martedì, ottobre 04, 2011

La paura della gravità


All'inizio sono a casa con mia madre, nella luce abbagliante di un dopopranzo estivo. Siedo sotto una finestra, un grande rettangolo dai grossi bordi bianchi e arrotondati.
Dico a mia madre che se va tutto bene ci mettiamo sette ore, dunque al suo ritorno dal lavoro sarò nuovamente qui ad aspettarla. E che il pullover lo lascio sotto la finestra.

Mio padre apre la porta del garage, io porto fuori la macchina.
D'un tratto è notte fonda, lui dice "non capirò mai come fai a guidare a fari spenti". "Non tanto per te", aggiunge, anche se la strada è deserta. Sul sedile posteriore c'è Antonia, mi rendo conto che ci aspettava in macchina, stranamente composta, la borsetta sulle ginocchia e una caramella balsamica in bocca.

L'aeroporto è grande, formato da un corpo centrale e da grandi padiglioni circolari. Gli interni sono di legno, naturale o verniciato a colori vivaci: di legno sono i pavimenti, le pareti, le finiture, i pannelli scorrevoli da cui entrano ed escono i passeggeri. D'un tratto sembra di stare in un vecchio albergo di montagna. D'un tratto il presente assomiglia a un futuro immaginato negli anni Cinquanta. Noi tre passiamo da un padiglione all'altro, alla ricerca dei banchi del check-in. Sono in ritardo, so che mi stai aspettando. Il mio telefono segnala cinque tue chiamate perse. Finalmente vediamo una grande insegna verde a forma di freccia irregolare con la scritta ARRIVI e la sagoma stilizzata di uno steward (simile ai cuochi di cartone che salutavano gli automobilisti di passaggio, fuori dei ristoranti). La scritta ci tranquillizza: siamo arrivati. Tu infatti ci aspetti al banco del check-in con il biglietto in mano. Ma come, mi preoccupo, la destinazione sul tuo biglietto è la Georgia, non può essere. Tu spieghi che è una destinazione di comodo. E con un gesto veloce abbracci il viavai di gente nella sala: "qui nessuno va dove sta scritto sul biglietto, dai". Poi mi racconti un sogno che hai fatto, un sogno complicato e pieno di numeri. I numeri me li dici adesso che non possiamo farci niente, dico io. Improvvisamente non ho più borsa né valigia, solo una manciata di oggetti: gli occhiali da vista, piccoli fermagli per capelli.

Entriamo in uno dei padiglioni. Mi dici "spero che la piccola faccia la brava". Io ti rispondo che dobbiamo preoccuparci non della piccola ma di Antonia, anche se oggi è insolitamente disciplinata. Poi ti dico che Antonia ha un regalo per la piccola, un piccolo scheletro di dinosauro. "Sarà contentissima. Sai com'è fatta lei" dici.

Siamo pronti. Mentre davanti a noi sta per aprirsi il pannello scorrevole mi torna in mente un programma che ho visto alla tv, dove due astronauti rispondevano a una domanda sulla paura della gravità e uno di loro diceva: "Quando scendi dall'ultimo piano di un grattacielo altissimo sai che avrai paura, ma che il viaggio in ascensore durerà solo sette minuti. Lo spavento dura poco, passa quando tocchi il suolo. Per noi non è mai il viaggio a far paura, ma la gravità che non ci tiene più". 
Capisco che non ci metteremo sette ore. Sette erano solo i minuti di un viaggio in ascensore, in un programma alla tv.

L'ultima immagine è quella della bambina con il suo bianchissimo scheletro di dinosauro.
L'ultimo ricordo è quello del pullover abbandonato sotto la finestra, in una luce senza scampo.

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