedì, gennaio 16, 2006

Quelle cinque strane abitudini

(F. lo sapeva, che poteva contare sui miei jackpot nevrotici)

Le mie cinque manie (mi sono costretta a una selezione).
- Tenere uno stick di burrocacao in ogni borsa e/o tasca. Metti che la temperatura crolli di colpo e finisca a venti sotto zero, metti che ci ritroviamo all'improvviso con un clima sahariano o alle prese con un fallout nucleare: possiamo correre il rischio che ci si secchino le labbra?
- Non buttare mai i talloncini delle carte d'imbarco, i biglietti d'ingresso a mostre e cinema, gli abbonamenti scaduti. Per poi tirar fuori dall'armadio la giacca di pelle, frugare nelle tasche, trovare il biglietto di ingresso ai Jardins de Bagatelle e sorridere, un istante prima di chiedermi: "che cavolo ci facevo a ferragosto con la giacca di pelle?"
- Coprirmi le orecchie con il lenzuolo prima di dormire.
- Guardare un film doppiato in italiano e cercare di ricostruire l'originale dal labiale (ecco perché sembro sempre così attenta). Il fatto che la lingua originale mi sia ignota non rappresenta un problema.
- Nelle circostanze meno adatte, attaccare con domande tipo: "Ti sei mai chiesto come si mettono e si tolgono i sigilli in un impianto nucleare?" e procedere con la spiegazione. Se possibile, proseguire con insostenibili dietrologie che mettono in imbarazzo l'interlocutore.

Come allegra infrazione finale ho deciso di non passare a nessuno questo meme: liberi tutti (sesta mania: fare l'anello debole). Per documentare strane abitudini anche non necessariamente nel numero di cinque, accomodiamoci nei commenti.

domenica, gennaio 15, 2006

Da domani



Da domani i documenti lunghi e le traduzioni in italiano saranno per lo più pubblicati su mirumir 2.0 / documenti. Qui ne posterò soprattutto degli estratti e delle anticipazioni - i trailer, va' - lasciando il resto dello spazio a testi relativamente più brevi, agli esercizi di dietrologia+fondotinta e alle aste di indesiderabili memorabilia. Segnatevi il feed atom, annotatevi l'indirizzo, ché insomma da domani interrogo pescando a caso dalla lista.
Meno entusiasmo, mi raccomando.

Si apre il sondaggio:
a) hmm, non funzionerà;
b) funzionerà, ma è troppo presto;
c) fantastico: adoro i piani quinquennali;
d) interroghi su tutto o solo sugli argomenti più recenti?
e) è ancora possibile avere la madonnina placcata oro zecchino su base di legno?

martedì, gennaio 10, 2006

La compagna Mirumir

Riceviamo dal subcomandante Babsi la seguente foto con didascalia:


La compagna Mirumir si adopera, in compagnia di un delegato di partito, a capire cosa c'è che non va nella linea telefonica.

(Vi prego di notare la mia espressione piena di grato stupore per le meraviglie della tecnologia socialista; sono circondata dagli opulenti rivestimenti in legno di betulla baltica e da ritratti di ex-fidanzati, celebri leader rivoluzionari fotografati proprio all'apice della carriera politica e un istante prima della defenestrazione. Nel lindore del mio vestito da campagna a vita alta e nel trucco sapientemente nature, ringrazio mentalmente il Partito Unico per avermi mandato a casa un giovanotto serio, competente e anche un po' fricchettone e sto meditando se togliermi fazzoletto e bigodini e offrirgli un rinfrescante bicchiere di kvas. "Mi scusi, quella che tiene in mano è la portante?" "Si, signora, ehm, signorina... parte da qui e corre per tutta la steppa per agganciarsi alla centrale d'epoca Romanov" "Ma lei ne sa una più di Stalin!")

Tot anni, una candelina

Dal prossimo anno si adotta il metodo Risiko: tot carrarmati, una bandierina. Tot anni, una candelina.
Mi stressano, le telefonate di auguri. Quelli che ti ricordano quanto ti sei rincoglionita con il passare del tempo. Quelli che chiamano e parlano a voce bassissima, così tu capisci una parola su tre e loro poi possono consigliarti una soluzione Amplifon in comode rate. Quelli che decidono di non parlarti dell'età e per distrarti ti ricordano che non hai ancora scritto al garante la famosa dichiarazione sulla sicurezza dei dati custoditi, e insomma ti devi sbrigare, e son grane. Quelli che aspettano di essere almeno in otto tutti insieme in una stanza per chiamarti e farti gli auguri a turno. Allegria. Quelli che ti chiamano non per farti gli auguri ma per sapere se stasera ti trovano, per farti gli auguri.

A mezzanotte meno un quarto, mentre mi preparavo a dichiarare chiuso il compleanno e ufficialmente aperti i festeggiamenti di Buon Non Compleanno, è arrivato un sms. Ma basta. Invece era D., che chiedeva: "Si può congelare, il panettone?". Adoro questa donna.

venerdì, gennaio 06, 2006

Tre chicchi di riso e quattro formiche

Lettera di un operatore di Al Jazeera detenuto a Guantánamo al suo avvocato britannico Clive Stafford-Smith

Punito per tre chicchi di riso e quattro formicheDi Sami Muhydin al Hajj, 6 novembre 2005
Caro Clive,

Permettimi di confessarti una cosa. Non posso fare a meno di continuare a chiedermi: “Perché mi puniscono?” Questa domanda mi ossessiona, non riesco a togliermela dalla testa.
La mia storia di punizioni è cominciata alla prigione di Bagram. Avevamo il permesso di andare al bagno solo due volte al giorno: la prima subito dopo l’alba e la seconda prima del tramonto, e ciascuno doveva attendere il proprio turno.
Ricordo una volta in cui ne avevo veramente l’urgenza, e sussurrai all’orecchio della persona che era davanti a me di lasciarmi passare avanti. Allora il soldato di guardia mi urlò rabbiosamente: “Non parlare,” e mi ordinò di uscire. Mi legò le mani con del filo di ferro e mi lasciò là fuori tutto il giorno a tremare di freddo, tanto che dovetti orinarmi addosso provocando l’ilarità dei soldati e delle puttane.

Poi, a Kandahar :
In piena estate, mentre stiamo sotto un sole bruciante e su un suolo bollente, un soldato grida: “Tu, fermati, e anche il secondo, il terzo e il quarto! Perché parlate? Mettetevi in ginocchio, le mani sulla testa”. Noi obbediamo e ci lascia lì, sotto quel sole torrido, le ginocchia sulle pietre roventi, finché uno di noi non sviene e gli altri vanno a soccorrerlo.

Una settimana dopo il nostro arrivo a Guantánamo un mattino presto i soldati arrivarono e ordinarono ai detenuti di mettere le braccia attraverso l’apertura usata abitualmente per far passare il cibo: dissero che volevano farci l’iniezione antitetanica.
Quando venne il mio turno li informai che prima di partire da Doha mi ero fatto vaccinare contro il tetano, la febbre gialla, il colera e le altre malattie e che secondo il medico questi vaccini erano validi cinque anni. Dunque non dovevo rifarli.
L’ufficiale mi urlò di non mettermi a discutere: “Metti fuori il braccio per il vaccino, o te lo tiriamo fuori a forza,” disse. Io mi rifiutai di farlo. Per il momento mi lasciarono in pace, ma ritornarono dopo aver finito con gli altri. Io continuai a non accettare di rifarmi vaccinare. Allora mi requisirono tutto, dal materasso allo spazzolino da denti, e mi costrinsero a coricarmi sulla rete di ferro per tre giorni e tre notti.

La domanda che torna a tormentarmi è sempre la stessa: “Perché mi puniscono? La medicine sono obbligatorie? Siamo diventati un branco di pecore ammassate? Dobbiamo accettare tutto senza discutere, senza fare la minima obiezione e senza sapere nulla di quello che ci accade?”

Ma mi è successo di peggio. Una sera mi coricai molto presto. Ero esausto dopo essere stato interrogato per ore. Feci l’errore di coprirmi la testa e le mani. Ero profondamente addormentato quando udii le grida e gli ordini di un soldato: “Tira fuori la testa e le mani da sotto la coperta”. Mi svegliai di soprassalto e mi affrettati a obbedire. In effetti ci avevano proibito di dormire con la testa o le mani sotto la coperta.
Mi ero appena riaddormentato quando il soldato venne a picchiare violentemente sulla porta della mia cella e gridò: “Perché hai messo il dentifricio al posto dello spazzolino?” Mi accusò di disobbedire deliberatamente alle leggi e ai regolamenti militari e mi ordinò di raccogliere le mie cose. Fui punito per un’intera settimana.

E mi si ripresenta l’eterna domanda: “Perché mi puniscono? È una ragione sufficiente per punirmi, requisire tutte le mie cose e farmi dormire per una settimana sulla rete di ferro, senza materasso né coperte?”

Un’altra volta stavo consumando la mia colazione, che consisteva in un barattolo di cibo freddo. Quando ebbi finito di mangiare, un soldato venne a raccogliere i resti del pasto e i sacchetti di plastica. Si fermò sulla porta della mia cella e cominciò a contare i pezzi di plastica e a metterli insieme. All’improvviso si mise a gridare: “Dov’è il pezzo che manca?” Io cominciai a frugare tra le mie cose, invano. Allora andò a riferire la cosa ai suoi superiori e ritornò con questa sentenza: meritavo una punizione che servisse da esempio per gli altri detenuti.
E così mi requisirono le mie cose per tre giorni, durante i quali mi scervellai per trovare una risposta a questa bruciante domanda: “Perché mi puniscono, cosa mai avrei potuto fare con quel pezzetto di plastica introvabile?”

Un’altra volta la provvidenza fece sì che finissi nello stesso blocco di detenzione con Jamel dell’Uganda, Mohamed del Ciad e il britannico Jamel Blama. Ci univa non solo la prigionia, ma anche il colore della pelle e l’odioso colore della tuta arancione dei detenuti. La nostra pelle nera era una ragione sufficiente perché i guardiani bianchi si accanissero contro di noi e ci punissero senza motivo. Spesso ci svegliavano nel mezzo della notte con il pretesto di perquisire la gabbia.

Una notte mi svegliarono per un’altra perquisizione. Non trovarono niente di sospetto... a parte tre chicchi di riso per terra che avevano attirato delle formiche. Mi inflissero una punizione di sette giorni. Ancora una volta ne approfittai per chiedermi ossessivamente: “Perché mi puniscono?” Non riuscivo a capire come tre chicchi di riso e quattro formiche potessero costituire un motivo sufficiente.

Un’altra notte due soldati si fermarono davanti alla porta della mia gabbia. Avevano con sé delle catene e delle manette. Quando bussarono violentemente alla porta mi svegliai in preda al terrore. Mi ammanettarono e mi condussero al blocco Romeo, dove mi misero in una gabbia dopo avermi spogliato di tutto lasciandomi con la sola biancheria intima addosso. Nient’altro, nemmeno il sapone o lo spazzolino da denti.

Chiesi inutilmente una spiegazione per quella punizione, ma le mie domande restarono senza risposta fino all’indomani, quando su mia insistenza un responsabile venne a dirmi ero stato condannato a passare due settimane nella gabbia perché un soldato aveva trovato un chiodo sul bordo esterno dell’apertura d’aerazione della mia cella! Allora dissi al responsabile: “Come mi sarei procurato quel chiodo e come avrei fatto a metterlo sul bordo esterno dell’apertura, e perché?” Ma si voltò e se ne andò, ignorando le mie domande.

E così passai là 14 giorni seduto, evitando per pudore di dire le preghiere perché ero seminudo, e dormii per 14 fredde notti invernali sulla rete di ferro, senza coperte né materasso.

I tormenti e le provocazioni dei soldati si moltiplicarono e si diversificarono.
Una volta venimmo a sapere che un soldato aveva calpestato il Sacro Corano, sporcandolo con le impronte delle sue scarpe. I detenuti si ribellarono e decisero di restituire le copie del Sacro libro all’amministrazione americana per evitare che fossero profanate sotto i nostri occhi, tanto più che il generale si era già impegnato a far sì che questo genere di provocazione non si ripetesse. Ma la promessa non fu mantenuta.

I detenuti allora decisero di non lasciare le loro celle, nemmeno per andare a fare la passeggiata e la doccia di cui avevano tanto bisogno, finché tutte le copie del Sacro Corano non fossero state raccolte.

Com’era loro abitudine, i responsabili vennero subito a urlare ordini e minacce. Fecero uscire le valorose forze anti-sommossa, che aprirono le gabbie e si misero a picchiare i detenuti, li incatenarono e li ammanettarono. Tagliarono loro i capelli, la barba e i baffi e li gettarono in gabbie singole.

Arrivò anche il mio turno. Mi spruzzarono del gas negli occhi, poi cinque soldati si misero a picchiarmi, mi portarono fuori e mi gettarono a terra. Uno di loro mi afferrò la testa e cominciò a sbatterla contro il pavimento di cemento. Un altro mi colpì sull’arcata sopracciliare, causandomi un taglio da cui presto cominciò a uscire molto sangue. Tutto questo accadde mentre ero steso a terra, ammanettato e incatenato. Mi tagliarono capelli, baffi e barba e mi buttarono in una gabbia singola, ricoperto di sangue.

Dopo un’ora un soldato venne a chiedermi, attraverso l’apertura della porta, se mi servivano le cure di un medico. Rifiutai l’offerta e mi raccomandai a Dio, mostrandogli l’ingiustizia dei miei carcerieri. A un certo punto mi accorsi che stavo svenendo a causa della perdita di sangue, e allora chiesi di essere medicato. Mi diedero tre punti di sutura all’arcata sopracciliare, mi fasciarono la testa e mi diedero dei sonniferi, dicendo che erano degli antibiotici. Il tutto, attraverso un’apertura di pochi centimetri.
Mi addormentai, oppresso dall’ingiustizia terribile di quegli uomini.

La mattina del giorno dopo avevo appena aperto gli occhi quando mi trovai di nuovo ossessionato dalla stessa domanda: “Perché mi puniscono? La difesa della mia fede e della mia religione è forse un crimine punibile con il carcere? La nostra richiesta di ritirare le copie del Corano perché non siano profanate sotto ai nostri occhi è un crimine? Perché mi trovo qui? Il fatto che io sia partito per l’Afghanistan per trascorrervi quattro settimane con una telecamera per conto di Al Jazeera dopo la guerra d’aggressione contro un popolo disarmato è anch’esso un crimine per il quale devo essere punito con più di quattro anni di carcere? E per il quale devo essere accusato di terrorismo?”
Tante domande si affollavano nella mia mente, tormentandomi lo spirito e andando ad infrangersi contro tutti gli slogan ingannevoli di cui si gloriano i promotori della libertà, i difensori della democrazia e i protettori della pace in terra.

Originale: http://www.aljazeera.netTradotto dall’arabo in francese da Ahmed Manaï, membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica (transtlaxcala@yahoo.com), dal francese in spagnolo da Juan Vivanco a http://www.rebelion.org, dallo spagnolo in inglese da Ernesto Paramo, membro di Tlaxcala, dal francese in italiano da Mirumir, membro di Tlaxcala. Questa traduzione è in copyleft.
Versione francese: http://quibla.net/guantanamo2006/guantanamo1.htm
Versione spagnola: http://www.rebelion.org/noticia.php?id=25069
Versione inglese: http://peacepalestine.blogspot.com


mercoledì, gennaio 04, 2006

La Barbie e il sondaggio transgender

La Concerned Women for America, un'associazione femminile ultraconservatrice, ha accusato la Barbie di far parte del movimento transgender. Il sito barbie.com ("Activities and Games for Girls online!") ospita un sondaggio in cui i bambini (dai 4 ai 70+ anni, ma su quest'ultimo aspetto sorvoliamo) sono invitati a rispondere a un'innocente domanda:

in gennaio, cosa ti piace fare?

1. giocare nella neve!
2. pattinare o sciare!
3. starmene al calduccio con una bella cioccolata bollente!
4. indossare fighissimi vestiti invernali!

(nota: una rassicurante maggioranza, benché non assoluta, sceglie di giocare nella neve)

Cosa c'è che non va in questo sondaggio, a parte l'uso euforico dei punti esclamativi?
La sezione incriminata è quella in cui bisogna indicare il proprio sesso, scegliendo tra "bambina", "bambino" e "non lo so." Ora, le CWFA hanno l'apertura mentale e la flessibilità morale del Cardinale Ruini quando è incazzato con l'universo, tanto che nel loro sito alcuni dei temi scottanti sono "Quello che il vostro insegnante non vi ha detto sull'astinenza", "A chi importa del matrimonio omosessuale? A Dio!" e una difesa appassionata della preghiera prima dei pasti all'Accademia Navale, affiancati a validi programmi di azione e preghiera e fruttuose sinergie con le "Women for Alito". Naturale che la terza opzione della Barbie abbia mandato fuori di testa le Donne Preoccupate: il sito della Mattel è influenzato dalle problematiche transgender, mira a creare confusione sessuale, incoraggia la bisessualità!
E così il "non lo so" è stato tempestivamente sostituito con un "non mi va di dirlo": più oscuro e inquietante, perché pensare che bambini/e di 5 anni desiderino tenere segreta la propria identità di genere fa impressione.

Adesso il mio senso del surreale sarebbe perfettamente soddisfatto se un'associazione di Donne Preoccupate per i Paesi Caldi accusasse la Mattel di discriminazione climatica e la costringesse ad aggiungere l'opzione windsurf agli ozi di gennaio.

E comunque: se c'è un elemento di confusione sessuale nel'ambiente della Barbie, è chiaramente la deprecata, molto chiacchierata e vistosissima assenza del pisellino di Ken.

martedì, gennaio 03, 2006

Smoking gun

Chiave di ricerca del giorno:
"Saddam usò le playstation"



E dai, che a cercarla bene una smoking gun si trova sempre.

lunedì, gennaio 02, 2006

Possessione telefonica parte seconda

Dopo un'ora e mezza passata a chiamare la tin, comincio a pensare che i numeri di pratica siano i migliori amici delle ragazze. Almeno di quelle con problemi di portante.

L'adsl è mia e me la gestisco io
- Buongiorno, come posso aiutarla?
- Buongiorno, adesso le spiego. Ho traslocato, e in Telecom devono aver sbagliato la riconfigurazione del DSLAM, perché ora ho la portante fissa sui 799 chilobìt per secondo, come se...
- Di chi è l'adsl?
- Emmmmìa!
- Ma no: di quale gestore?

Solo il 2 gennaio e già così.

domenica, gennaio 01, 2006

Colora il tuo 2006



Buon 2006.

Mi fanno tenerezza quelli che mandano gli sms di buon anno verso le nove di sera: per togliersi il pensiero, per essere i primi, per fare i previdenti? Oppure gli parte così, come il tappo dello spumante solitario cinque minuti prima di mezzanotte? Me li vedo, i precoci, mentre aspettano gli amici e si portano avanti con il lavoro durante il discorso di Ciampi.
Poi c'è la categoria dei precoci e originali.
Ore nove, bip bip:
"L'anno nuovo sarà come 1 libro con 365 pagine vuote. Fai di ogni giorno il tuo CAPOLAVORO usa tutti i colori della vita e mentre colori sorridi! Buon 2006".
1 libro, 365 pagine vuote: un bel bidone, a prima vista. Ma no, perché sono io a doverlo riempire, rendendo ogni giorno un CAPOLAVORO (tutto maiuscolo, un diktat più che un suggerimento), e usando tutti i colori della vita (sarebbe troppo facile e convenzionale usare la scala Pantone). Il tutto, senza mai smettere di sorridere come una cretina.
"Vieni al cine?"
"No scusa, non ho tempo, ho venti giorni arretrati da colorare."
"Cazzo hai da ridere, allora?"
"Eh."
Buon 2006?
Stavi per ammazzarmi, pazza.

sabato, dicembre 31, 2005

Ultimi visagismi dell'anno

Non fatemi fare brutte figure, con tutto quello che vi ho insegnato in questi mesi: fondotinta mousse Matte Soufflé, Eyeliner Unforgettable Black, rossetto repulp Pink Sunset, ombretto Prisme Again n. 41, Body Powder in quantità. Ma soprattutto ricordatevi la Poudre Coromandel, che scalda l'incarnato e può tornare utile anche come antigelo per il motore.
Un buon fine anno a tutte/i.

Holidays on ice

- Ciao, dove passate l'ultimo dell'anno?
- Andiamo a cena da quelli che abitano al 21.
- Ah. Mi passi papà?
- È già di sotto che sparge il sale tra casa nostra* e il 21.

*al 23, NdA.

mercoledì, dicembre 28, 2005

Un caso di possessione telefonica

C'è quest'horror asiatico che ricordo solo per sommi capi: ci sono due sorelle, una bambina posseduta, un marito fedifrago, una casa e il solito telefono. Alla fine una delle due sorelle, esasperata dai fenomeni paranormali e da una caduta dalle scale della bimba ormai irrimediabilmente indemoniata, fa una scelta drammatica, definitiva e in sintonia con il genere: si mette a strappare il filo del telefono. Naturalmente va a finire che con il filo si stacca anche un pezzo di muro. Ci sarà un condensatore, un centralino, un apparecchietto di teleallarme, un salvavita Beghelli? No! Nel muro c'è il corpo mummificato di una studentessa con tanto di camicetta, gonnellino scozzese e calzettoni. Chiaro che standosene lì murata possedeva la linea telefonica, e quindi gli abitanti della casa. (Adoro questi horror asiatici in cui la maledizione è teletrasmessa, videoregistrata, telefonata: lo trovo pratico, perché perder tempo in spiegazioni esoteriche quando possiamo dire che la bambina è posseduta telefonicamente da una morta che sta letteralmente sepolta insieme al doppino?)

La mia linea telefonica è posseduta. Prima succedeva che la connessione adsl cadesse quando si alzava il ricevitore, anche se i filtri erano a posto e i telefoni stavano tutti in parallelo.
In questi casi ho imparato che bisogna fare come negli horror asiatici: prendere coraggio e vedere cosa succede nella presa principale. In cuor mio speravo di trovare murata la suocera dell'inquilino precedente, impacchettata come le mummie del British Museum. Perché si sa che tra Natale e Capodanno è più facile trovare un esorcista che un tecnico competente.
Invece ho trovato la NTUL, che non è una maledizione in rumeno (magari) ma la Nuova Terminazione Unificata di Linea, una scatoletta che la SIP installava negli anni Novanta per rilevare e risolvere a distanza i guasti telefonici. Il progetto naturalmente fu abbandonato, lasciando in eredità queste scatole pieni di cavetti che escono dalla tua povera presa posseduta ed entrano nel corpo orribilmente decomposto della centrale Telecom.
Altro che suocera.

E via, si fa un altro bel respiro profondo, si sganciano i morsetti e si isola la scatola abbandonandola al suo destino autoreferenziale, a sognare interventi che non arriveranno mai.

Così la connessione non cade più. Solo che la linea è ancora disturbata, l'adsl viaggia a 799 kbps, l'803380 mi omaggia della voce di Annie Lennox ("I saved the world today" non è un po' azzardata per dei tizi che non riescono neanche a salvarti la connessione?) invece di passarmi un operatore, poi mi passa un operatore che mi spiega come funziona l'adsl, e io gli rispondo che lo immagino, ma che sto a duecento metri dalla casa di prima, l'impianto è a posto e soprattutto 799 kbps sono pochi quando si paga almeno per l'illusione di 4 mega, insisto per dargli i dati dell'attenuazione e dei rumori di fondo, e insomma lui alla fine si rassegna a fare la segnalazione come si deve e mi chiede il numero di cellulare. Non ho mai faticato tanto per dare a un uomo il mio numero di telefono (con alcune vistose eccezioni), e chissà se ne è valsa la pena. Alla fine non ho ben capito cosa succederà nelle prossime 48 ore, ma penso niente.

Adesso nevica, io osservo la presa principale e la NTUL defunta e ripenso al tecnico della Telecom (uno dei tanti con cui ho chiacchierato oggi, in un'apoteosi di numeri verdi) che mi ha detto dispiaciuto: "Sa, noi e quelli dell'adsl siamo solo cugini, per così dire." Di quei cugini che non si parlano, naturalmente.

Quando rispondo al telefono mi fanno tutti graziosamente notare che sembro una voce dall'oltretomba. Un po' Merle Oberon in Cime Tempestose quando grida disperatamente "Heathcliff!" nella tormenta, mi sembra di capire. Un regista asiatico ci girerebbe un film di serie B in cui lo spettro della donna dai lunghi capelli presidia i doppini in attesa di ossessionare prede vulnerabili, meglio se operatori o operatrici di call center tin.it, cugini malvagi e manager Telecom, mentre in sottofondo va in loop la versione stonata e al contrario di "yadot dlrow eht devas I."
Una bella maledizione adesso la sussurrerei tanto volentieri, ma comodamente a telefono, possibilmente ore pasti.

lunedì, dicembre 26, 2005

Il segreto della felicità dei gatti

Io capisco benissimo il signor G.
Ti prelevano da casa tua per portarti da un'altra parte. Vacanza, pensi. Poi tornano a prenderti, e già assapori le comodità ritrovate delle ciotole del cibo perfettamente allineate al posto giusto e della cassettina tua-tua con la lettiera della gradita consistenza. I dubbi ti assalgono alla prima svolta sbagliata ("Ehi, gente, le mie vibrisse dicono da quella parte"); nell'ascensore - "Ehi, noi non abbiamo un ascensore" - ti consoli pensando che neanche il veterinario ha un ascensore, del resto tu ti senti benissimo e non è giorno di vaccinazione.
Poi ti ritrovi in un'altra casa, dove le tue cose sono disposte in un ordine diverso, ci sono alcuni mobili che riconosci e altri che per te costituiscono un sudoku olfattivo di livello diabolico.
Infine, scopri che lì ci è vissuto un altro gatto. E per quanto la tua donna di fiducia sia una maniaca della candeggina e del lisoformio, accidenti, ti accorgi che ti attendono mesi di duro lavoro: superfici nuove da strofinare con il muso, angolini da marcare con discrezione, stipiti da graffiare.

Al posto suo impazzirei.

Aggiungiamoci poi il gatto rosso, una specie di furbetto del condominio che gironzola per le scale impunito: non si sa di chi sia né in cosa consista la sua carta degli obiettivi, però trovo sospetto che mi aspetti sullo zerbino di casa e che venerdì abbia tentato di invitarsi a cena. Ha la faccia di uno che non accetta un no come risposta. Bisogna quindi evitare che il rosso si presenti alla porta di casa con un cartone di Friskies e si piazzi sul divano.

Ma soprattutto bisogna far felice il signor G.
Così sabato sono uscita e ho comprato il Feliway ("il segreto della felicità dei gatti"), un diffusore di feromoni con effetto tranquillizzante e antistress. Nota per i lettori: sulla confezione sta scritto che "i componenti attivi di Feliway non sono estratti dagli animali". Per dire, non hanno spremuto nessun micio per produrli. Posso confermare che in questo post l'unico a essere stato maltrattato è il mio portafoglio.
Ho inserito il Feliway nella presa e sono andata a prendere il signor G. per immergerlo in questo ambiente estraneo inondato di palpabile benessere felino.

Il signor G., nell'ordine e nell'arco di un paio d'ore:
1. si è molto agitato;
2. ha molto miagolato;
3. si è steso sul pavimento a sbadigliare, a riprender fiato e a raccogliere le idee;
4. ha annusato tutto;
5. ha bevuto da tutti i rubinetti, verificando che l'acqua fosse perfettamente potabile;
5. si è calmato;
6. si è addormentato.

L'efficacia del Feliway non è al momento dimostrata, tranne che per un paio di fenomeni:
1. io ho un irrefrenabile impulso a strofinare la faccia contro gli spigoli;
2. il rosso mi sembra più ammiccante e rilassato del solito;
3. i gatti del vicinato adesso mi fanno ciao con la zampina.

Dimenticavo: buone feste a tutti.

martedì, dicembre 20, 2005

Atti di ordinaria follia

[Prima o poi doveva succedere. Ho appena telefonato a mia madre con un futile pretesto e mi sono fatta passare il signor G.]

sabato, dicembre 17, 2005

Come caricare un AK-47 e vivere felici

Raw Story ha messo a disposizione in file excel e pdf le richieste (più di 10.000, e i file sono di conseguenza molto corposi) presentate al Pentagono in base al Freedom of Information Act, dal 2000 a oggi.
Non sorprende che le domande a proposito di UFO, Roswell, Area 51 e relazioni diplomatiche con gli extraterrestri vadano per la maggiore.

Due sono però i miei preferiti in assoluto:
1. quello che in aggiunta ai soliti chiarimenti su Roswell e l'Area 51 chiede anche una fotografia di Donald Rumsfeld.
2. il signor (o signora) Ellington che dichiara la propria disponibilità a pagare 2 dollari per imparare a caricare un Kalashnikov AK-47.

Non posso fare a meno di pensare che si tratti sempre di Mr o Mrs Ellington.
Me lo/la immagino mentre, caricato finalmente l'AK-47 con la modica spesa di dollari due, usa la foto di Rumsfeld come bersaglio in attesa fiduciosa dei rinforzi da Marte.

giovedì, dicembre 15, 2005

La regressione da trasloco

Sto infine per traslocare.
È normale che abbia questo strano desiderio di nascondermi nella cassapanca con il signor G. e un chilo di fondotinta per tutte le evenienze?
Che poi facevamo che io ero nella cassapanca e voi mi portavate qualcosa da mangiare e le notizie del giorno, e così non si faceva nessun trasloco. Che i nuovi inquilini imparavano ad amarmi e forse a rispettarmi, io continuavo a usare la loro connessione internet ma a mangiare pochissimo, il pomeriggio facevo partire il videoregistratore così non serviva mettere il timer, la mattina sgusciavo dalla cassapanca e andavo a comprare le brioche e i krapfen con la marmellata, e facevo anche il pane per tutti, per le feste e per i battesimi, portavo a scuola i bambini e gli facevo i compiti di nascosto. Che andavo alle riunioni di condominio e a pagare l'ici. Che il signor G. pattinava per casa come un matto lucidando il pavimento. Che mettevo alla porta con cortesia e fermezza i testimoni di Geova e i rappresentanti del Folletto Hoover.

E invece no. Devo prendere questi 4300 libri e inscatolarli, chiedendomi cosa me ne faccio della storia del baccalà, come si giustifica un manuale di danza del ventre, e perché possiedo una vecchia edizione italiana del Ritratto di Dorian Gray che ha come titolo Doriano Gray dipinto. Prendere il ritratto 50x70 del maresciallo Tito e incartarlo.
Prendere quella madonna placcata oro zecchino su base di legno regalata da chissà chi e trovare il coraggio di abbandonarla sul raccordo Gorizia-Villesse, insieme al gruppo di pietra portoghese raffigurante nonno che fuma la pipa e legge il giornale, fanciullo triste e cane mesto (o nonno mesto, cane che legge il giornale e fanciullo che fuma), regalo lo so io di chi (parlo di te, Umberto N.). Scalpellare la targhetta "attention chat bizarre" e salutare la piastrella "Deu vos guard", che invoca la benevolenza di un dio straniero e fa pendant con il gruppo di pietra (Umberto, sempre tu: conoscerai la mia vendetta).

Nel cassetto dell'angoliera ho scoperto un pennino vecchissimo marca "Impero", ossidato. Sotto l'angoliera, invece, una pallina rosa e nera del signor G., una cartina argentata e una moneta da un euro. In quel momento il felino e io ci siamo guardati e abbiamo allungato zampa e mano contemporaneamente sul malloppo, grati alla divinità che nasconde le cose e poi te le fa ritrovare impolverate.
Dietro ai libri di ricette, in cucina, ho trovato un topolino di peluche della gatta, nascosto dalla divinità specializzata in pugni allo stomaco e colpi bassi.

Il mio medico mi ha appena comunicato con soddisfazione pettegola che tra i miei nuovi vicini di casa ci sono alcuni suoi colleghi. Mi destabilizza, questa concentrazione: immagino già l'agonia dei viaggi in ascensore con l'ematologa che scruta la mia faccia pallida e mi propone un controllo delle piastrine. O il fisiatra che mentre esco di casa mi grida dietro "su con quella schiena, e che cazzo". Al dentista non voglio nemmeno pensarci.

Il signor G. domani andrà dai miei con il suo beauty case e la prossima settimana - dopo essere stato pettinato, vezzeggiato, baciato e interrogato senza sosta e dunque fino allo sfinimento da mia madre - sarà depositato in una casa sconosciuta già abitata in precedenza da un gatto obeso e provvista di un divano nuovo di mia scelta e gusto. Marcherà il suo territorio diligentemente e poi stravaccandosi felice sul plaid si guarderà attorno con fare scettico pensando: "sta' a vedere che con tutti questi medici c'è pure un Mengele di veterinario, con la sfiga che gira ultimamente."

Voglio arrivare lì e attaccare il quadro degli anni Sessanta con le due facce della luna, il poster incorniciato di The Great Bear e il ritratto di Peter Sellers di Bill Brandt. Bruciare le erbette dell'amica di Alessandra ("guarda che non si fumano, ma allora lo vedi che sei scema!") e accendere le sue candele magiche perché non si sa mai e magari non farlo porta pegola. Poi mettere via i libri e sperare che il tecnico della Telecom tanto gentile che mi ha detto che mi telefona sul cellulare martedì pomeriggio e mercoledì mi mette la linea non sia un mitomane o uno scappato dal manicomio o un troll padano (un fan, invece, escluderei).

La sera tardi voglio farmi una cioccolata calda, sedermi sul divano e aspettare, chiedendomi per la centesima volta come ho fatto a prestare tutta la serie di Douglas Adams. E poi finalmente sentire un urlo angosciato e le parole "chi ha appeso il ritratto di Tito nell'armadio guardaroba?".
A quel punto, lo sapete voi e lo so anch'io, mi scapperà il primo sorriso della giornata.

Non ci posso credere

Per mettere fine agli abusi (leggete pure torture), gli Stati Uniti ispezioneranno le carceri gestite dagli iracheni.
New York Times, mica The Onion.