lunedì, marzo 30, 2009

Di fiumi, secche e bruchi

Mi hai raccomandato di non scriverne. Ché mi conoscono, per carità, e alcuni financo mi leggono. Che una volta ti sei lasciato sfuggire una cosa, che un collega lo sa, che una collega cercava delle notizie e ha trovato me.
Però oggi mi hai detto.
Però oggi mi hai detto "se dovessi scrivere un post, lo comincerei così".
E io ho pensato: sta' a vedere. Che potevo provare a raccontare di un direttore di giornale che una mattina si alza, guarda giù dalla finestra della sua bella casa in posizione panoramica e decide che il fiume - un fiume che, non ve lo nascondo, là sotto ci passa da un bel po' di tempo - si sta asciugando.
Che lì al centro, lui lo vede bene dalla finestra, è spuntato un isolotto. Che sull'isolotto ci è perfino cresciuta l'erba.
Che bisogna sentire cosa dice la gente, chiedere alle autorità, curiosare, saper cercare le notizie.
Le autorità dicono che è normale.
Ma certo che per loro è normale, bisogna chiedere agli ambientalisti.
Gli ambientalisti dicono che è normale. Dicono che il fiume è vivo, ha periodi di secca e periodi di piena, che la ghiaia che adesso sta lì domani capace che sta laggiù. Normale. (Lo scrive anche Luzi in una poesia, che il fiume si sposta dentro il suo cangiante bruco).
Ma quale normale, lo so io come si fa: bisogna chiedere alla gente.
La gente dice che il fiume è sempre stato così. E alcuni ricordano che c'era un poeta, lì, un poeta da osteria di quelle valli, che scriveva i suoi versi proprio sulla ghiaia del fiume in secca. Con i fiori, perché li si potesse leggere dal ponte.
La gente di qui è omertosa, ottusa. La gente non parla.
Qui siete tutti così.
Veramente mi sun de Milàn, rispondi tu.
Non sghiaiano. Dovrebbero sghiaiare.
Cosa gli dici, a uno che si è formato sulla pubblicità del Tasciugo De Longhi.
Fortuna che adesso ha piovuto per 36 ore di fila. Così quel fiume, il cui nome deriva dal latino scorrere, fa quello che sa fare: scorre (giù dalla confluenza della Bela Nadiža e del Črni Potok, di qua e di là del confine, alimentato da sorgenti e torrentelli, per i suoi 60 chilometri di bruco cangiante), e i direttori dei giornali fanno quello che sanno fare: ponderare sull'inarrestabile diminuzione degli spazi pubblicitari (distanti dal pensiero della fatica, del lavoro, del carrello della spesa mezzo pieno o mezzo vuoto, lontani dal sorriso distratto per la pioggia che ha smesso di venire giù, per tutta questa luce improvvisa alle sette di sera, per le finestre spalancate).
"Se dovessi scrivere un post lo comincerei così: esistono i saggi, gli stolti e i direttori dei giornali".
Io così invece lo finirei.

[Non ti licenziano: prima di te tocca a quello che è entrato in redazione lanciando mortaretti, fischioni e tric e trac e causando una momentanea sordità al collega].

[Disclaimer: in questo post non è stato maltrattato nessun direttore, vice direttore, giovin talento o capo claque. Gli scarsi riferimenti a fatti reali sono casuali e comunque estorti grazie a forme sofisticate di tortura psicologica e a una manciata di onde alfa. Ringrazio le Valli per i tanti bei momenti donati alla mia infanzia brada senza chiedere niente in cambio se non qualche calzino inzuppato, l'Isonzo per il suo colore, Luzi per il bruco, il signor Olivo per le belle poesie e tutti i torrentelli che finiscono in -jak e -čak, per simpatia].

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