lunedì, aprile 30, 2012

I calzini dell'arciduchessa S01E01

Ieri, quando siamo scesi per fare la spesa, abbiamo incontrato il ragazzo indiano del negozietto sotto casa.
Bonjour, ha detto Sua Cinicità stringendogli la mano, comment ça va?
E fin qui.
Poi però ha aggiunto: "J'aime beaucoup le chapeau de votre frère".
Così.
Naturalmente del fratello neanche l'ombra, figuriamoci se si vedeva un cappello.

Idee per una serie tv di successo. Attenzione perché è di successo.
La protagonista batte la testa in Italia e si risveglia in Francia, in una vita che ricalca gli esempi di un corso di grammatica, piena di ordinazioni di pastis e di conversazioni con la moglie e la segretaria di Monsieur Legrand – uno che quando lo cerchi in ufficio non c'è mai e quando lo cerchi a casa scopri che è appena andato in ufficio – mentre les hirondelles sfrecciano sotto una pioggia battente senza mai fare primavera.
In ciascun episodio la protagonista tenta la fuga ma finisce invariabilmente incastrata in problema morfo-sintattico, in uno sciatto falso amico (bambini che correndo hanno rotto il ghiaccio nel corridoio), in un malinteso da Bagaglino (la solita Gisèle che vive in provincia, non in Provenza) o nella trappola del Nom-Prénom.
Sarebbe una via di mezzo tra Life on Mars e Il Prigioniero, ma con tanti bei formaggi dal nome maleodorante e pronunciato male, dolcissimi macellai sfregiati e una rete clandestina di giocatori di pétanque mascherata da cellula di Al Qaida.
No Amélie Poulain.
No fisarmoniche.
No rap francese.

Nel pilot c'è un buon cacciatore che sa cacciare anche senza il suo cane.

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