mercoledì, maggio 20, 2009

Non era la prima volta che non si buttava dalla finestra

Lunedì mattina. Dormo nella stanzetta di pochi metri quadri al terzo piano di un palazzo vicinissimo ai Tolentini. È primavera, ho lasciato le finestre aperte e gli scuri accostati. Sogno.
A un tratto sento gridare il mio nome: Manu, Manu. Ma anche: Natta, Natta.
Apro gli occhi nella penombra acquatica, mi accorgo che non ho sentito la sveglia.
Manu, Manu, Natta, e un vociare confuso.
Mi alzo, schiudo le persiane e sbianco davanti al sole e all'azzurro accecanti e ai panni stesi del palazzo di fronte.
Poi abbasso lo sguardo.
“Natta, Natta”.
Accanto a Michele si è già formato un gruppetto di curiosi. Guardano tutti su.
“Manu, te fa fadìga a alsàrte come Natta, ah?”
Faccio un cenno con la mano, mi sistemo il ciuffetto biondo proprio in cima alla testa e sorrido
“Sì”, cenno e sorriso.
Il gruppetto di curiosi ricambia il saluto. Studenti, un paio di massaie, anziani con il Gazzettino in mano, un tizio in completo grigio, una signora con la carrozzina, un garzone con il carretto. Guardano su e ridono, ridono tutti.
“Àlsite, Natta”.
“Sì, ah, sì”, sbadiglio.
L'ultima volta che ho votato partito comunista, e ho perso.

Questo non è un sogno.




Gli incubi vennero dopo
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