domenica, ottobre 31, 2004

I miei sogni

"Non so se qui da noi i più giovani avvertano in queste ore il nostro stesso turbamento. Per noi Arafat ha rappresentato la scoperta di un'ingiustizia che ignoravamo, venuta prepotentemente alla ribalta grazie a una coraggiosissima guerriglia popolare, intrecciata a una spregiudicata iniziativa diplomatica, a una politicizzazione di massa che ha consentito di evitare i gesti esemplari ed isolati (si pensi alla condanna da parte di Al Fatah del dirottamento degli aerei operato a suo tempo dal Fronte popolare) perché non rendevano partecipi la collettività. Un movimento nato da una costola del nazionalismo ma che rapidamente si era imbevuto della cultura del movimento operaio internazionale col quale si trovò subito consonante. Da quell'esordio sono passati molti anni e la tragica immagine di Arafat prigioniero da due anni e mezzo in un edificio diroccato di Ramallah, costretto a ricevere da Sharon la pelosa libertà di uscirne per entrare in un ospedale di Francia da cui non si sa se potrà mai rientrare nel suo paese, mentre case e uliveti della sua gente vengono divelti dai bulldozer israeliani e i corpi di fratelli e sorelle dilaniati dalle bombe di Sharon che passa per un «eroe» perché ha imposto il ritiro di qualche colono dalla Striscia di Gaza, tacendo su cosa vorrà fare della Cisgiordania - tutto questo rischia di farci morire la speranza nel cuore, di indurci a pensare che i feddayn, che il presidente dell'Olp aveva portato alla ribalta della storia sono stati, anch'essi, un mito del `68. Da seppellire con tutti i sogni del `900".
Luciana Castellina, "La pace non si esilia", Il Manifesto, 30.10.2004

Oggi grazie a Ariel Sharon sappiamo che Arafat non sarà mai seppellito a Gerusalemme.

Oggi sappiamo anche che la malattia di Arafat è forse curabile, e che le fonti israeliane e statunitensi (quel "lo dice la CNN" che sembra legittimare qualsiasi notizia) citate con sicurezza da quasi tutti i nostri mezzi di comunicazione non erano più credibili di quelle palestinesi, nell'insistere impietosamente e dettagliatamente sulle condizioni di salute estreme, sulle ripetute perdite di coscienza e sulla mancanza di lucidità del presidente tenuto prigioniero per più di due anni a Ramallah. Mi aveva incuriosita, a questo proposito, un articolo completamente diverso apparso sul Times del 29 ottobre, in cui uno specialista tracciava un parallelismo tra le condizioni cliniche di Arafat e quelle del Papa (entrambi soffrono del morbo di Parkinson).
Le parole di Luciana Castellina, e anche il suo richiamo a un'Europa che china la testa davanti allo sterminio dei palestinesi nella propria terra, mi sono piaciute: non mi sono piaciuti l'atteggiamento di quasi tutta la sinistra italiana negli ultimi anni, l'ambiguità e la mancanza di coraggio, la capacità straordinaria di inibire i propri slanci e di censurare il proprio passato, di tacere di fronte alla segregazione, al massacro e all'umiliazione sistematica del popolo di Palestina. Non mi è piaciuta, negli ultimi giorni, la fretta di mettere fuori gioco Arafat una volta per tutte, di liquidarlo umanamente e politicamente, cancellando insieme all'uomo la sua portata storica.
Perché io, che pure il '68 l'ho conosciuto di seconda mano senza nemmeno affezionarmici particolarmente (e ho vissuto con passione i decenni seguenti), nei momenti migliori o più incoscienti o più disperati ho ancora voglia di dire ad alta voce che certi sogni del Novecento non sono disposta a seppellirli.
Né a Gerusalemme, né da nessun'altra parte.

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