sabato, marzo 21, 2009

Visione naturale della poesia secondo gli slavi

[Visto che di Kruglov è stato tradotto molto poco (e non in italiano), vi tocca leggervi la mia traduzione: ma se riesce a non intralciare troppo l'originale non sarà un post buttato via. Il titolo richiama quello della fondamentale opera di Aleksandr Nikolaevič Afanas'ev - il grande studioso della fiaba russa - Visione poetica della natura secondo gli slavi, 1865-9].

Visione naturale della poesia secondo gli slavi
di Sergej Kruglov

La creazione poetica è nera tenebra.
Vicolo cieco, punto morto, gola, buco.
Casa abbandonata, villaggio fantasma, folto del bosco in notte senza stelle, pozzo isolato, sacco sulla testa (e colpo); armadio e naftalina (e strega, babau, mano nera, che invisibile scruta dal buio).
Le sono soggetti i solitari soltanto, i bambini malati, i bambini spaventati, menomati, i bambini ciechi,
i bambini con le gambe paralizzate, con vizi cardiaci congeniti,
i bambini che bagnano il letto nel sonno,
i bambini nella cui camera il lume si è spento all'improvviso,
i bambini cresciuti senza madre,
i bambini che l'infanzia, il sole, la luce, l'aria, le foglie, l'acqua, il badminton, le corse, le risate
hanno condannato alle tenebre.

Non vedi nulla davanti a te, né alle tue spalle. Ma qualcuno ti costringe a entrare nel buio. Ad andare verso un ipotetico avanti.
Trovare un'analogia
al tormento, alla pena di questa spinta
il bambino potrà soltanto se cresce, sopravvive, o magari – e questo è più raro – mette al mondo dei figli e in seguito alleva nipoti, e allora, settantenne,
seduto su una sedia in giardino nel sole di un giorno di luglio, mentre il nipotino o la nipotina giocano, ridono, danno la caccia agli insetti, sudati corrono a bere, ti sgusciano dalle mani e tornano a correre, sole e luce – l'ago nero punge a un tratto quella bolla luminosa,
e tutta l'essenza del vecchio bambino-poeta si contrae nella disperazione:
“Signore, il mio povero piccolo! Fai che non cada nel pozzo, afferralo, non lasciarlo andare!
Posagli una mano sulla fronte, restagli accanto, cantagli la notte una canzone che non gli faccia paura, dimora con lui nel suo cuore!...”
e sembra essere giunto il momento delle lacrime diluite e abbondanti di vecchio. Ma non ci sono lacrime, lo sguardo si fa di pietra, cieco. Vede e non vede:
i fantasmi di voci estranee, non familiari, non quelle, aliene – ma devi andare avanti, afferrare i fantasmi;
tasti l'irregolarità dei muri: cos'è?
sono crepe? porte? nicchie? lettere in bassorilievo?
Vuoti, dove si squaglia un dolcissimo orrore?
Niente; e il bambino, controvoglia, cedendo a un impulso misterioso, muove la mano tesa dall'alto al basso, allunga le estremità delle dita a tastare, afferrare, stringere;
e affila lo sguardo, accecato dal buio, per spingersi nell'oscurità e arrivare laggiù, alla curva del corridoio e oltre, fino a vedere la strada invisibile.
Con tutte le forze si allunga nel buio.
Questo è scrivere: vincere le tenebre facendosi tenebre.
E non c'è niente di bianco – farfalla, cavallo spettrale, semitono, luna, vento fosforescente – nel nero fiume dannato della poesia, che scorre verso una luce sconosciuta e inesistente.

Originale: "Природные воззрения славян на поэзию"
Sergej Kruglov, nato nel 1966, ha studiato giornalismo a Krasnojarsk e ha poi lavorato come reporter nel giornale locale di Minusinsk. Nel 1999 è stato ordinato sacerdote della Chiesa ortodossa russa. È sposato e ha tre figli. Ha pubblicato tre libri di poesie. È una delle voci più significative della nuova generazione di poeti russi.

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