giovedì, aprile 03, 2008

Uomini e isotopi (il titolo che mi mancava)

Eravamo rimasti che stava dappertutto: nel tè, nella tazzina, nella teiera, nella lavastoviglie, addosso ai camerieri, in un sushi bar di Soho, in un locale di lap-dance, in quattro alberghi, in un ristorante di Mayfair, su tre aerei, nelle sedi di due società, nell'ufficio di Berezovskij, in varie auto, in uno stadio, ad Amburgo e perfino a casa di una suocera.
Neva bin lonli.

È lui, il polonio-210: quello che aveva un'emivita spericolata di 138 giorni circa e tutti se li è goduti.

Eravamo anche rimasti che la Gran Bretagna aveva chiesto l'estradizione del suo sospettato numero uno, Andrej Lugovoj, e Mosca aveva risposto che la Costituzione russa non consente l'estradizione. E poi reciproche espulsioni, colpi bassi, deterioramento delle relazioni tra i due paesi: quelle diplomatiche, perché come dice Medvedev gli affari vanno bene. (Lo dice qui, in questa intervista lunga lunga; dove a proposito della chiusura delle sedi del British Council in Russia aggiunge: "Non c'è nulla di sorprendente, perché questi tipi di organizzazioni sono tradizionalmente usati per la raccolta di informazioni". Bella la nostra diagonale del potere santa).

Ma.
Questa famosa richiesta di estradizione, su quali prove si basava?
Referto dell'autopsia, analisi di laboratorio, impronte digitali, video di sorveglianza?
Cosa hanno fornito i britannici ai russi che potesse convincerli a chiudere un occhio sulla violazione della Costituzione (come lasciò intendere l'ambasciatore britannico a Mosca Brenton)?
E soprattutto, cosa non hanno fornito?
E perché? Solo per non bruciare fonti dei servizi segreti?

Con i giornalisti dei paesi del G8, il 4 giugno scorso, Putin affrontò la questione con la consueta morbidezza:

"E ora parliamo della richiesta di estradizione vera e propria. Ho sentimenti molto contrastanti al proposito. Se le persone che hanno mandato questa richiesta non sapevano che la Costituzione russa proibisce l'estradizione di cittadini russi in paesi stranieri, bisogna certamente interrogarsi sul loro grado di competenza. Generalmente chi lavora a questi livelli dovrebbe sapere queste cose. Se non le sa, il suo posto non è ai vertici delle autorità giudiziarie ma da qualche altra parte. Al parlamento, per esempio, o nel giornalismo. Se invece chi ha fatto la richiesta era al corrente di questo, allora si tratta semplicemente di una mossa propagandistica. [...]
Se non lo sapevano sono incompetenti e allora abbiamo seri dubbi su quello che possono aver combinato. E se lo sapevano e l'hanno fatto lo stesso, è pura politica. Entrambe le opzioni sono negative".

Bene.
State pensando che ormai il caso si trova in una situazione di stallo, che non sarà mai possibile sapere cos'avevano in mano i britannici e che non conosceremo mai la verità, e insomma cosa voglio da voi.
Vero.

C'è però un giornalista americano piuttosto bravo e tenace, Edward Jay Epstein, che non si capacitava proprio. Dopo mesi di ricerche è andato a Mosca e ha chiesto di vedere i documenti con cui i britannici avevano motivato la richiesta di estradizione.
I russi hanno accettato, e lui ha scoperto varie cose molto interessanti. Per esempio, che mancavano il referto autoptico, le foto del cadavere, i dati sui livelli di radiazione, eventuali impronte digitali, i video delle telecamere di sorveglianza.

Il 19 marzo scorso sul New York Sun è uscito un articolo in cui Epstein ricostruisce la vicenda Litvinenko (sintetizzandola con molta precisione) e soprattutto parla delle famose prove presentate (o meglio omesse) dalla Gran Bretagna e ne trae delle conclusioni molto interessanti.
Pare che non ne sia parlato moltissimo: eppure, parola di Agente Betullina, è finora quanto di più utile, nuovo e fondato sia mai capitato di leggere su questo caso.

Epstein è tra i pochi a soffermarsi sul proverbiale elefante nella stanza, quello messo in ombra dal plot bondesco: il polonio-210, che era sì ovunque ma che però tra le altre cose potrebbe stare nell'innesco di una bomba nucleare.
Se trovate* un isotopo radioattivo anche abbastanza raro ed enormemente costoso nel corpo di un tizio, la prima cosa che pensate è "il primo caso noto di terrorismo nucleare perpetrato contro un singolo", come scrisse il New Yorker?
Non è che vi chiedete cosa ci faceva a Londra, a parte la bella emivita? Chi l'ha prodotto? Chi l'ha portato lì? Perché? Insomma, le solite domande da vecchia scuola di giornalismo: "chi", "dove", come", "quando", "perché", e "ma questo a te chi te l'ha detto?".

L'avrò tradotto, l'articolo del signor Epstein, no?
Mica starò qua a contarmi gli isotopi.
Lo spettro che aleggia sul caso Litvinenko, di Edward Jay Epstein.

*Prima indossate una tutina integrale, però. Eh, lo so che vi ingoffa.

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