giovedì, febbraio 07, 2008

Un magnifico perdente

What's a sweetheart like you doin' in a dump like this?
"Sweetheart like you", Infidels.

- Ehi, bambina.
- Ciao Renzo.
- Fatto bene, cazzo. Fatto proprio bene.
- Grazie.
- Pensare che la prima volta che ti ho vista ho pensato che eri proprio piccola.
- Perché avevi bevuto.
- Torni dentro?
- No, non torno.
- Ti tengo in braccio?
- No.
Mi appoggiò una mano sulla spalla, quella sua mano lunga e storta da extraterrestre buono, e io capii che c'eravamo quasi.

Renzo. Quando l'avevo conosciuto aveva già alle spalle storie finite male con donne sognate e perdute, sorelle di amici innamorate di virtuosi della chitarra classica, giapponesi newyorkesi, scandinave ingrassate, donne mal sposate, annoiate, indecise, tatuate, leopardate, sdentate, truccate, arricchite, troppo vecchie, troppo giovani.
Quella prima sera Renzo era seduto tra due gemelle bionde dall'aria dignitosa e imbarazzata ed era ubriaco. Ubriaco di vodka agli antipasti.
- Strane mani.
- Malformazione congenita.
- Chi è?
Bum Bum scoppiò a ridere.
- Non lo sai?
- Cosa?
- Quello è il nostro batterista.

Le mani non erano un problema: si sarebbe detto che fosse nato con un paio di bacchette attaccate alle falangi (me ne accorsi quella prima sera, quando con la forchetta tracciava nell'aria benedizioni sincopate, costringendo le gemelle a scansarsi). Le mani non erano un problema. Il problema era che Renzo rallentava, rallentava per natura tendendo il più possibile a un idealtempo fatto di ritmo lento e vocalità nasale che potremmo definire ortodossia dylaniana. Tutto, tra le mani e dentro il microfono di Renzo, finiva per assomigliare a "Knocking on Heaven's Door" o a "Just like a woman", ma interpretate da un Bob Dylan narcolettico che si fosse visto scorrere davanti tutta la vita come un merci: conversione, involuzione e decadenza comprese. "Just like a woman" era la donna sempre sognata e perduta, quella capace di fingere come una donna, amare come una donna e cadere a pezzi come una bambina. E poi mettersi con un altro, come tutti sospettavamo: perché questa era la storia della vita di Renzo, piena di autocommiserazione, di valutazioni sentimentali errate e di ciucche tristi.

Basterebbe questo a spiegare la risata di Bum Bum: in qualche modo - per amicizia, per sopportazione, perché nessuno aveva il coraggio di cambiare la serratura della sala prove - Renzo era finito a fare il batterista in una garage band, dove alternava l'imposizione del canone Zimmermann ad adagi sentimentali e a memorie gloriose del passato. "Noi alla vostra età ghe spacavimo il cul ai passeri". Noi erano lui e l'amico eterno, il Kjuk (nome vero mai reso noto), un barbuto sornione che finì per accasarsi con un'austera maestra di Klagenfurt di nome Trixie e che godette di un breve periodo di notorietà quando una notte, insolitamente sobrio ma stanchissimo, dopo uno sbadiglio interminabile patì un blocco della mandibola e suonò a un centinaio di citofoni ululando incomprensibili richieste d'aiuto per poi aspettare l'alba nella caserma dei carabinieri, con la bocca spalancata in un urlo munchiano e le lacrime agli occhi,
mentre un ubriaco gli sognava sulle ginocchia.

- Non ti pensavo capace.
- Dovevo, no?
Lo sentii sbuffare il fumo dal naso e poi mugolare, mentre la mano sulla mia spalla anticipava un inesorabile ritmo lento.
- Renzo.
- Cosa.
- No.

Come gruppo erano abbastanza atipici da essere divertenti: collaborazioni imbarazzanti, discrete marchette ai matrimoni, extra ben pagati nei piano bar, feste dell'Unità, sospette collusioni con i danarosi giovani socialisti, liti, secessioni, sostituzioni, stonature, macchine sfasciate, bassisti inaffidabili, chitarristi aggressivi, qualche coma etilico. Per un po' non avevano neanche avuto un nome, benché a Renzo non mancassero le idee: tutte malinconiche, tutte all'insegna della mesta sconfitta e di vaghi sogni on the road, tutte incentrate sulla parola "perdente". Diventarono poi in effetti "The Beautiful Losers": arrendendosi, accettando che quel nome apparisse sui manifesti e sui volantini, rassegnandosi al ritmo lento.

- And she aches just like a woman.
- Non.
- But she breaks...
- Sono.
- ... just like a little girl.
- Una bambina.
- Ok.

Non c'era solo Bob Dylan, nella vita musicale di Renzo. C'erano anche i Creedence, Otis Redding, Jimi Hendrix, una certa tradizione anni Settanta di tramonti al tequila e donne disponibili, piedi scalzi e capelli lisci, e ovviamente Tom Petty & The Heartbreakers, la consacrazione del lamento adenoidale. Ma c'era soprattutto il suo eroe ruspante, il mito raggiungibile, il portable guru: Little Tony. Perché Little Tony era un grande, perché era tutt'altra cosa da quel montato di Bobby Solo, perché era un maestro di vita. O forse semplicemente per un Baby Whisky bevuto insieme in un'alba dell'82, intonando "Can't help falling in love" a due voci mentre un nugolo di zanzare si annientava in una scarica elettrica. Così le feste finivano sempre con Renzo ubriaco impegnato a interpretare la canzone che meglio rappresentava l'eterna storia di amore disperato e nobile rinuncia di un magnifico perdente: "Riderà".
Riderà, riderà, riderà.
Sguardi rivolti al soffitto.
Tu falla ridere perché.
Ospiti che se ne andavano trascinando i piedi.
Riderà, riderà, riderà.
Sempre più lento. Pausa.
Ha pianto troppo insieme a me.
E poi chitarre riposte, custodie chiuse con scatti esasperati, bestemmie a mezza voce, l'immancabile taciturno ex bambino prodigio che arpeggiava solitario in un angolo.

Buttò la sigaretta e mugolò più convinto, come un cucciolo afflitto.
Restava solo una cosa da fare.
Impedirgli di mettersi a cantare. Lì fuori.
- Renzo.
- Cosa.
- Allora ciao.
- Ciao.
- Baciami la bambina. E saluta tutti.
- Il cul ai passeri, ghe spacavimo.
- E fa' il bravo. Ah, comunque. Stevie Ray Vaughan.
- Cosa.
- No xe mal.
Se ne stette un po' lì a ruminare il sospetto del tradimento musicale. Poi rientrò, incespicando e agitando le mani nell'aria. Mentre mi allontanavo sentii che già singhiozzava "Riderà", pronto a scartare come un bufalo stanco verso "Knocking on Heaven's Door".
Perché tu, io lo so, sei migliore di me.
Renzo.
Un amplificatore lanciò nella notte l'urlo di un animale morente o innamorato.

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