domenica, giugno 10, 2012

Un posto all'ombra/1. Wie eine viole in Casarsa


"Quando hanno aperto la cassa del nonno io c'ero. Era uguale, perfetto, solo gli era cresciuta una gran barba bianca. Ma il tutto è durato pochi secondi, perché al contatto con l'aria è diventato un mucchio di polvere. Un mucchio di polvere."

Difficile dire se l'abbia visto davvero o se si sia inventato tutto.

Durante il suo ultimo anno di vita mio nonno si accarezzava spesso le guance e il mento con il rovescio delle dita. Chiedeva che lo radessero.
Durante quell'ultimo anno di vita mio zio era andato a trovarlo tutti i pomeriggi. E lui tutti i pomeriggi aveva finto di dormire, perché in quella stanza c'era posto per un solo bambino adorato, e quel bambino adorato adesso era lui.

"Guarda qua" dice.
Poi apre il portafoglio e per un momento penso che voglia darmi dei soldi, o chiedermeli. Invece nel portafoglio ci sono due vecchie foto.
"Guarda che belli", dice. "Il nonno bis, la nonna bis."
"Belli" dico io.
"Guarda i capelli della nonna bis."
"Sì."
"E non ti piacerebbe averli sempre vicino?"
"In che senso" dico.
"Pensalo come un investimento" risponde lui.
Ripone le foto, chiude il portafoglio e se lo infila nella tasca dei jeans.
"Lasciala in pace che dobbiamo fare il settequaranta" dice mia zia. "Povera putèla."

Ma lui è già sulla porta.
"Adesso vado a farmi un bicchiere così stasera la meno, ostia" dice a bassa voce, ridendo.
"Tutto bene, zio?"
"Wie eine viole in Casarsa" dice.
Poi si dà una leggera pacca sulla tasca dei jeans, quella dove tiene i soldi e i bisnonni.
"Wie eine viole in Casarsa."
E se ne va.

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