sabato, ottobre 05, 2019

Altre Miru

Era partito come blog specializzato in lingue, linguaggi, scrittura, traduzione, insomma lavoro.
Poi mi è sfuggito di mano.
Quando non scrivo qui mi trovate su Medium.

Baci,
Miru

sabato, settembre 07, 2019

La calma silenziosa del centro

Questo Bloodborne in cui si finisce squartati e dissanguati di continuo è poi un grande gioco. Il senso è proprio morire all'infinito, liquefarsi in una marana di sangue per poi riformarsi, contemplare la sempre bella e terrorizzante scritta rossa SEI MORTO, ritrovare il senso del gioco "difficile", disinibito, privo di elaborate narrazioni e di deliri testuali, duro, labirintico e mutante.

Poi bisogna pur morire di qualcosa. L'importante è fare ritorno al Sogno del Cacciatore, un idilliaco giardinetto dove fioriscono gli ellebori e dove tra le altre cose ci sono i Messaggeri della vasca, piccoli scheletri miserabili che emettono gorgoglii incomprensibili e accolgono a braccia tese e bocca spalancata il nostro Zozzone. I Messaggeri sono in sostanza un prosaico Negozio, ci compri e ci vendi di tutto.

Il film giapponese d'animazione con protagonisti due malinconici gatti antropomorfi chiamati Giovanni e Campanella è finito male come previsto. Ne abbiamo iniziato un altro, del quale non sapevamo nulla. Dapprima non ci ha insospettiti il titolo, L'isola di Giovanni. I due fratellini protagonisti si chiamano in effetti Giovanni e Campanella pure loro, sta' a vedere che va' a finire male anche questo qua, e che Campanella muore in tutti gli universi possibili. Non l'abbiamo finito perché io ho finto di avere sonno, in realtà volevo vedere "La lunga strada del ritorno" di Alessandro Blasetti su RaiStoria, che poi non era neanche cominciato. Abbiamo quindi incrociato la fine di un brutto documentario mal doppiato su Herman Melville, e fatto in tempo ad ascoltare quel brano di Moby Dick in cui Ismaele e i suoi compagni, giunti in una zona del mare detta liscio o lago, si sporgono a guardare nell'acqua e uno strano mondo colpisce i loro occhi.

"Perché sospese in quei sotterranei d'acqua fluttuavano le forme delle madri che allattavano, e di quelle che per la loro circonferenza enorme parevano prossime a diventare madri. Il lago, come ho accennato, era straordinariamente trasparente fino a una profondità considerevole, e come i neonati umani quando poppano fissano calmi e immobili altrove che non sul seno, come se vivessero insieme due esistenze diverse, e mentre prendono il cibo mortale si nutrissero sempre in spirito di qualche ricordo ultraterreno, allo stesso modo i piccoli di queste balene pareva guardassero verso di noi, quasi non fossimo altro, ai loro occhi appena nati, che un pezzetto d'alga del Golfo."

Pure Ismaele, dice, in mezzo all'Atlantico burrascoso del suo essere si rallegra della calma silenziosa del centro, e mentre pianeti pesanti ed eterni di dolore gli ruotano attorno, giù nel profondo e nell'entroterra lui continua a bagnarsi in un'eterna soavità di gioia.

Ho poi dormito tra balenotteri trasognati, ferrovie galattiche e provvisorie resurrezioni.

martedì, settembre 03, 2019

Alternate Time Machine

Ieri siamo andati in un centro d'assistenza Apple nella pampa terziaria a nord di Udine, io con la finta e bisunta umiltà della pezzente androidiana-ubuntiana-huaweiana-windowsista, lui con i sudori pallidi di uno cui dopo soli due anni si è gonfiata a dismisura la batteria incorporata del Powerbook da tranquantamila euro. Lui, che questioni di allitterazione credeva di trovarsi in un centro abitato chiamato "Salone del Salame", imbambolato indicava con il dito le scritte inspirational incollate sulle pareti (Henry Ford, Milan Kundera, Albert Einstein e il solito Steve Jobs che avrebbe barattato tutta la propria tecnologia in cambio di una serata con Socrate), io gli prendevo a sberlotti il dito.
Tutti gentilissimi ed efficientissimi come sanno essere i macchisti friulani, magliette scure minimaliste, sguardo franco e rassicurante, senso dell'umorismo che c'è, sicuramente c'è, però non si vede.

Ma immaginiamo per un attimo che Socrate una sera si fosse presentato alla porta di "Steve" con una bottiglia di Amarone e un mazzo di fiori di campo per la signora. Metti che l'Amarone gli avesse sciolto la lingua e che "Steve" avesse barattato la sua tecnologia in cambio di "non è tanto caldo quanto umido", "premetto che ho molti amici gay", "New York sembra stare in Blade Runner", "hai mai provato a mescolare il rum con la Coca-Cola", "a me le ragazze con le ballerine, boh".
In compenso niente più batterie gonfie, niente gente che ti confida con gli occhi a palla "ho fatto Time Machine un secolo fa" e ti ricorda che "devi premere Mela+Piffero". Centri assistenza sostituiti da mobilifici stile arte povera, Genius Bar mutati in ritrovi per alcolisti anonimi, al posto dell'Apple Store di Opéra una friche fricchettona, un terrain vague coltivato a cardi e cavolo nero.

Tutto questo in cambio della ricetta usata del Cuba Libre.

domenica, settembre 01, 2019

Superare le sei ore

L'altra sera, già provati da Parenzo e Telese, finiamo uno di quei giochi indie tanto belli in cui si salta sulle sporgenze e si risolvono piccoli puzzle poetici e intelligenti per poi scoprire che il protagonista era morto fin dall'inizio (è simbolico! sono le fasi di elaborazione del lutto! va' che bello ma anche va' sul mùs, va'). Poi iniziamo Bloodborne che sulla carta è un giocone. Sulla fisionomia del protagonista spendiamo cinque minuti netti perché è una cosa che ci rompe, per il nome scegliamo senza indugio il più consono a una personalità tormentata e carismatica ("Zozzone"). Prima scena primo combattimento, un lupo mannaro fortissimo che ha la meglio su di noi in quanto noi siamo, tocca dirlo, disarmati. Morti in due secondi, veniamo resuscitati accanto a una lapide: vuoi tornare lì all'infermeria nella clinica di Ioszefa dove c'è il lupo mannaro che ti squarta subito? Certo, siamo qui per questo. Scopriamo che la famosa Ioszefa si è asserragliata in una stanza ma chissà come ci dona una pozione detta pozione di Iosefka che ci riempie la barra della vita. Le ore successive trascorrono con Zozzone che si fa squartare. Dopo ogni squartatina appare l'opzione "vuoi andare al Sogno del Cacciatore?". No, ma cos'è questo Sogno del Cacciatore, sicuramente non una roba per veri guerrieri, è un rifugio per mammolette, noi vogliamo farci squartare all'infinito lottando a mani nude.

Poi dopo la cinquaduesima morte e dopo aver importunato Iosefka mendicando una pozione alla volta Zozzone ce la fa.
A questo punto andiamo al Sogno del Cacciatore, dai. Scopriamo che il Sogno del Cacciatore è un bel cimiterino che accoglie un'officina, un incoraggiante tizio in sedia a rotelle, oggettini utili, una bambola-automa dalle losche potenzialità e DUE ARMI GRATIS. Ma noi il lupo mannaro l'abbiamo sconfitto a mani nude in sole tre ore, e dunque.

È l'una. Usciamo dal gioco felici ed esausti per guardare un film romeno del 1964 ambientato al tempo della prima guerra mondiale. È un capolavoro di 2 ore e 34, Pădurea spânzuraților, titolo italiano La foresta degli impiccati. Ci piace quel spânzuraților, a spânzuraților non si resiste, senti proprio i corpi che penzolano.
Purtroppo la spiegazione storica iniziale non è sottotitolata. Vaghiamo dunque in una metaforica nebbia transilvana, tra Impero Austro-Ungarico e Romania, in mezzo a russi, tedeschi, austriaci, ungheresi. Ogni tanto mettiamo pausa per dirci "i russi stavano nella Triplice, no?" oppure "la Transilvania era nostra" "nostra in che senso?" "nel senso di asburgici". Seguono silenzi carichi di reciproco sospetto.
Ma almeno abbiamo sconfitto un lupo mannaro a mani nude.

Il giorno dopo, dotati di armi gratuite, molotov, fiale di sangue e otto ciottoli affrontiamo un'orda di gente armata di asce, roncole, archibugi, torce. Alla fine ci ritroviamo di fronte a un bestione che ci annienta con una mannaia e un grugnito.
Ripetiamo sessantaquattro volte. Una volta facciamo pure ritorno al Sogno del Cacciatore per vedere se ci regalano qualcosa, ma niente. Usciamo dal gioco sconfitti.
Su Reddit uno dice che se superi le sei ore di gioco poi ci prendi veramente gusto a morire di continuo. Il senso sta tutto lì, dice.

Poi guardiamo un film giapponese d'animazione intitolato Una notte sul treno della Via Lattea. Versione originale, sottotitoli inglesi, scritte in esperanto. Mi sa tanto che è simbolico anche questo qua, tipo son quasi tutti morti.

In bella immagine: la Miru si aggira pensosamente per casa dopo le recenti esperienze pensando a come far fuori il bestione armato di mannaia nelle strade di Yharnam.


martedì, marzo 26, 2019

When in Rome

Tarda mattinata. Giornali e tabacchi. Sulla porta un foglio A4 con su stampato in Times New Roman corpo 30 "Si vendono batterie per orologi".

– Buongiorno, lei li vende i biglietti del tram?
– Sì.
– Allora due biglietti per favore.
– Li ho finiti.
– Ma dove si comprano?
– Qui o nell'edicola di fronte.
– Allora andiamo all'edicola di fronte?
– Ma anche lì so' finiti. So' finiti dappertutto.
– Ah, ma allora se vogliamo prendere il tram come facciamo?
– Eh dovete ave' i biglietti.
– Ma lei quando vuole prendere il tram come fa?
– Affitto 'na macchina che faccio prima!
– Ce l'ha le Rothmans rosse?
– Me dispiace, nun ce l'ho.
– Grazie arrivederci.
– Arrivederci!

Tardo pomeriggio.
– Buonasera, di nuovo noi.
– Buonasera.
– Non ho trovato le Rothmans rosse. Ha le Lucky Silver?
– Nun ce l'ho.
– Le Camel morbide?
– C'ho le Malboro rosse.
– A questo punto senta facciamo le MS mild.
– Le MS mild so' forti come le Malboro rosse.
– È sicuro?
– Come no?
– Davvero?
– E me sembra proprio de sì.
– Ma lei quali prenderebbe?
– Io non fumo.
– Non fuma e non prende il tram.
– Esatto.
– Ce l'ha le ministilo ricaricabili?
– Eh nun ce l'ho!
– Grazie arrivederci!
– Arrivederci!

Accompagnava tutto questo con un sorriso serafico e suadenti alzate di spalle. Oso dire che ci siamo lasciati da amici e che torneremo da lui con sciocchi pretesti solo per parlargli.

venerdì, marzo 15, 2019

Una Ferrari


Mentre facevo la spesa alla Conad mi è passato accanto un settanta-settantacinquenne che riempiva il carrello parlando al telefono di soldi con l’amico suo. “Ah, perché te lo raccomando l’euro” dice, “bisogna sempre calcolare in lire. Io per esempio la scorsa settimana mi sono comprato la macchina, 14.000 euro, cosa sono 14.000 euro te lo dico io guarda sono 34 milioni di lire e con 34 milioni di lire io vent’anni fa mi ci compravo una Ferrari.”
E poi si è guardato attorno e ha ripetuto “Una Ferrari!”.
A quel punto alla Conad ci siamo fermati tutti, chi con il suo pacco da sei di Acqua Guizza, chi con la busta di affettati, chi con la rete di arance, e abbiamo preso a cantare “Una Ferrari, una Ferrari” con la cadenza di Bohemian Rapsody quando fa “I’m just a poor boy, I need no sympathy”, tutti in piedi a cantare “Una Ferrari, una Ferrari” e a immaginare che il pacco da sei di Guizza, la busta di affettati, la rete di arance germogliassero in soave ambrosia, “Una Ferrari, una Ferrari”, mentre il settanta-settantacinquenne spingeva veloce il suo carrello tra gli scaffali e sorrideva a tutti sventolando le mani.

venerdì, febbraio 08, 2019

Lessons in Love


Silenziosa, carina, bravissima in matematica quando stavamo allo scientifico, la Paola tendeva a innamorarsi platonicamente di giovani macellai belli come angeli del Beato Angelico oppure di ragazzi floridi ma gioviali conosciuti “per lavoro”, il lavoro essendo quello un po’ tedioso ma efficiente di segretaria nello studio di un avvocato. Gli oggetti del suo desiderio e del suo laconico arrossire avevano una cosa in comune: erano tutti impegnatissimi, e se non ancora sposati almeno promessi sposi a fidanzatine delle medie spesso dispotiche e capricciose, probabilmente noiose. Almeno questo ci dicevamo la Paola e io. Io simpatizzavo per le sue cause perse sentimentali, lei mi premiava con un reticente rispetto per le mie “storie”, quelle tramacce da videoclip che il padre di M. chiamava amorazzi e mia madre filarini. Solo con G. la Paola non era clemente, ma solo perché lui alla fine della quarta le aveva chiesto in prestito il Purgatorio e poi quel Purgatorio era sparito per sempre su qualche bancarella dell’usato. Ma G. non era neanche un mio amorazzo o filarino, e del resto a me aveva sottratto il Paradiso. Per lui la Paola aveva un’antipatia feroce e vendicativa, pur non essendo mai stata una dantista o una sapegnista, mentre tutti gli altri li sopportava ricevendo le mie rare confidenze con stoicismo e rassegnazione.

Un pomeriggio la Paola organizzò un picnic nella casetta dei suoi, una specie di dacia fuori Gorizia ma proprio sul bordo della Statale dove i suoi andavano la domenica a coltivare l’orto e il giardino. Loro la chiamavano baita, con affettuoso disprezzo tutto goriziano. La baita si rifiutava di affacciarsi sul traffico della statale, alla quale offriva una facciata completamente priva di finestre. Non c’erano mai state, le finestre? Erano state murate? Nessuno sapeva o voleva rispondere a questa domanda. La casa introversa riversava tutto il suo moderato entusiasmo sul giardino e sui verdi colli lucinichesi, ostinandosi a negare la presenza della strada come la Paola negava l’esistenza delle fidanzate.

Al picnic di quel pomeriggio era stato invitato l’uomo dei sogni del momento, Francesco, un biondino florido e timido con cui la Paola aveva una storia mezza fantasticata fatta di non detti e di scherzi condivisi che così possiamo riassumere: a un dato momento uno dei due mormorava una battuta misteriosa e poi entrambi arrossivano e attaccavano a ridere. “È tanto caro” diceva lei di lui, pudicamente. “Peccato che sta con quella là.” E le confidenze si fermavano lì.

Gli altri invitati erano un paio di amici di lui e qualche altra persona del nostro giro. Vagavamo tutti un po’ oblomovianamente nel giardino, era del resto maggio e il calore primaverile mescolato allo spritz tagliava le gambe. La Paola indossava per l’occasione una gonna a balze coloratissima che si fermava appena sopra il ginocchio, lui era il genere di ragazzo cui donano i jeans e maglietta, inutile osare complicazioni.

Io ero sentimentalmente in vacanza, cioè nel bel mezzo di un amorazzo proprio con M. M. era il sosia perfetto di Jim Morrison con il vantaggio di non sapere chi fosse Jim Morrison, la configurazione perfetta. Erano del resto gli anni Ottanta. M. era programmato per vivere una lunga storia d’amore financo coniugale con L., ma c’era ancora tempo per gettare qualche sassolino negli ingranaggi. E noi tre, L., M. e io, negli ingranaggi di sassolini ne gettavamo a manciate. Non so se ho già detto che erano gli anni Ottanta.

Il sole già calava dietro le alture di Lucinico quando tra le mani di Francesco si materializzò una busta contenente LP e audiocassette: era ora di mettere un po’ di quella musica che piaceva a lui. Ma cosa piaceva a Francesco? Cosa lo svegliava la mattina, cosa lo muoveva, quali ritmi tamburellava in ufficio pensando un po’ alla fidanzata un po’ ai begli occhi verdi e sempre un po’ arrossati della Paola?

Fu in quel momento che assistemmo alla metamorfosi del “tanto caro”. Il quale ci spiegò come il migliore musicista in assoluto, il maestro indiscusso, fosse il bassista dei Level 42 con il suo inconfondibile slap. E come il migliore gruppo in assoluto fossero i Level 42. Procedemmo poi all’ascolto di alcuni pezzi scelti, con Francesco che mimava nell’aria elastici giri di basso mentre alla Paola sorridevano anche le balze della gonna. Erano gli anni Ottanta, c’erano il funk-jazz e il Live Aid, i Settanta erano lontani e per il momento dimenticati. 

Un’ora dopo Francesco imbustò gli LP e tornò per sempre dalla fidanzata.
 
Oggi ho riascoltato i Level 42, quella canzone che fa “lezioni d’amore perdute senza amore”. Partita dalla retina qualche decennio fa, mi è infine arrivata la visione della gonna a balze della Paola, insieme a un’incongrua e appagante tenerezza.

martedì, febbraio 05, 2019

Il grande Antonius e la piccola Nensi Drev

A un certo punto papà viene travolto dalla passione per la "pesca al sievolo", nella quale si cimenta le domeniche d'inverno in quel bayou monfalconese che sono i canali della bisiacarìa, terra di brume e di fanghi. Lo schema tattico è il seguente: papà si apposta in un luogo selezionato in base a maree, direzione del vento, condizioni meteorologiche, fiuto, tradizione orale, testimonianze più o meno fuorvianti; mamma consuma nella 128 gli schemi liberi della Settimana Engimistica; Antonia e io partiamo in ricognizione.
La tradizionale simbiosi nonna-nipote vorrebbe che la prima approfittasse del contatto con la natura per impartire preziose nozioni di base alla seconda. Fauna, flora, folklore inoffensivo in cui le fate si limitano a pettinarsi, edificanti ricordi d'infanzia.
Noi però ci troviamo in una landa di brume e di fanghi e puntiamo alle macabre scoperte.
Siamo il grande Antonius e la piccola detective Nensi Drev.
– Cosa vedono i miei occhi!
– Orco tocio, un cadavere!
– Attenzione, l'assassino potrebbe non aver abbandonato la scena del crimine.
– Propongo di nasconderci dietro quell'albero.
Inganniamo così l'attesa sgranocchiando biscotti Bucaneve e bevendo succhi Fructal con la cannuccia come insetti panciuti e rumorosi, gli occhi spalancati a scrutare la torbiera.
– Via libera, Antonius!
Antonius pungola il cadavere con un bastone e formula un'ipotesi.
– È un tocco di legno.
Va più o meno sempre così, l'eccitazione evapora tra mucchi di terra e fogliame.
C'è poi la variante Cicuttini. Carlo Cicuttini ha appena tentato di dirottare un aereo a Ronchi per chiedere un riscatto e la liberazione di Freda, è in fuga, è ricercato.
– Cosa vedono i miei occhi!
– Orco tocio, Cicuttini!
– Attenzione, potrebbe essere armato!
– Propongo di nasconderci dietro quell'albero.
E giù Bucaneve e Fructal, mentre papà carica già le canne nel bagagliaio e mamma finisce sospirando il Bartezzaghi.

Cicuttini non è mai Cicuttini, ci sfugge, è di volta in volta un albero, un palo della luce, un'ombra, un addensarsi di foschie, papà appostato immobile tra le canne in conversazione telepatica con i sievoli. Si saprà poi che in quei giorni Cicuttini è già in Spagna a collaborare con i franchisti e a farsi operare le corde vocali con i soldi che gli ha mandato Almirante. Si saprà che Cicuttini è anche quello di Peteano, è lui che ha fatto la telefonata ai carabinieri di Gradisca, "A Peteano c’è una Fiat 500 abbandonata con due fori di pallottola”, e bum. Questo si saprà.
Per ora è solo il 1972, l'anno più lungo della mia infanzia, l'anno della pesca al sievolo, di Antonius e Nensi Drev a caccia di cadaveri e di terroristi neri nel bayou.

lunedì, febbraio 04, 2019

Quindici

- Allacciare il fitness tracker: trenta secondi.
- Rileggere traduzione: venti minuti.
- Esitare nuovamente tra "sporco" e "cattivo" per "nasty": cinque minuti.
- Salvare traduzione tre volte di seguito: un minuto.
- Salutare destinatario con formula adeguata evitando espressioni tipo "buon lunedì" che suonano sempre smaccatamente derisorie: due minuti.
- Allegare file: trenta secondi.
- Cancellare, riallegare file per sicurezza: trenta secondi.
- Sollecitare in maniera ferma e dignitosamente risentita un cliente colpevole di due anni circa di arretrati, salutare con formula adeguata avendo cura di usare l'espressione "buon lunedì" (very nasty): cinque minuti.
- Soffermarsi a immaginare due anni circa di arretrati, visualizzare Paperone che si tuffa nei soldoni mentre Battista gli regge l'asciugamano: due minuti.
- Scoprire che L. sta leggendo "L'arte di ottenere ragione" per il bac: un minuto.
- Fare faceswapping con il musetto di Schopenhauer in copertina: un'ora.
- Totale: 15 passi.

You may be cool, but are you Vittorelli cool?
Are you?

giovedì, gennaio 24, 2019

Il Mazariol

È nel languore di un pomeriggio di pioggia, durante una di quelle chiacchierate tra femmine in cui ci confrontiamo sconsolate “il petto” e la Sgorza descrive le elaborate cotonature montate nella sua fantasia parrucchiera come albumi a neve, che mi invento il fratello morto.

Non per cattiveria. Per noia.
Perché sono la sola figlia unica di tutta la classe insieme al Montrani Andrea, che in aula calza le pantofole di lana, vomita in un angolo pallette d’ansia e poi se ne torna a casa con l’autista.
Perché una piccola misteriosa tragedia familiare non si nega a nessuno.
Mai sottovalutare il fascino che i fratelli morti esercitano sulle compagne di classe. Eccole lì, la Raffaella, la Claudia e la Sgorza (in arte Ondina Acconciature), tutte subito a sparare domande. No, mio fratello non era come quello della Franzica Cristina, quello caduto dritto nel limbo senza passare per il via. Il mio era un fratello completo, carne e ossa, viziatino e non simpatico. E poi è morto.
Ma come, come è morto?
Come?

“El xe cascà dae scale.” Entra in cucina Antonia reggendo un vassoio di cacao e frollini. “Dae scale”, ripete.
Tutte zitte, e zitta anch’io che sento arrivare una grossa storia.
“Povero Giancarlo. Scampava da qualche cosa, sicuro. Perché non correva mica come un stupido, Giancarlo. Scampava. Per dopo rompersi l’osso del collo. Lì.” E con il dito indica un punto ai piedi delle scale, nel vestibolo, là dove il marmo delle mattonelle è ingiallito.
“Povero Giancarlo”, butta lì un’ultima volta Antonia. Poi esce dalla cucina e fa per salire le scale maledette.
“Il cacau” dico debolmente io. “Si fredda il cacau.” Ma la Claudia, la Raffaella e la Sgorza tutte dietro Antonia, e poi ferme sullo scalino più basso a guardarla di sotto in su mentre sosta nel punto in cui le scale curvano, e aggrappata al corrimano si gira a metà, con il grugno di quando giochiamo a Rebecca e lei fa la governante: una governante passata per le campagne venete, i fossi e i sassi del Piave, tra rospi e denti di leone.

“Cosa è successo non si sa. Ma mi lo so.”
Silenzio, sguardo periscopico. La Claudia, la Raffaella e la Sgorza a bocca aperta.
“Scampava dal Mazariol.” 
E riprende a salire le scale. La seguiamo tutte nella sua camera, la vediamo chiudere gli scuri, la sentiamo cercare a tentoni l’interruttore, dando manate spazientite sul muro. Quando la luce si accende ce la ritroviamo vicinissima, immobile, le labbra serrate fino a scomparire in una sottile linea retta tra le guance infossate. Che ancora un poco e mi spavento anch’io.

“Io da piccola l’ho visto il Mazariol, correva pei campi come una bestia, guai metter il piede sulla sua orma, ti porta via e sei il suo schiavo morto. Non esiste più mamma, papà o casa. Non esiste. Sei un morto prigioniero del Mazariol e mangi radici e vermi.”
“Che schifus” si lascia sfuggire la Sgorza.
“In eterno” la fulmina Antonia. “Il Mazariol l’ho rivisto qua intorno, anni fa, che veniva su dal buco di viale Virgilio, strisciava su come una bestia. E gli ho detto a Giancarlo di non andare nel buco di viale Virgilio a giocare. Gli ho detto ‘Guai sei vai nel buco che ti prende il Mazariol’.”
“Ma lui era curioso”, butto lì io.
“Era curioso. E quel giorno che è tornato con le scarpe tutte piene di fango ho capito che era andato nel buco e aveva messo il piede nell’orma del Mazariol. E che quando il Mazariol lo prendeva lo trasformava, sicuro.”
“E dopo?” fa la Claudia.
“E dopo bisogna bere il cacau che diventa freddo. Circolare, circolare!” dice Antonia con un gesto da vigile urbano. E noi giù dalle scale. Ma piano piano, non come il povero Giancarlo.

In cucina ce ne restiamo zitte, ognuna presa nei suoi pensieri. Sono assorta anch’io, che mi chiedo quando la storia arriverà alle orecchie della mamma. Perché ormai non è un problema di “se” ma di “quando”, è una storia troppo grossa: la madre annientata dal dolore, la nonna ormai folle che inventa storie di spettri, il padre sempre con la canna da pesca in mano. Menti ottenebrate. Una casa di matti.

“Di questa cosa non si parla, è un segreto tra noi” dico rompendo il silenzio.
“Veramente io in camera di tua nonna ho visto una cosa sotto il letto…” balbetta la Sgorza. “Una roba scura, un’ombra, forse anche si muoveva.”
“Sarà stato il Mazariol” sentenzia Antonia, appoggiata a uno stipite della porta.
La Claudia, la Raffaella e la Sgorza la fissano con gli occhi a palla, mentre gli sbaffi di cacao agli angoli delle labbra disegnano loro finti sorrisi da pagliacci tristi. Quando ci crescerà mai il petto, a noi, mi chiedo osservandole. Quando diventeremo mai “signorine”.

Il pomeriggio scorre via in maniera convenzionale, la Sgorza si offre di farci le acconciature ma non c’è più la spensieratezza di prima, le vedo che tutte e tre allungano il collo per spiare ora il pavimento del vestibolo, ora le scale. Poi se ne vanno, senza altre domande, ma esitando un’ultima volta sulla soglia. “Circolare, circolare” si sente gridare dalla cucina.

Quella sera Antonia mi porta in camera sua. 
“Vien con mi che te presento il Mazariol, amore” fa tutta allegra. Si china accanto al letto, tastando il pavimento.
“Ecco il Mazariol!” dice spingendomi qualcosa contro il petto.
“Che schifus, nonna!”

È un vaso da notte.

mercoledì, gennaio 23, 2019

La sublime morte di Lara Croft

Ho giocato per anni in solitaria, su computer e console.
Una sera sul tardi citofona il mio amico di Portogruaro. Il mio amico di Portogruaro viene a Gorizia con la scusa della benzina slovena, ma prima passa sempre a salutare la "cugina di Zellina" perché comunque è di strada, così da me arriva in media dopo le undici. Io lo saluto appena, gli comunico rapida che devo mostrargli una cosa e salendo gli scalini a due a due lo porto su in mansarda dove tengo il computer, che è tipo un 486 con Windows Zero. E lì gli mostro Lara Croft. Ma non la Croft che corre salta e spara, bensì un gomitolo di poligoni che continua a morire gemendo e contorcendosi sott'acqua per fatale mancanza d'ossigeno, alla ricerca di una via d'uscita. 

Quella notte facciamo le ore piccole a osservare la morte di Lara Croft preceduta da gemente agonia subacquea. È come stare davanti a un acquario, si parla d'altro e ogni tanto ci si interrompe dicendo "sempre bello l'effetto dell'acqua però" e "le cose che possono fare i videogiochi oggi" o infine, già sbadigliando, "comunque la Lara la trovo in forma, stasera". "La Lara" diventa una variante irrinunciabile della "cugina di Zellina" nella quest benzinara del mio amico di Portogruaro.

Passa un po' di tempo. Mi compro la PS1. Una sera sul tardi (dopo la "cugina di Zellina") passa il mio amico di Portogruaro. Io lo saluto appena (ormai andiamo al dunque senza neanche salutarci più, ci limitiamo a prendere atto della reciproca presenza), dico "devo mostrarti una cosa" e lo porto davanti a Lara Croft che annega uguale, ma sullo schermo di un televisore 32 pollici. A quel punto anche lui vuole la PS1, è comprensibile che voglia riprodurre l'esperienza a casa sua. Però siamo sotto Natale, e quell'anno le PS1 non si trovano neanche a pagarle il doppio a un camionista bosniaco nell'area di servizio di Cessalto. Allora lui fa il giro dei centri commerciali del Veneto, trova una PS1, se la porta a casa e collega furiosamente i cavi prima di constatare con una certa delusione che il televisore è troppo piccolo per Lara Croft. Così compra un nuovo televisore e un mobiletto per accogliere il televisore, il mio amico di Portogruaro, e manca tanto così che compri anche un soggiorno nuovo, una casa nuova. Manca tanto così che demolisca Portogruaro come un dio capriccioso solo per far spazio a Lara Croft che annega in un metro cubo alla ricerca di una via d'uscita.
Perché una cosa è certa: noi, il mio amico e io, faremo sempre in modo che quell'uscita non la trovi mai.

Adesso ho la PS4, gioco a Red Redemption II, convivo con le malinconie di Arthur Morgan, ho un cavallo di nome Giorgio. I testicoli del mio cavallo Giorgio si contraggono visibilmente quando fa molto freddo, lassù nella regione di Ambarino.

Il mio amico di Portogruaro si è fermato alla PS1 e ha un figlio tredicenne che vuole diventare YouTuber come Cicciogamer. 

Lara Croft esiste ancora, ma in prequel avventurosi in cui è giovane, parla e rivendica una personalità e financo alcuni stati d'animo a dirla tutta abbastanza convenzionali. Mi piace pensare che non abbia ancora scoperto la sua vera vocazione, annegare in un metro cubo d'acqua dentro un vecchio 486.

giovedì, gennaio 17, 2019

Scarpe

– Si è comprato altre due paia di scarpe.
– A questo punto è una droga.
– Ho fatto l'errore di dirgli che quelle più sportive sono così eleganti che può metterle con qualsiasi cosa.
– E?
– Adesso mi esce in tuta.

mercoledì, gennaio 16, 2019

La verità




“La gente ama i polizieschi. Fa piacere seguire una storia di cui si conosce già il finale. Lusinga sentirsi più furbi degli autori. 
Nella capitale dicono che questa storia straordinaria è accaduta a Mosca.
A Odessa affermano che ha avuto luogo nella loro bella città.
Leningrado e Rostov-sul-Don non sono d’accordo.
Sette città rivendicano i fatti, come sette città sostengono di aver dato i natali a Omero.
La verità è che non sappiamo dove si sia svolta questa storia, né se sia realmente accaduta.“
Voce narrante, Beregis’ avtomobilija (1966)
Regia: Ėl'dar Aleksandrovič Rjazanov 
Direttori della fotografia: Anatolij Michajlovič Mukasej, Vladimir Dmitrievič Nachabcev

martedì, gennaio 15, 2019

Lo Squartatore della Città di G.


Le sedute della mamma dalla parrucchiera di via Brigata Pavia detta La Bionda sono per me occasione di arricchimento culturale. In un angolo del salone improvvisato al pianterreno di una vecchia casa a due piani con cortile – si attende l'apertura della rinnovata sede di viale XX settembre – le clienti della Bionda aspettano il loro turno origliando le conversazioni e pescando secondo gusto e inclinazione da un'appetitosa collezione di riviste e rotocalchi. A quella biblioteca attingo indisturbata anch'io. È lì che scopro la storia di Jack lo Squartatore, assassino di prostitute nelle nebbie di Whitechapel. La parola prostituta, simile a "istituto", accende nella mia mente immagini di camicette bianche, mantelle nere, calze di lana e castigati cardigan. Mi convinco insomma che prostituta voglia dire "educanda" e improvvisamente mi sento un po' educanda anch'io che faccio la seconda elementare, mi si impenna lo spirito di categoria e mi immagino a rientrare in collegio fendendo la notte dopo una visita caritatevole in un orfanotrofio dove ho rifornito di calzerotti di lana bambini neanche tanto belli. A un tratto dal buio spunta la lama mutilatrice di Jack lo Squartatore che...
L'articolo a un certo punto si interrompe perché qualcuno ha avuto la bella trovata di strappare un pezzo di pagina, forse perché il retro riporta stuzzicanti approfondimenti sulla vita di Dalida.

Sento che i prossimi giorni saranno inzuppati di panico, potrebbe esserci un emulo di Jack lo Squartatore che mi aspetta dietro il Convento delle Orsoline; magari è un "biondino insospettabile", quelli sono anni di "biondini insospettabili".
Mentre rincasiamo come si suol dire rimugino, ma la mamma un po' stordita nella sua nuvola di lacca fissaggio forte non ci fa caso. Devo parlarne con qualcuno prima che lo Squartatore esca dalla sua tana, magari su una vetturina sportiva; perché sono quelli sono anni di vetturine sportive.

– Nonna, ho tantissima paura di diventare una prostituta!
Antonia mi lancia uno sguardo distratto e farfuglia qualcosa a proposito di quello sporcaccione di mio nonno e del "benedetto referendum sul divorzio". Ma si vede che non ci mette passione perché ha la mente altrove.
Tra le mani ha un brandello di pagina che contiene tutti ma proprio tutti i saporitissimi dettagli della vita di Dalida.

mercoledì, gennaio 09, 2019

Adult content


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E questo era (modestamente) il post:




“Com’è il mare? Come spiegare?
Il mare è il mare.
Non c’è niente di più bello, va visto di persona.
E quando c’è la tempesta?
Anche la tempesta è bella.
Tutto è bello, in mare.”

Serëža (1960)

Regia: Georgij Nikolaevič Danelija, Igor’ Vasil’evič Talankin
Direttore della fotografia: Anatolij Dmitrievič Nitočkin

martedì, gennaio 08, 2019

Tre o quattro

Un giorno senza il wi-fi e mi ero già convinta che i Re Magi fossero quattro: Gaspare, Melchiorre, Baldassarre e quello che arrivava in ritardo. Per quello che arrivava in ritardo ricordavo perfino un'infilata di contrattempi pittoreschi.
Poi è tornato il wi-fi e sono andata su Google a cercare "Re Magi quattro", e «Famiglia Cristiana» dice che in effetti non si sa. Lo dice in maniera molto amichevole, con un linguaggio chiaro anche per i più piccoli, infatti la rubrica è intitolata "I figli ci chiedono". E questo è quanto.

La fantasia sui Re Magi era stata scatenata dalla puntuale comparsa della Galette des Rois, il trappolone con cui il giorno della Befana i panettieri francesi ti impacchettano la Tradizione: il prezzo della tradizione può arrivare a 30-40 euro per un disco volante di pasta sfoglia farcita frangipane e tungsteno, l'equivalente di tre-quattro Re Magi che deambulano nel delicatissimo stomaco umano con gli scarponi chiodati. Nell'impasto (che per comodità chiameremo immonda sbriciolatura) è nascosta una fève, oggettino kitsch costruito in materiale economico da una batteria di macchinari azionati da bambini asiatici.
Chi trova la fève è il re della serata e vince un viaggio dal dentista. Di solito si fa in modo che a trovarla siano i più piccoli, un po' perché loro si accontentano di poco, un po' perché se ci lasciano un dente è meno grave e magari rimediano pure una banconota di piccolo taglio.
Ogni anno Monoprix comunica di aver nascosto nelle sue féve una decina di diamanti.

Il maestro delle medie Stanti, insegnante di educazione tecnica dei maschi e per supplenza anche delle femmine, dei propri opachi e corsari trascorsi sudafricani amava raccontare le ispezioni corporali all'uscita dalle miniere, dilungandosi sui metodi per nascondere e contrabbandare i diamanti. In un innominabile passato l'elica di un aereo gli aveva mangiato la mano destra, al maestro Stanti, ma lui non se l'era presa e continuava a caricare gli alunni su un vecchio Cessna per il battesimo del volo: Gorizia dall'alto, castello, confine, piccolo vuoto d'aria, scendere fare attenzione congratulazioni Vittorelli siamo già al terzo battesimo avanti un altro. Un giorno ci aveva imbarcati tutti su un DC9 per portarci a Roma, andata e ritorno in giornata. Atterraggio a Ciampino, foto ricordo, pranzo al sacco, serata libera al Luna Park mentre lui andava a trovare un'amica sua carissima, rientro a Ronchi dei Legionari ore ventidue zero zero, genitori commossi in sala arrivi: tornavamo stanchi ma incolumi dalla prima guerra dell'EUR.

In ogni caso i diamanti di Monoprix nessuno li ha veramente visti mai. E questo è quanto.

lunedì, gennaio 07, 2019

Senza meta a notte fonda

Stamane per nessun motivo (stavo cambiando la fodera del piumone con il metodo "facile", "meno di un minuto", "in poche semplici mosse") mi è venuta in mente quella breve poesia di Byron, non ce ne andremo più in giro senza meta a notte fonda, anche se il cuore ancora ama e la notte è ancora luminosa; perché la spada consuma il fodero, l'anima consuma il petto, e così anche se la notte è fatta per amare noi non ce ne andremo più in giro senza meta nel chiaro di luna. Mi è sempre piaciuta, quella poesia, struggente forse oltre l'intenzione dell'autore.
A questo punto era passato più di un minuto e le mosse erano diventate molte e scomposte. Così sono andata su Google e ho scoperto che Leonard Cohen ci ha fatto una canzone, con la poesia di Byron. Ascoltiamola, mi sono detta. Ho ascoltato questa canzone di Leonard Cohen. Poi YouTube è passato al pezzo successivo, "In My Secret Life", anche questo mitragliato da un plotone di coriste singhiozzanti, ma non male. Non male, dai, ho confermato al piumone mezzo nudo.
Sono dunque diventata il tipo di donna tutta cori e sassofoni che si mette ad ascoltare Leonard Cohen post-litteram? Come la zia pazza di cui mi hanno raccontato, quella che dopo i settanta ha preso a girare il mondo per andare a tutti i concerti di Leonard Cohen ("vengo per il caffè non mi fermo perché dopo c'ho Leonard a Bercy")?
No, questo non lo credo.
Tutto è cominciato con Byron.
Ma Byron a pensarci bene è arrivato con il copripiumone, con la fodera un po' logora come il petto consumato dall'anima, come il fodero della spada.
Fodero e fodera, il cervello umano è un organo delicatissimo e purtroppo abbastanza stupido.

Buon anno.

1. Il font è un po' più grande perché nel frattempo saremo diventati tutti un po' presbiti.
2. Se non ho risposto a commenti o mail in questi anni non è per qualche improrogabile impegno, non è perché sono pazza e solare; è perché il cervello è un organo delicatissimo e purtroppo abbastanza carogna.