martedì, maggio 28, 2013

Renzo


What's a sweetheart like you doin' in a dump like this?
"Sweetheart like you", Infidels
“Bambina.”
“Ciao Renzo.”
“Pensare che la prima volta che ti ho vista ho pensato che eri proprio piccola.”
“Perché avevi bevuto.”
“Torni dentro?”
“Forse dopo.”
“Ti tengo in braccio?”
“No.”
Si accese una sigaretta e mi appoggiò sulla spalla la sua mano lunga e storta da extraterrestre acciaccato.

Quando avevo conosciuto Renzo aveva già alle spalle storie finite male con donne sognate e perdute, sorelle di amici innamorate di virtuosi della chitarra classica, giapponesi newyorkesi, scandinave ingrassate, donne mal sposate, annoiate, indecise, tatuate, leopardate, sdentate, arricchite, troppo vecchie, troppo giovani.  Quella sera era seduto tra due gemelle bionde e truccatine ed era ubriaco. Ubriaco di vodka agli antipasti.
“Strane mani.”
“Malformazione congenita”, disse Bum Bum.
“Chi è?”
“Non lo sai?”
“Cosa?”
“Quello è il nostro batterista.”

Le mani non erano un problema: me ne accorsi quella sera, quando con la forchetta tracciava nell'aria benedizioni sincopate, costringendo le gemelle a scansarsi. Le mani non erano un problema. Il problema era che Renzo rallentava, rallentava per natura tendendo il più possibile a un idealtempo fatto di ritmo lento e vocalità nasale che potremmo definire ortodossia dylaniana. Tutto, tra le mani e dentro il microfono di Renzo, finiva per assomigliare a "Knocking on Heaven's Door" o a "Just like a woman". "Just like a woman" era la donna sempre sognata e perduta, quella capace di fingere come una donna, amare come una donna e cadere a pezzi come una bambina. E poi mettersi con un altro, come tutti sospettavamo: perché questa era la storia della vita di Renzo, piena di autocommiserazione, di valutazioni sentimentali errate e di ciucche tristi.

“Quello è il nostro cazzo di batterista”, aveva detto Bum Bum.
Per amicizia, per sopportazione, perché nessuno aveva il coraggio di cambiare la serratura della sala prove, Renzo era finito a fare il batterista in una garage band, dove alternava l'imposizione del canone Zimmermann ad adagi sentimentali e a memorie gloriose del passato. “Noi alla vostra età ghe spacavimo il cul ai passeri.” Noi erano lui e il Kjuk, un barbuto sornione che finì per accasarsi con un'austera maestra di Klagenfurt e che godette di un breve periodo di notorietà quando una notte, sobrio ma stanchissimo, dopo uno sbadiglio interminabile patì un blocco della mandibola e suonò a un centinaio di citofoni ululando incomprensibili richieste d'aiuto per poi aspettare l'alba nella caserma dei carabinieri, con la bocca spalancata in un urlo munchiano e le lacrime agli occhi, mentre un ubriaco gli sognava in grembo. Renzo quella notte non c'era. Forse spaccava il culo ai passeri. Forse dormiva.

“Torni dentro? Torni dentro che si suona?”
“Dopo.”
Lo sentii sbuffare il fumo dal naso e poi mugolare, mentre la mano sulla mia spalla anticipava un inesorabile ritmo lento.
“Renzo.”
“Cosa.”
“Fermo.”

Solito gruppo di provincia, solita vita: collaborazioni imbarazzanti, discrete marchette ai matrimoni, extra ben pagati nei piano bar, feste dell'Unità, feste dell’Avanti in incognito, liti, secessioni, sostituzioni, macchine sfasciate, bassisti inaffidabili, chitarristi aggressivi, qualche coma etilico. Per un po' non avevano neanche avuto un nome, anche se a Renzo non mancavano le idee: tutte malinconiche, tutte all'insegna della mesta sconfitta, tutte incentrate sulla parola "perdente". Diventarono poi in effetti "The Beautiful Losers": arrendendosi, accettando che quel nome apparisse sui manifesti e sui volantini, rassegnandosi al ritmo lento.

And she aches just like a woman.
“Non.”
But she breaks
“Sono.”
Just like a
“Una bambina.”
“Ok. Basta dire.”

Non c'era solo Bob Dylan, nella vita musicale di Renzo. C'erano anche i Creedence, Otis Redding, Jimi Hendrix, una certa tradizione anni Settanta di tramonti al tequila e donne disponibili, piedi scalzi e capelli lisci, e ovviamente Tom Petty & The Heartbreakers, la consacrazione del lamento adenoidale. Ma c'era soprattutto il suo eroe ruspante, il mito raggiungibile, il guru tascabile: Little Tony. Perché Little Tony era un grande, perché non era Bobby Solo. Perché era un maestro di vita. O forse semplicemente per un Baby Whisky bevuto insieme in un'alba dell'82, intonando "Can't help falling in love" a due voci mentre un nugolo di zanzare si annientava in una scarica elettrica. Così le feste finivano sempre con un Renzo ubriaco a tu per tu con la canzone che meglio rappresentava l'eterna storia di amore disperato e nobile rinuncia di un magnifico perdente: "Riderà".

Riderà, riderà, riderà.
Sguardi rivolti al soffitto.
Tu falla ridere perché.
Ospiti che si allontanavano trascinando i piedi.
Riderà, riderà, riderà.
Sempre più lento.
Pausa.
Ha pianto troppo insieme a me.

E poi chitarre riposte, custodie chiuse con scatti esasperati, porcamadonna a mezza voce, l'immancabile ex bambino prodigio che arpeggiava solitario in un angolo.

Renzo mugolò più convinto, come un cucciolo afflitto.
“Renzo.”
“Cosa.”
“Mi sa che vado.”
“Non torni dentro.”
“No. Baciami la bambina. E saluta tutti.”
“Il cul ai passeri, ghe spacavimo. Manu.”
“Fa' il bravo.”
“Bòn.”
“Comunque, Stevie Ray Vaughan.”
“Cosa.”
“No xe mal.”

Se ne stette un po' lì a ruminare il dubbio del tradimento musicale. Poi rientrò, incespicando e agitando le mani nell'aria. Mentre mi allontanavo sentii che già singhiozzava "Riderà", pronto a scartare come un bufalo stanco verso "Knocking on Heaven's Door".

Perché tu, io lo so, sei migliore di me.

Un amplificatore lanciò nella notte l'urlo di un animale morente o innamorato.

[Grazie a Sten, che trova sempre l'immagine perfetta.]

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