mercoledì, dicembre 31, 2008

Un mestiere pericoloso - il Discorso di Caracas di Roberto Bolaño

Il 2 agosto 1999 Roberto Bolaño ricevette a Caracas il Premio Rómulo Gallegos per il suo romanzo I detective selvaggi: quello che doveva essere un semplice discorso di accettazione si rivelò una riflessione divagante, ironica e dolorosa sulla vita, l'impegno, l'appartenenza, il mestiere delle armi e quello della scrittura, la giovinezza, il sogno, lo scrivere come lettera d'amore o come lettera d'addio a una generazione.
Di modi per farvi gli auguri ce ne sarebbero tanti; oggi questo per me è il migliore: buon anno, restate sempre giovani e nel 2009 leggete almeno un libro di
Bolaño.

[Nella foto: stencil fotografato nei pressi del MACBA, Barcellona]


Discorso di Caracas
di Roberto Bolaño

Ho sempre avuto un problema con il Venezuela. Un problema infantile, frutto della mia educazione disorganizzata; un problema minimo; ma comunque un problema. Il centro del problema è di natura verbale e geografica. Probabilmente è dovuto anche a una sorta di dislessia mai diagnosticata. E con questo non voglio dire che mia madre non mi portasse mai dal dottore; anzi, fino all'età di dieci anni fui un assiduo frequentatore di studi medici e perfino ospedali, ma a quel punto mia madre decise che ero abbastanza forte per cavarmela.

Ma torniamo al problema. Da piccolo giocavo a calcio. Avevo la maglia numero 11, quella di Pepe e Zagalo ai Mondiali di Svezia, ed ero un giocatore entusiasta ma mediocre, anche se calciavo con il sinistro e pare che chi calcia con il sinistro non stoni durante la partita. Nel mio caso non era vero: stonavo quasi sempre, anche se talvolta, diciamo ogni sei mesi, mi capitava di giocare una buona partita e di recuperare almeno in parte l'enorme credito perduto. La sera, com'è naturale, prima di addormentarmi pensavo e ripensavo alle mie penose doti di calciatore. Fu allora che intuii consapevolmente per la prima volta la mia dislessia. Calciavo con il sinistro ma scrivevo con la destra. Era un dato di fatto. Mi sarebbe piaciuto scrivere con la sinistra, ma usavo la destra. Ed eccolo lì, il problema. Per esempio, quando l'allenatore diceva “Passala a destra, Bolaño”, non sapevo dove passarla. E a volte capitava perfino che quando giocavo sulla fascia sinistra e sentivo il mio allenatore sgolarsi, dovessi fermarmi a pensare: sinistra – destra. Destra era il campo di calcio, sinistra era calciare fuori, verso i pochi spettatori, bambini come me, o verso i miseri pascoli che circondavano i campi di calcio di Quilpue, o Cauquenes, o della provincia di Bío-Bío. Con il tempo, naturalmente, imparai ad avere un punto di riferimento ogni volta che mi chiedevano indicazioni o mi informavano su una via che stava a destra o a sinistra, e quel riferimento non era la mano con cui scrivevo ma il piede con cui calciavo il pallone.

Con il Venezuela, più o meno nello stesso periodo – cioè fino a ieri – avevo un problema simile. Il problema era la sua capitale. Per me la cosa più logica era che la capitale del Venezuela fosse Bogotá. E la capitale della Colombia, Caracas. Perché? Be', per una logica verbale, o la logica delle lettere. La v di Venezuela è simile, per non dire legata, alla b di Bogotá. E la c di Colombia è cugina prima della c di Caracas. Può sembrare irrilevante, e probabilmente lo è, ma per me costituì un problema di prima grandezza quando, in una certa occasione, in Messico, durante una conferenza sui poeti urbani della Colombia, mi misi a parlare della potenza dei poeti di Caracas, e la gente – gente cortese ed educata come voi – rimase zitta, in attesa che concludessi la digressione sui poeti di Caracas e cominciassi a parlare di quelli di Bogotá, ma quello che feci fu continuare a parlare di quelli di Caracas, della loro estetica della distruzione. Li paragonai perfino ai Futuristi italiani – con i dovuti distinguo, naturalmente – e ai primi Lettristi, il gruppo fondato da Isidore Isou e Maurice Lemaître, il gruppo dal quale sarebbe nato il germe del Situazionismo di Guy Debord, e a quel punto il pubblico cominciò a fare delle congetture. Dovettero pensare che i poeti di Bogotá fossero emigrati in massa a Caracas, o che i poeti di Caracas avessero svolto un ruolo decisivo nel nuovo gruppo di poeti di Bogotá, e quando conclusi il mio discorso, bruscamente come mi piaceva fare allora, il pubblico si alzò in piedi, applaudì timidamente e poi si precipitò a leggere il manifesto all'ingresso. E mentre me ne stavo andando, accompagnato dal poeta messicano Mario Santiago, che veniva sempre in giro con me e che sicuramente si era accorto del mio errore pur non dicendo niente, perché per Mario gli sbagli e gli errori e gli equivoci sono come le nuvole di Baudelaire che migrano nel cielo, cioè qualcosa da osservare ma mai correggere – mentre me ne stavo andando, insomma, ci siamo imbattuti in un vecchio poeta venezuelano (e quando dico “vecchio” ripenso a quel momento e mi rendo conto che il poeta venezuelano era probabilmente più giovane di me adesso), il quale ci disse con le lacrime agli occhi che doveva esserci stato un errore, che non aveva mai sentito nominare questi misteriosi poeti di Caracas.

A questo punto del discorso ho l'impressione che don Rómulo Gallegos debba rivoltarsi nella tomba. “Ma a chi hanno dato il mio premio?” starà pensando. Mi perdoni, don Rómulo. È solo che perfino doña Bárbara, con la b, suona come Venezuela e Bogotá, e anche Bolivar suona come Venezuela e doña Bárbara. Bolivar e Bárbara, che bella coppia sarebbero stati, anche se gli altri due romanzi di don Rómulo, Cantaclaro e Canaima, potrebbero tranquillamente essere romanzi colombiani, il che mi porta a pensare che forse lo sono, e che sotto la mia dislessia potrebbe esserci un metodo, un bastardo metodo semiotico o grafologico o metasintattico o fonemico o semplicemente poetico, e che la verità delle verità è che Caracas è la capitale della Colombia, proprio come Bogotá è la capitale del Venezuela, come Bolivar, che è venezuelano, muore in Colombia, che è anche Venezuela e Messico e Cile.

Non so se riuscite a capire quello che voglio dire.
Pobre Negro, per esempio, di don Rómulo, è un romanzo eminentemente peruviano. La Casa Verde, di Vargas Llosa, è un romanzo colombo-venezuelano. Terra Nostra, di Fuentes, è un romanzo argentino, anche se vi consiglio di non chiedermi su cosa io basi questa mia affermazione, perché la risposta sarebbe prolissa e noiosa. L'accademia patafisica insegna (e anche misteriosamente) la scienza delle soluzioni immaginarie, che come tutti sapete è quella che studia le leggi che regolano le eccezioni. E questo trauma nell'ordine delle lettere è, in un certo senso, un problema immaginario che richiede una soluzione immaginaria.

Ma torniamo a don Rómulo prima di arrivare a Jarry e notiamo alcuni strani segnali lungo il cammino. Ho appena vinto l'undicesimo Premio Rómulo Gallegos. Numero 11. Giocavo con la maglia numero 11. Questa a voi potrà sembrare una coincidenza, ma a me fa tremare i polsi. Il numero 11, che non sapeva distinguere la destra dalla sinistra e confondeva Caracas con Bogotá, ha appena vinto (e uso questa parentetica per ringraziare ancora la giuria, in particolare Ángeles Mastretta) l'undicesimo Premio Rómulo Gallegos. Cosa ne penserebbe don Rómulo? L'altro giorno, al telefono, Pere Gimferrer, che è un grande poeta e inoltre sa tutto e ha letto tutto, mi ha detto che a Barcellona ci sono due targhe commemorative collocate sulle case in cui don Rómulo aveva vissuto. Secondo Gimferrer (anche se non ci metterebbe la mano sul fuoco), il grande scrittore venezuelano cominciò a scrivere Canaima in una di quelle case.

La verità è che io prendo al 99,9% alla lettera quello che dice Gimferrer, e così, mentre Gimferrer parlava (una delle case con le targhe non era una casa ma una panchina, il che solleva una serie di dubbi; per esempio se don Rómulo durante il suo soggiorno a Barcellona – e dico “soggiorno” e non “esilio” perché un latino-americano non è mai in esilio in Spagna – avesse lavorato su una panchina o se la panchina fosse giunta in seguito a installarsi nella casa del romanziere)... Come dicevo, mentre il poeta catalano parlava, ho cominciato a pensare alle mie ormai lontane (ma non meno stancanti, soprattutto nel mio ricordo) passeggiate nel quartiere Eixample, e mi sono visto nuovamente lì, che me ne andavo a zonzo nel 1977, 1978, forse 1982, e all'improvviso ho visto una via nella luce del tramonto, vicino a Muntaner, e ho scorto un numero, il numero 11, e poi mi sono allontanato un po', ed ecco lì la targa. Questo è ciò che ho visto, con gli occhi della mente.

Ma è anche probabile che durante gli anni trascorsi a Barcellona sia davvero passato per quella via e abbia visto la targa, una targa che magari dice “Qui visse Rómulo Gallegos, romanziere e uomo politico, nato a Caracas nel 1884, morto nel 1969”, e poi altre cose, scritte in caratteri più piccoli, come i suoi libri, i riconoscimenti, e via dicendo. Ed è possibile che abbia pensato, senza fermarmi, a un altro famoso scrittore colombiano, anche se avrei potuto farlo solo senza fermarmi, insisto, perché allora conoscevo i libri di don Rómulo in quanto erano obbligatori a scuola in Cile o in Messico, non ricordo quale dei due paesi, e mi era piaciuto Doña Bárbara, anche se secondo Gimferrer Canaima è migliore, e naturalmente sapevo che don Rómulo era venezuelano e non colombiano. Il che significa ben poco, essere colombiani o venezuelani, e a questo punto torniamo, come respinti indietro da un fulmine, alla b di Bolivar, che non era dislessico e al quale non sarebbe dispiaciuta un'America Latina unita, una preferenza che condivido con il Liberatore, giacché per me è lo stesso se la gente dice che sono cileno, anche se alcuni colleghi cileni preferiscono considerarmi messicano o mi chiamano messicano, anche se alcuni colleghi messicani preferiscono chiamarmi spagnolo, o perfino disperso in battaglia. E di fatto per me è lo stesso essere considerato uno spagnolo, anche se alcuni colleghi spagnoli vanno su tutte le furie e cominciano a dichiarare che sono venezuelano, nato a Caracas o Bogotá, il che non mi dà molto fastidio, anzi, il contrario.

La verità è che sono cileno e sono anche molte altre cose. E giunti a questo punto devo abbandonare Jarry e Bolivar e cercare di ricordare lo scrittore che disse che la patria di uno scrittore è la sua lingua. Non ne ricordo il nome. Forse era uno scrittore che scriveva in spagnolo. Forse era uno scrittore che scriveva in inglese o in francese. La patria di uno scrittore, disse, è la sua lingua. Suona un po' demagogico, ma concordo pienamente con lui, e so che talvolta non abbiamo altra scelta che diventare un po' demagogici, proprio come a volte non abbiamo altra scelta che metterci a ballare un bolero sotto la luce dei lampioni o di una luna rossa. Sebbene sia anche vero che la patria di uno scrittore non è la sua lingua, o non solo la sua lingua, ma anche la gente che ama. E a volte la patria di uno scrittore non è la gente che ama ma i suoi ricordi. E altre volte la sola patria di uno scrittore è la sua lealtà, e il suo coraggio. In realtà molte possono essere le patrie di uno scrittore, e a volte l'identità di quella patria dipende molto da quello che sta scrivendo in quel momento. Le patrie possono essere tante, mi viene ora da pensare, ma il passaporto può essere uno solo, e quel passaporto è evidentemente la qualità della sua scrittura. Il che non significa scrivere bene, perché chiunque può farlo, ma scrivere meravigliosamente bene, e nemmeno quello, perché chiunque può scrivere anche meravigliosamente bene. Cos'è, allora, la scrittura di qualità? Be', quello che è sempre stata: saper infilare la testa nel buio, saper saltare nel vuoto, sapere che la letteratura è fondamentalmente un mestiere pericoloso. Correre lungo il bordo del precipizio: da una parte l'abisso senza fondo e dall'altra i volti amati, i volti amati sorridenti, e i libri, e gli amici, e il cibo. E accettarlo, anche se talvolta può pesarci addosso più della lastra tombale che copre i resti di ogni scrittore morto. La letteratura, come potrebbe dire un canto popolare andaluso, è pericolosa.

E adesso che sono tornato al numero 11, che è il numero di quelli che corrono lungo le fasce, e adesso che ho citato il pericolo, ricordo la pagina del Quijote in cui si discutono i meriti delle armi e delle lettere, e suppongo che, alla fine, ciò di cui si discute sia la differenza nel livello di rischio, che è anche il livello di virtù, insito in ciascuna occupazione. E Cervantes, che era un soldato, fa che le armi vincano sulle lettere e il soldato vinca sull'onorevole occupazione del poeta. E se leggiamo bene queste pagine (cosa che adesso, mentre scrivo questo discorso, non sto facendo, anche se dal tavolo a cui sono seduto riesco a vedere le mie due edizioni del Quijote), ci sentiremo un forte aroma di malinconia, perché Cervantes fa vincere la sua gioventù, il fantasma della sua perduta gioventù, sulla realtà dell'esercizio della prosa e della poesia, che fino ad allora gli era stato tanto avverso. E questo mi torna alla mente perché in grande misura tutto quello che ho scritto è una lettera d'amore o una lettera d'addio alla mia generazione, noi che siamo nati negli anni Cinquanta e che a un certo punto abbiamo scelto le armi (anche se in questo caso sarebbe più giusto parlare di “militanza”) e abbiamo dato il poco che avevamo, o la cosa più grande che avevano, che era la nostra giovinezza, a una causa che credevamo la più generosa del mondo e che in un certo senso lo era, ma in realtà no.

Inutile dire che abbiamo lottato con le unghie e con i denti, ma avevamo dei capi corrotti, leader codardi, un apparato di propaganda peggiore di un lebbrosario. Abbiamo lottato per partiti che, se avessero vinto, ci avrebbero immediatamente spedito in un campo di lavori forzati. Abbiamo combattuto e abbiamo riversato tutta la nostra generosità in un ideale morto da cinquant'anni, e alcuni di noi lo sapevano, come facevamo a non saperlo se avevamo letto Trotsky o eravamo trotskisti? Eppure l'abbiamo fatto, perché eravamo stupidi e generosi, come lo sono i giovani, dando tutto e non chiedendo niente in cambio. E adesso di quei giovani non resta niente, quelli che non sono morti in Bolivia sono morti in Argentina o in Perù, e quelli che sono sopravvissuti sono andati a morire in Cile o in Messico, e quelli che non sono morti lì sono stati uccisi in seguito in Nicaragua, in Colombia, a El Salvador. Tutta l'America Latina è disseminata delle ossa di quei giovani dimenticati. E questo è quello che spinge Cervantes a scegliere le armi a scapito della poesia. Anche i suoi compagni erano morti. O vecchi e abbandonati, nella miseria e nell'oblio. Scegliere era scegliere la gioventù, scegliere gli sconfitti e quelli che avevano perduto tutto. E questo fa Cervantes, sceglie la gioventù. E perfino in questa debolezza malinconica, in questo vuoto dell'anima, Cervantes è il più lucido, perché sa che gli scrittori non hanno bisogno di nessuno che esalti il loro lavoro. Siamo noi stessi a esaltarlo.
Spesso lo facciamo maledicendo l'ora in cui abbiamo deciso di diventare scrittori, ma generalmente tendiamo ad applaudire e a ballare quando siamo soli, perché questo è un mestiere solitario, e recitiamo le nostre pagine a noi stessi, ed è il nostro modo di lodarci, e non abbiamo bisogno che qualcuno ci dica cosa dobbiamo fare e tanto meno che il nostro lavoro venga dichiarato il più onorevole di tutti. Cervantes, che non era dislessico ma che il mestiere delle armi aveva menomato, sapeva perfettamente quello che diceva. La letteratura è un'occupazione pericolosa.

Il che ci conduce direttamente ad Alfred Jarry, che aveva una pistola e amava sparare, e al numero 11, l'estremo sinistro, che guarda con la coda dell'occhio mentre sfreccia come un proiettile accanto alla targa e alla casa dove era vissuto don Rómulo. E spero che a questo punto del discorso don Rómulo non sia più arrabbiato con me, che non appaia in sogno a Domingo Miliani chiedendogli perché mi abbiano assegnato il premio che porta il suo nome, un premio che per me è enormemente importante – sono il primo cileno a riceverlo –, un premio che raddoppia la sfida, se mai fosse possibile, come se la sfida per sua stessa natura non fosse già raddoppiata o triplicata. Un premio, dunque, parrebbe un atto gratuito, e ora che ci penso potrebbe essere così, un premio ha in effetti in sé qualcosa di gratuito. È un atto gratuito che non parla del mio romanzo o dei suoi meriti ma della generosità di una giuria. (Fino a ieri, non conoscevo nessuno dei suoi membri). Che sia chiaro, perché come i reduci di Lepanto di Cervantes e come i reduci delle guerre fiorite latino-americane, la mia unica ricchezza è la dignità. Lo leggo e non ci credo. Io che parlo di dignità. Forse lo spirito di don Rómulo non apparirà in sogno a Domingo Miliani, ma a me.
Ma queste parole sono ormai scritte, a Caracas (Venezuela), e una cosa è chiara: don Rómulo non può apparirmi in sogno per la semplice ragione che non riesco a dormire. Fuori cantano i grilli. Calcolo che a occhio e croce ce ne saranno dieci o ventimila. Forse la voce di don Rómulo è uno dei loro canti, confuso, gioiosamente confuso, nella notte venezuelana, nella notte americana, nella notte che appartiene a tutti noi, a quelli che dormono e a quelli che non riescono a dormire. Mi sento come Pinocchio.

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lunedì, dicembre 29, 2008

Gaza: la storia non raccontata

Gaza: la storia non raccontata
di Ramzy Baroud

19 dicembre 2008

È incomprensibile che una regione come la Striscia di Gaza, così ricca di storia, così satura di dignità, possa essere ridotta a pochi soffietti editoriali, frasi scarne e affermazioni riduzioniste, comode ma ingannevoli, prive di ogni significato rilevante o perfino di un autentico valore analitico.

Il fatto è che la Striscia di Gaza è ben più del milione e mezzo di palestinesi affamati che starebbero scontando la militanza di Hamas o la “punizione collettiva” di Israele, a seconda di come i mezzi di informazione decidono di etichettare il problema.

Ma soprattutto l'esistenza di Gaza da tempo immemore non dev'essere giustapposta alla sua vicinanza a Israele, al fallimento o il successo nel “garantire” a una minuscola città israeliana – costruita su terra sottratta a quella che solo 60 anni fa era considerata parte della Provincia di Gaza – la sicurezza che le è necessaria. È proprio questa aspettativa che ha reso l'uccisione e il ferimento di migliaia di palestinesi a Gaza un prezzo che valeva la pena di pagare, dal cinico punto di vista di molti.

Queste aspettative irrealistiche e l'indifferenza per una storia importante continueranno a costare care e serviranno solo agli scopi di coloro che sono interessati alle rapide generalizzazioni. Sì, Gaza può anche essere economicamente morta, ma le sue lotte e tribolazioni attuali sono coerenti con un patrimonio di conquiste, colonialismo e occupazioni straniere, e anche con il trionfo collettivo del suo popolo nella sua capacità di elevarsi al di sopra della tirannia degli invasori.

In tempi relativamente recenti Gaza è diventata una storia ricorrente con l'afflusso dei profughi del 1948, cacciati dalle loro case dalle milizie sioniste o fuggiti per il bene delle loro famiglie con la speranza di poter tornare quando la Palestina fosse stata ristabilita. Queste persone si stabilirono a Gaza vivendo in assoluta povertà, una situazione che continua, più o meno, fino a oggi.

La storia di Gaza e Gaza stessa erano ampiamente irrilevanti, se non addirittura rivoltanti. Dal punto di vista dei rifugiati che si riversavano nella Striscia dal sud della Palestina esse rappresentavano la somma della loro perdita, umiliazione e, a volte, disperazione. Importava poco ai contadini profughi, mentre fuggivano a Gaza, il fatto che stessero probabilmente camminando sulla stessa antica strada che correva lungo la costa palestinese quando Gaza era l'ultima metropoli per i viaggiatori diretti in Egitto che stavano per imbarcarsi in una spietata traversata del deserto attraverso il Sinai.

Allora non importava che Gaza fosse la città, come sta scritto nel Libro dei Giudici, dove Sansone aveva compiuto le sue famose gesta ed era morto. Il Cristianesimo importava ai profughi solo nella misura in cui le antiche chiese di Gaza offrivano riparo alle stanche membra in fuga da cecchini, proiettili e massacri. Perfino la credenza, forte tra i musulmani, che il bisnonno del Profeta Maometto, Hashem, fosse morto durante uno dei suoi viaggi dalla Mecca al Levante e fosse stato sepolto a Gaza, aveva soprattutto una valenza sentimentale. La sua tomba nella città di Gaza veniva visitata da molti profughi, che si inginocchiavano e pregavano Dio perché un giorno permettesse loro di tornare alla loro umile esistenza e alla vita dalla quale erano stati separati con la forza.

Ma la storia di Gaza assunse maggiore rilevanza per i rifugiati quando si resero conto che la loro permanenza temporanea nella Striscia si sarebbe probabilmente prolungata. Solo allora le tante storie di conquiste, tragedie, trionfi ma anche pura bontà divennero essenziali. Un pellegrino in Terra Santa, che passò per Gaza nel 570 d.C., scrisse in latino: “Gaza è una città splendida, piena di cose piacevoli; i suoi uomini sono i più onesti, si distinguono per la loro generosità e per il calore che dimostrano ad amici e visitatori”.

La storia di Gaza divenne ancora più importante quando i rifugiati si accorsero che i loro scontri con Israele non erano ancora finiti, e che avevano bisogno di una grande tenacia morale per sopravvivere a ciò che sarebbe stato visto come una delle più gravi catastrofi umanitarie di recente memoria. E di fatto c'era un grande passato storico di cui meravigliarsi e dal quale trarre forza e conferma.

I conquistatori sono arrivati e ripartiti, Gaza è rimasta dov'è. Questa è stata la lezione ricorrente per intere generazioni, perfino millenni. Gli antichi egizi vennero e se ne andarono, come pure gli hyksôs, gli assiri, i persiani, i greci, i romani, gli ottomani, i britannici e ora gli israeliani. E in tutto questo Gaza è rimasta forte e fiera. Né la sanguinosa conquista di Alessandro Magno nel 332 a.C. né il feroce attacco di Alessandro Ianneo nel 96 a.C. hanno spezzato lo spirito di Gaza o tolto qualcosa alla sua grandezza eterna. È sempre rinata per poi raggiungere un grado di civiltà inaudito, come fece nel V secolo d.C. Fu a Gaza che nel 1170 i crociati cedettero il controllo strategico della città a Saladino per aprire un'altra epoca di prosperità e crescita, occasionalmente interrotta da conquistatori e stranieri con ambizioni coloniali, ma senza successo. Le rovine dimenticate delle civiltà passate non facevano che ricordare che i nemici di Gaza non avrebbero mai prevalso, e che tutt'al più avrebbero registrato la loro presenza con un altro edificio di roccia e cemento presto dimenticato.

Adesso Gaza sta attraversando un'altra fase di difficoltà e di sfide. I suoi moderni conquistatori sono spietati quanto quelli antichi. È vero, Gaza soffre ma resta in piedi, la sua gente è piena di risorse e resistente come è sempre stata, battagliera come è sempre stata, e decisa a sopravvivere a tutti i costi, perché questo è quello che gli abitanti di Gaza sanno fare meglio. E io lo so bene, è la mia terra natale.

Originale: Gaza: The Untold Story

Originale pubblicato il 19 dicembre 2008

Manuela Vittorelli è membro di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questo articolo è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne autori, traduttori, revisori e la fonte.


URL di questo articolo su Tlaxcala: http://www.tlaxcala.es/pp.asp?reference=6689&lg=it

[Traduzioni, sintesi e analisi saranno postate dall'altra parte su 2.0, come sempre e senza interruzioni festizie; qui vedremo, contro il piombo fuso al momento la leggerezza funziona poco. Vi abbraccio].

venerdì, dicembre 26, 2008

Happy War, Xmas is Over

Natale 2008. Fun facts.

1. Ho scoperto che se dimentico a casa un'intera borsa di regali non se ne accorge nessuno. L'inconveniente è facilmente risolvibile girellando per il soggiorno con fare indifferente, preferibilmente a ritmo di samba, e agguantando tutto ciò che capita sottomano (cornici in lega di titanio, set di candele galleggianti al profumo di mangobanana, Babbi Natale porcellanati sculettanti al ritmo di jingle bells rock, crocifissi arte povera, paffuti Gesù Bambini iperrealisti) e poi miagolare con il migliore sguardo da bionda "ce l'hai un po' di carta da regalo che non ho fatto in tempo... ?"

2. Ho sempre considerato una cattiveria gratuita mettere il crocifisso nel raggio visivo del Gesù Bambino pisolante nel presepe. Al di là di tutto. No?

3. Sono usciti dal paniere:
a. Le catene di sant'Antonio di sms: virali, moleste, seriali, stucchevoli. Ne sono arrivate solo due, un vago e confuso augurio di vedere il Natale con gli occhi di un bambino (immaginarsi due occhi di bambino su una faccia normale, Maria Vergine che impressione) e una roba lunga come i dieci comandamenti che ho ritrovato pari pari nella pubblicità a tutta pagina della Despar sul giornale. Sì, ciao, eh.
b. Le sculture di pasta al sale! Ve le ricordate?, un momento fa esistevano, e poi puf, sparite nell'iperuranio. Penso che dipenda da un tempo di dimezzamento brevissimo e dall'umidità: a un certo punto si sono sgretolate simultaneamente, in una catastrofe di ghirlande crollate, petali impazziti, frutti sfatti, steli afflosciati. Ma mai troppo presto: ciao.
c. I termometri galileiani. E ho detto tutto.

4. Voglio trascinare davanti al Tribunale dell'Aia quello che una mattina si è svegliato e ha reso obbligatorio con un ukaz il salmone in tutte le pietanze natalizie. Da noialtri il salmone è ovunque: sulle tartine, nella pasta, dentro i secondi, nei bignè, nascosto nel cestino del pane, nel panettone al posto dei canditi.
Secondo me ci ha messo lo zampino uno scandinavo stronzo. Oppure è colpa del self-service dell'Ikea che ha incoraggiato nell'insicura mentalità italiana l'equazione salmone=welfare nordico. Comunque non è naturale, io sono per l'introduzione del cefalo sulle tavole del nord-est.

5. Grande passo avanti: ho ricevuto in regalo un copridivano. Fatto bizzarro, ha lo stesso colore del portadocumenti in lana cotta dello scorso anno. Quale colore? Salmone. Dio. Frase accompagnatoria: "Puoi usarlo anche come copriletto". Ma che culo.

6. La star della Vigilia è la saliera a forma di sfera di vetro con la neve dentro. Cioè, teoricamente tu la rovesci ed esce il sale. Solo che fa impressione, hai sempre paura che invece del sale da quel sinistro buchino si riverseranno sulle linguine, nell'ordine: un liquido semidenso non identificato e vagamente galileiano; della neve sintetica; casette di foggia varia; un'orda di personaggini brulicanti e leggermente deformi alla Bruegel il vecchio, pattinatori, vecchie con cesti di mele marce, cani, cacciatori, capretti sgozzati, stragi degli innocenti in miniatura, Icari in picchiata. Guardate che fa impressione. Naturalmente sulle linguine e sulla coda di rospo al salmone il sale manca sempre. C'è regolarmente quello che tenta di fare il furbo e lo chiede a gran voce. "C'è il sale?" "Ce l'hai davanti!" "Dove?" "Lì, lì" "Ehm" "Ma sì, la palla con la neve". A quella famiglia il funzionalismo gli fa una pippa, credetemi. Alvar Aalto per loro è l'inventore delle penne alla panna e salmone. O un portarotoli dell'Ikea.

7. Poi c'è il macinapepe gigante, quello a forma di missile terra-aria. Sta lì, in mezzo al tavolo. Spunta in tutte le foto come la Torre Eiffel a Parigi, ed è così grande da limitare il campo visivo dei commensali: "Sai che l'altra volta hanno fatto il brasato?" "Sì, ma guarda che c'ero anch'io" "Ah, cazzo, ma va?"

8. La scusa più azzardata, eroica e disperatamente vana per schivare il pranzo di Natale in famiglia è ancora una volta di D., la mia pasionaria preferita:
- Eh, forse non posso, ho quel problema alla tiroide.
- Ma va', se le analisi sono a posto.
- Ah. Sì?
- Sì.
- Va bene. Allora vorrà dire che sono cardiopatica.

Goodbye Natale, hello simpatico Santo Stefano. Auguri, deliziosi portatori di onomastico!

Io Santo Stefano me lo immagino come un esteta della pantofola che se avesse potuto scegliere col cavolo che avrebbe fatto il protomartire lasciandosi lapidare per finire sul calendario. "Dai, Stefi, scendi che ci sono i liberti incazzati!" "'Speta che finisco il cicchino" "Scendi!" "Momento che mi scade il kefir" "Dai!" "Andate avanti voi, che c'ho l'azzimo in forno!"

mercoledì, dicembre 24, 2008

Fai felice Gesù Bambino, adotta un bignè

Mi è stato appena cinicamente comunicato il menù di stasera, con malinconico disclaimer incorporato: "Peccato che noi il pesce non lo sappiamo cucinare".

Antipasti vari con salmone, gamberetti e bignè ripieni di formaggio.
Pasta corta con gamberetti, vongole e zucchine.
Rombo al forno con patatine e pomodorini.
Formaggi.
Insalata di rinforzo (chissà perché la chiamano così, ho sempre il dubbio che ci buttino dentro una manciata di stimolanti sintetici e di funghetti psichedelici: spiegherebbe molte cose).
Panettone, se A. si ricorda di portarlo.
(Ti prego, ricordati, o ci tocca riciclare i bignè. Anche se non ci sono tutte e tre le Marie va bene lo stesso, portane almeno una).

Perché ho improvvisamente voglia di violare i diritti umani di qualcuno?

Ancora pazzi per la Moldavia/Moldova

Che barba che noia.
Che barba che noia.
Che barba che noia.

Oh, però.

Ultimo sviluppo di una lunga complicata guerra tra autorità cittadine e governo: a Chisinau la polizia ha arrestato un albero di Natale.

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martedì, dicembre 23, 2008

Vogliamo l'occhio e anche la sua parte

Racconto di D.:

"Sai che mio padre si è operato alla cataratta. Un occhio, l'altro a marzo. Adesso con quell'occhio ci vede benissimo. E così l'altro giorno a telefono mi fa:
- Sono stato al centro commerciale con la mamma e la sua amica Tosca.
- Eh.
- Sono brutte.
- Ma chi.
- La mamma e la Tosca. Adesso le vedo. Sono brutte. Truccate a quel modo, con il blu sugli occhi, tutte quelle pieghe.
- Ossantodio.
- Tu non puoi parlarle?
- A chi, alla mamma?
- Sì.
- E no, papà.
- È brutta.
- ...
- È che a me piacerebbe la Barbara D'Urso.
La Barbara D'Urso, gli piace. Metà dei suoi anni.
E comunque ci vedeva anche prima. Un giorno al mare mi indica una tizia e mi fa 'Quella lì io la chiamo l'impettita, sta nel condominio di fronte'. Perché impettita, dico io? 'Guardala. Comunque in costume non è mica tanto magra'. In costume sembriamo tutti più grassi, dico io. 'Ma a vederla girare per casa in mutande non mi sembrava', dice lui".

L'uomo di pace e il suo cappello

Finalmente una citazione dal War Nerd che (per quanto mi riguarda) non ha bisogno di disclaimer:

"Ah, che meraviglia: Bono ha preso un altro premio. Ecco una cosa che renderà il nostro mondo migliore, Bono che prende un altro premio. La cosa peggiore è il nome del premio: 'Uomo di pace'. Esatto: se qualcuno di voi dovesse ancora dubitarne, il 16 dicembre 2008 un gruppo internazionale di vecchi svitati si è riunito e ha nominato ufficialmente Bono uomo di pace dell'anno.

Ci sono tante persone degne di essere odiate a questo mondo, ma non riesco a pensare a nessuno che meriti due pallottole al petto e una alla testa più del nostro amico Bono. O come si chiama. Bono è il nome che si è scelto quando ha messo insieme il suo gruppetto rock cattolico, gli U2. Sarà stato un omaggio a Sonny e Cher: 'Santo Bono, che fu martirizzato da un albero su una pista di sci'. E il nome strambo che hanno dato al gruppo, U2, come 'you too', 'anche tu': a un tempo spiritoso e inclusivo, il genere di umorismo che perfino i liberal sono in grado di afferrare. Questi tizi erano gli ingegni degli anni Ottanta, capito. L'amichetto di Bono dai tempi della scuola cattolica si chiama 'The Edge', il che è ancora più buffo. Quando pensi a uno affilato pensi subito a uno come gli U2, a cervelli fini tipo Bono che una volta ha prenotato un biglietto aereo di prima classe per il suo cappello da cowboy".

Link: Exiledonline

domenica, dicembre 21, 2008

Genialno



Dovete.
Fidatevi.
Ma prego.

Buddha Sweetie Boys, "Budda-pop ha špalach" (Buddha-pop sulle traversine)

Prosvetlenie je-ee
Probuždenie je-ee
Sostradanie
Očiščaet ummm
Mani Padme Hum!

[Illuminazione - Risveglio - Compassione - Purifica la mente - Om Mani Padme Hum!]

venerdì, dicembre 19, 2008

Com. Serv. Num. 5468/bis

Sì, su 2.0 era scomparsa la sidebar a destra.
Da circa un mese non funzionavano più i feed.

Adesso funziona tutto di nuovo e per ora si va avanti così, sempre su:

http://mirumir.altervista. org

Vorrei evitare migrazioni su altre piattaforme e soprattutto cambiamenti di indirizzo. In compenso con il nuovo anno 2.0 diventerà probabilmente più ricco e (spero) più interessante.

Grazie per la pazienza,
baci.

giovedì, dicembre 18, 2008

Meilare l'iban

- Scusi, ci ho messo un po' perché lei mi risultava ancora come azienda.
- Ma io non è che sono mai stata un'azienda, eh.
- Beh, tipo.
- Allora, me lo fa questo conto con home banking a 0,80 euro al mese bancomat gratis da comune mortale?
- Domani le meilo l'iban.

Io non so se faccio bene a fidarmi di uno che tiene le foto dei figli sopra il calorifero.

mercoledì, dicembre 17, 2008

Il Kursk, la tragedia e il kitsch

"Per soli 300 rubli, circa 10 dollari, i russi possono ora decorare i loro acquari con riproduzioni del Kursk, il sottomarino affondato otto anni fa nel quale morirono soffocati 118 marinai russi. Notate il certificato che garantisce l'importante fatto che la decorazione per acquari è 'Made in Russia'.

Quale migliore regalo di Natale per i vostri pesciolini? Immaginate i vostri Pesci Arlecchino che sfrecciano sotto lo scafo, i Baciucchioni che se la spassano sull'elica, quel curiosoni di Danio Choprai che sbocconcellano il mangime nella mensa del Kursk... è insieme divertente e istruttivo!

Alcuni blogger russi stanno già gridando 'troppo presto!' Altri pensano/sperano che sia uno scherzo, il che ci riporta al grido di dolore 'troppo presto!'. Come ha belato un blogger, 'Un americano metterebbe una copia del Titanic nel proprio acquario?'

Risposta: No.
Ma solo perché quando muoiono gli americani è una tragedia, quando muoiono altre persone è kitsch. La commedia non è un affare semplice come si crede, gente".

Mark Ames, Russians decorate their aquariums with Kursk replicas

Ames ha ragione.
Comunque, risposta: Magari sì.


Link

martedì, dicembre 16, 2008

Finale di partita (iva)

Eh, il magazzino.
Allarga le braccia
dondola il capo
prende in mano una tazzina
guarda la tazzina
come se non fosse una tazzina
ma un componente elettronico
un multimetro
una stazione saldante
un oscilloscopio
un rifrattometro
tutta roba che fa reddito,
e ammettiamo che sia anche un valore,
ma reddito,
lì ferma in magazzino.
Immobile.
Tu lo sai, dice,
lo sai che chiudere
è più difficile che separarsi?
Ha la faccia stanca
di uno che ha dormito in auto
davanti alla casa dell'ex.

lunedì, dicembre 15, 2008

Comunicazione di Servizio, Sovietici, Zombie, Spore e... Metallica?

Comunicazione di servizio
Mie vaghe stelle dell'URSS,
in questi giorni sto (felicemente) chiudendo con il vecchio lavoro: le unità tempo sono molto poche, dunque per ora continuerò soprattutto a tradurre stabilmente per Tlaxcala e a pubblicare su 2.0. Non preoccupatevi se risponderò in ritardo o in maniera poco soddisfacente alle mail (ma sarebbe troppo chiedervi di scrivermi comunque perché tanto le leggo?) e se farò apparizioni solo sporadiche nei commenti.
Posterò disordinatamente, non so ancora se pochissimo o tanto, se pironate di fatti miei o vecchi frasari, poesie sul mondo fluttuante o link vichinghi.
Si vedrà.
La festina prenatalizia nei commenti comincia oggi per continuare, direi, fino agli inizi di gennaio. Delurkarsi, travestirsi, declamare, sprizzare, ballare e no litigare che a dicembre mi siete sempre nervosi.
Vi abbraccio.

Spore!
Ma l'avete visto il video di "All Nightmare Long" dei Metallica (URSS, fantascienza, horror, bario, zombie, spore che rianimano la carne, robot sovietici che occupano città americane piene di morti viventi, ecc.)?

Un paio di spore anche per i Metallica, grazie (come fanno a restare musicalmente carne morta dal 1988?), però il video vale.

venerdì, dicembre 12, 2008

L'efficacia della comunicazione



Da una grammatica russa per l'ottava classe (terza media):

Dialogo

1. Scrivete le parti mancanti del dialogo;

2. Indicate le frasi semplici composte da un solo elemento e determinatene il tipo;

3. Valutate il dialogo dal punto di vista dell'efficacia della comunicazione (v. § 2-3)


- Cosa posso regalarti per il tuo compleanno?

- ...

- Ma comprerò comunque qualcosa! Magari c'è qualcosa che ti serve?

- ...

- Ma è impossibile!

- ...

- Accidenti, ma mi costerà un sacco! Pensi che abbia tutti questi soldi? E chi te le vende, queste cose, senza ricetta medica?

[Cosa ha chiesto, il festeggiato? Cialis, Viagra, Xanax, Levitra, Ambien, Valium, blue pills? Sanguisughe fresche?]

giovedì, dicembre 11, 2008

Tosto, un medico

Dal Traveller's Manual of conversation in four languages, English, French, German, Italian. With vocabulary, short questions, etc. (1896)

Desidererei parlare con un medico, sono alquanto indisposto.
Vorreste avere la bonta di farmene chiamare uno, e tosto.

Conoscete un medico che parli inglese? Basterebbe che capisse il francese.

Potreste indicarmi una farmacia?
Voglio comprare alcune medicine, un po' di sal (solfato di soda), del rabarbero, del calomelano, bleu pills. Avete sanguisughe fresche? Queste non s'attaccano, abbiate la bontà di cambiarle.

Potrei avere un bagno caldo?

mercoledì, dicembre 10, 2008

Le ansie immotivate non esistono

- No, e allora. L'altro giorno, verso le sette di sera, suonano il campanello. E cosa penso, io?
- Col cavolo che apro.
- E infatti, che magari è la suocera che mi porta in dono una confezione natalizia di zampe di gallina.
- O di criceti morti.
- Appunto. Però mi accorgo che stanno suonando anche agli altri appartamenti, dunque tiro su il citofono per sentire se qualcuno risponde. E infatti la tizia del piano di sotto risponde.
- Grande origlio.
- Grande origlio, ma già ero un po' alterata perché pensavo a quelli che si approfittano delle persone anziane e sole per spillargli soldi. Tipo i miei, che se a mia madre dicono "Signora, raccogliamo soldi per un'ambulanza, potrebbe servire anche a lei", quella scuce subito. Maledetti. Così la vicina dice "Chi è?" e questo le fa "Sono di una grande azienda, mi apra".
- Sè, grande azienda. L'Uomo del Monte.
- "Ma come si chiama?" insiste lei; e lui "Sono di un'azienda, lei mi apra che poi glielo spiego". E allora non ce l'ho fatta più.
- E?
- Gli ho urlato nel citofono con la mia peggiore voce da prof: "Senta. Lei capisce, vero, quanto tutto ciò risulti patetico e ridicolo? Chiedere alla gente di aprirle la porta di casa così? Se ne rende conto? Sì? E allora alzi i tacchi e se ne vada!"
- Alzi i tacchi!
- Ah, sì. E se ne vada.
- Come vorrei essere capace di dire esattamente questo, nei momenti giusti, invece di balbettare imbarazzo e buona educazione.
- Io sono capace di dirlo solo al citofono, però.
- Ma è già qualcosa. "Patetico, ridicolo, alza i tacchi".
- Piace?
- Tantissimo.
- L'altro giorno il medico mi ha chiesto se soffro di ansie immotivate.
- Ma esistono, le ansie immotivate? Un motivo c'è sempre. Almeno per noi.
- Infatti: gli ho chiesto cosa intendesse.
- Curioso.
- E lui, "Mettiamo che sia seduta tranquilla sul divano di casa sua e che improvvisamente si innervosisca all'idea che possa squillare il campanello".
- Ma pensa te.
- Quell'uomo non conosce i venditori di Folìto.
- Quell'uomo non ha idea.
- "No, allora niente ansie immotivate", ho detto io.

martedì, dicembre 09, 2008

La Piccola Aiutante di Babbo Natale

Reparto piccoli elettrodomestici, piatti, bicchieri, posate, tappi, vasellame, presine di silverplate, tovagliette all'americana per uno e mezzo, vassoi arte povera, macinapepe grandi come RPG-7 e dosatori di zigulì.
In un hotelette.
Nel mezzo della gelida taiga bassofriulana.
Una donna, un tormento prenatalizio: mia madre.
- Che ansia, ho perso mezz'ora a scegliermi i gambaletti da Calzedonia e mi mancano ancora sei persone.
- Mamma, non è mai successo di arrivare alla Vigilia senza regali.
- No, ma una volta è successo che mi sono slogata la caviglia il tredici di dicembre.
- E capirai.
- Le disgrazie succedono.
- Ma per favore.
- Cosa potrei regalarti?
- Mamma, non lo so.
- Ma ci sarà una cosa che desideri, ti piace e ti serve? Dico io?
- A proposito, sai che a Luca e alla Luisa hanno regalato una macchina del caffé bellissima e gigantesca?
- Oh, finalmente una bella idea!
- Beh, sì, occupa un po' di spazio, però...
- Ma no, intendevo un paio di tazzine graziose per Luca e la Luisa.
- ...
- Quel mestolo di silicone azzurro lo vuoi mettere qui che paghiamo tutto insieme o ce l'hai in mano per caso?
- Per caso.
- Ah, volevo proprio dire.

venerdì, dicembre 05, 2008

Come ella dice citrosodina da codeste parti?

Dal Traveller's Manual of conversation in four languages, English, French, German, Italian. With vocabulary, short questions, etc (1896)

Signori, la cena è in tavola.

Andiamo presto, per ché è tardi. Dobbiamo alzarci a buon'ora domattina.

Io non ho appetito; andrei quasi a letto senza cena.

Vuole dell'umido?

Un tantino, signore; ella è molto cortese. Egli è ottimo quest'intingolo.

Posso servirle un poco di questa indivia? È buonissima.

Mille grazie. Che cosa c'è in codesto altro piatto vicino a lei?

Sono fagiuoli. Ne vuol ella?

No, signore; la ringrazio, voglio mangiare una costerella di castrato.

Vuole un piccioncino, oppure una quaglia?

Grazie. Favorisca di darmi un poco di codesta pernice.

Assaggi di questo pasticcio.

Con piacere. Ancora un po' di crosta, la prego.

Chi dimanda del lepre? Ecco del lombo.

Che cosa c'è in quel piatto all'altro capo della mensa?

Sarà bue arrosto.

Giovanni, accostatemi quel piatto, ch' io trinci quella pollastra.

Signore, pigli dell'insalata, è molto buona, e l'olio è delicato.

No, signora, la ringrazio, non ne mangio mai. Mi dia piuttosto la metà d'un piccione.

Gliene darò un intero; porga il tondo; ella lo mangerà bene.

Giovanni, smoccolate le candele, e date qua l'utello.

Siamo tutti un po' Nicola

Adesso in questo articolo è tutto a posto.
Questa mattina, però, il Corriere aveva trasformato il defunto capo della chiesa ortodossa russa Alessio II - beh - nell'ultimo zar di Russia. Fortuna che c'è sempre un Mostro della Razza Umana che fa salva-schermo per la gioia del Miro. Grazie, Domenico!



Oh ad averci tempo: i legami tra chiesa ortodossa e KGB, le voci sulla presunta appartenenza ai servizi di Alessio II...
Ma non ci ho tempo.
Forse.

[Intanto è di oggi la notizia che i resti di Nicola II trovati a Ekaterinbug nel 1991 e nel 2007 sono veramente di Nicola II. Link, RUS].

giovedì, dicembre 04, 2008

Le custodi

"... Una donna della Galleria Tretjakov mi ha detto che spesso ci torna nel giorno libero, per sedersi davanti a un quadro che le ricorda la casa della sua infanzia. Un'altra custode fa ogni giorno un tragitto di tre ore all'andata e tre ore al ritorno, perché a casa resterebbe seduta nella veranda a lamentarsi delle sue malattie, 'come fanno le vecchie'. Preferisce godersi la gente che osserva, circondata dalla storia del suo paese".

Andy Freeberg, Russian Art Museums Guardians.

[Se anche voi è capitato di pensare che quelle presenze sono interessanti e belle quanto le opere a cui fanno la guardia, e le loro storie magari di più].

mercoledì, dicembre 03, 2008

Utili espressioni di entusiasmo meteorologico

Dal Manualetto della Lingua Russa con la pronunzia figurata, 1906.

Dimoia; l'aria è mite; fa bel tempo; che bel tempo!; che bella giornata!
c'è un bel sole; il sole è troppo cocente; fa caldo; fa un caldo soffocante;
si gronda sudore; c'è molta polvere.

martedì, dicembre 02, 2008

Si parlava di case

"Esiste un rito magico con il quale si invoca e si propizia la pioggia innaffiando la polvere secca della terra. Allo stesso modo si invoca e si propizia l'universo costruendo una casa. La casa è la ricostruzione dello spazio dell'universo come l'acqua versata sulla terra è la ricostruzione della pioggia. [...]
La casa non è una macchina per abitare e l'architettura è fuori di queste faccende.
La casa non è una macchina per abitare perché l'uomo non è né un minerale, né un prodotto chimico, né un raggio luminoso, né un pezzo di ferro, né di legno. Non è un atomo, né un'onda elettromagnetica.
L'uomo è un affare strano che affolla i campi sportivi e si scalmana, riempie gli ospedali e urla, gremisce le chiese e si commisera, si accalca nei teatri e si commuove, affolla le spiagge e si lava.
L'uomo è un affare strano con tumori e sesso, con pazzia e lacrime e così via.
Provate a dire a un medico che gli ospedali sono macchine per guarire, vi riderà in faccia".

Ettore Sottsass, 1956

Donna Viaggia Nel Passato, Inventa Aggettivi, Sogna Lauree Altrui

Sono nella casa in cui abitavo prima. Mi sto vestendo e come sempre nei sogni non so cosa mettermi. Sono già leggermente in ritardo perché devo essere al tuo esame di laurea alle 15.30. Per mia comodità l'esame si tiene a G., all'auditorium, e io ho in mano anche un invito pieghevole in cui si annuncia appunto il tuo esame. A colori, il pieghevole.
Come spesso succede nei miei sogni, io sono lì che penso cosa mettermi ma visualizzo anche l'auditorium, che è ancora vuoto, e mi dico che in effetti in queste cose si accumulano ritardi e farò comunque in tempo.
Mentre sto cercando le scarpe giuste entra in casa mia madre. Come ti sembrano?, le chiedo. Belle, con questa fibbia sono veramente galastine.
Intanto il tempo passa e sono già le quattro e venti, ma tanto io nella mia mente vedo anche l'auditorium e so che ci sono ancora poche persone. Però mi chiedo se ti metterà ansia startene lì in mezzo, in quel posto troppo grande.
Per fortuna i collant che inizialmente erano neri e non andavano bene diventano di un colore naturale, quello che sulle confezioni chiamano castoro o avana o anche daino.
Basta, mamma, dico. Andiamo che devo anche trovare parcheggio.
Così usciamo. È primavera inoltrata e solo ora vedo quello che indosso: un vestito chiaro a fiorellini, leggero e abbastanza bello.
Avvicinandoci alla mia auto notiamo che un vicino di casa ci ha parcheggiato sopra la sua cabrio nera. Mia madre protesta come suo solito. Sul marciapiede fuori di un'osteria ci sono dei vecchi seduti su sedie di paglia. Protestano anche loro per solidarietà, gesticolando. Ce n'è uno che assomiglia vagamente a un luccio.
Nel sogno però a me sembra abbastanza normale che le macchine parcheggino sopra altre macchine. Infatti con qualche manovra e l'aiuto dei vecchi riesco a uscire e parto.
Mentre cerco un parcheggio (al limite parcheggerò sopra un'altra auto) la zona B della mia mente ti vede che entri nell'auditorium, cammini tranquillo fino alla scrivania al centro e ti siedi.
Lo sapevo che si presentava in maglietta, penso.

domenica, novembre 30, 2008

Mumbai, mumble mumble

Sugli attentati di Mumbai io mi starei anche impegnando: il più è distriscarsi dalla gigantesca, irritante, allergenica fuffa complottista per cercare di mettere ordine tra i fatti e trovare buoni commenti e analisi. Al momento però i risultati sono scarsi: mentre mi dilungavo a decifrare il promettente incipit "Maratha warriors like Bal Thakrey and his Shiv Sainiks and Raj Thakrey and his MNS Sainiks were seen nowhere in action of saving their very own Marathi Manush Mumbai" sono solo riuscita a bruciare le zucchine.

Ricapitolando.

1. Ci sono i Deccan Mujaheddin, autori della rivendicazione, ma non si sa esattamente chi siano né cosa vogliano.

2. C'è l'organizzazione militante Laskar-e Toiba (LeT).

3. C'è il Pakistan. Il comandante delle operazioni all'hotel Oberoi ha subito detto che a quanto pare i terroristi venivano dal Pakistan. Cioè, loro dicevano di essere di Hyderabad, ma mentivano. Loro. Insomma. Uno, ce n'è da torturare.

4. C'è il terrorismo islamico interno: gli indiani avrebbero anche arrestato dei simpatizzanti del SIMI, il Movimento degli Studenti Islamici.

5. C'è il grande boss della criminalità di Mumbai, nonché ex uomo della CIA in Afghanistan al tempo della guerra contro i sovietici, Dawood Ibrahim. Terrorismo, riciclaggio di denaro sporco, casinò, narcotraffico, sospetti contatti con la mafia siciliana, soggetto per vari film di Bollywood, parziale ispirazione per un personaggio di Salman Rushdie, forse addirittura già morto: ormai questo Ibrahim io me lo sogno la notte (son belle sparatorie).

6. Ci sono i servizi segreti pakistani.

7. C'è al-Qaeda.

8. C'è la CIA.

9. C'è il Mossad (quello ovunque, peggio dei lettini di rucola negli anni Novanta).

10. Ci sono i militanti indù.

11. Ci sono perfino i separatisti maoisti.

12. E i tailandesi e i somali, via.

Quanta gente.
Sembra la cena della vigilia da mia suocera.

Se stessimo al cinema sarebbe un film tratto da Giochi Sacri di Vikram Chandra. Girato da David Lynch, però.

Non so quando, non so dove e non so come ma aggiornare aggiorno. Lorsignori restino comodi.

Firmato:
La Cuoca di Lenin.
[Zucchine bruciacchiate? Non buttatele, aggiungeteci della provola affumicata e spalancate le finestre].

[continua]

E rieccomi con la scoperta di un bel pezzo di Yoginder Sikand, esperto di Islam e di rapporti interreligiosi in India e aspramente critico nei confronti dell'Hindutva, l'ideologia nazionalista che promuove la supremazia indù. Spiega come si è formato il Lashkar-e Toiba e la sua pericolosa concezione del jihad armato, fa un po' di utile contesto e aggiunge qualche saggia considerazione finale, citando ma tutto sommato tenendo a bada le teorie del complotto su CIA e Mossad. Appena ho tempo posto tutto su 2.0, ma per ora lo trovate su Tlaxcala, qui:
Mumbai sotto assedio, di Yoginder Sikand.

[continua]

Comunque ve l'avevo detto, che Dawood Ibrahim avevo cominciato a sognarmelo la notte.
Che ci sia o no lil suo zampino (e secondo il solitamente bene informato Wayne Madsen, il cui blog è accessibile solo agli abbonati, ci sarebbe) vale comunque la pena di leggere l'ennesimo istruttivo caso di amicizia USA andata a male. Da figlio di poliziotto a re della criminalità di Bombay, a uomo dei servizi americani e pakistani, per poi riconvertirsi in vendicatore e figura di proporzioni bollywoodiane. È addirittura più fotogenico di bin Lade, ha ispirato l'Abraham Zogoiby di Rushdie e il Suleiman Isa di Chandra, più qualche film. Forse adesso è morto. Il che aggiunge un vago charme all'imprendibilità del personaggio.
Dawood Ibrahim: una mente criminale dietro l'incubo di Mumbai?, di Yoichi Shimatsu.

[continua]

Sempre a proposito di Ibrahim (e qua attenti che entriamo nella conspiracy hardcore) il Wayne Madsen di cui parlavo poco fa non solo è stato il primo a puntare su questa pista.
Madsen si concentra anche sulla Chabad House, il centro ebraico dove sono stati uccisi il rabbino e sua moglie. Ibrahim, dice Madsen, sospettava che la mafia israeliana stesse complottando con le bande criminali estremiste indù per soppiantarlo sulla piazza di Mumbai.

Ma la cosa più interessante è che Madsen fa una breve storia delle Chabad House, usate non solo come rifugi e centri logistici per i servizi segreti israeliani ma anche come copertura di attività criminali. La ricostruzione di Madsen si basa su notizie d'agenzia, dunque vale la pena di riportarla. Nel marzo del 1989 la polizia statunitense sgominò una rete criminale a Seattle, Los Angeles, nel New Jersey, in Colombia e Israele che coinvolgeva anche una Chabad House, responsabile di riciclaggio di denaro sporco.

Adi Tal, ex dipendente della linea aerea israeliana El Al emigrato negli Stati Uniti da Israele nel 1983, e il suo braccio destro Nir Goldeshtein, furono giudicati colpevoli dal Tribunale distrettuale di Newark per il riciclaggio di 25 milioni di dollari. Il denaro veniva mandato a Panama e in Colombia e poi esportato illegalmente in Gran Bretagna, Germania Ovest e Israele sotto forma di assegni, assegni circolari, vaglia postali e contanti. Il denaro era poi trasferito su conti panamensi. Tal e Goldeshtein vivevano a Edison, New Jersey, dove si erano trasferiti da Seattle. Goldeshtein aveva tentato di depositare 437.000 dollari nella filiale londinese di Citibank.

I federali dissero che Tal era in combutta con Jose Stroh, specializzato in riciclaggio di denaro sporco per il cartello colombiano di Cali. Furono incriminate sedici persone, ma cinque non vennero mai prese. Di queste cinque, Nir Levy, Rea Lev-Ari e Dov Feldman fuggirono in Israele ed evitarono l'estradizione negli Stati Uniti. Tra i fuggiaschi c'era il reclutatore di Tal, l'israeliano Enrique Korc. Tra gli incriminati c'era il rabbino Sholom Levitin, fondatore e capo della Chabad House di Seattle. Tal disse che il soldi riciclati erano "investimenti" israeliani e Levitin negò che la loro provenienza fosse illegale.
Tal avrebbe detto ai suoi uomini, in prevalenza israeliani, che "il denaro veniva da Israele e serviva per investimenti negli Stati Uniti" o che "aveva in qualche modo a che fare con il Mossad, i servizi segreti israeliani".

Secondo una notizia UPI del 17 marzo 1989, uno degli israeliani incriminati e giudicato colpevole, l'ex capitano dell'aeronautica israeliana Moshe Begim, raccontò che gli avevano detto che i soldi erano del Mossad e servivano a finanziare guerriglieri anticomunisti in America Centrale. Gli inquirenti descrissero Begim e un altro membro della banda israeliana, Baruch Zeltzer, rispettivamente come i capi delle operazioni di Los Angeles e Seattle operations. Zeltzer viveva alla Chabad House di Seattle. Fu giudicato colpevole e condannato anche un altro ex militare israeliano che risiedeva a Seattle, Avsholom Hazan. Due israeliani che avevano preso parte all'operazione di Begim a Los Angeles, Alon Redko e Guy Marom, ex membro della Forza di Difesa israeliana, furono anch'essi condannati. La maggior parte degli israeliani incriminati aveva fatto parte del personale di El Al.

Nel 2007 la polizia israeliana arrestò dei capi Chabad per riciclaggio di denaro sporco. Un canale televisivo israeliano riferì che uno dei sospettati di riciclaggio era Arkadi Gaydamak, un mafioso russo-israeliano che si era anche candidato senza successo a sindaco di Gerusalemme. Tra gli arrestati c'era Yosef Aharanov, direttore della Young Chabad Association, che secondo il JPost era stato a capo della campagna Chabad "Bibi is Good for the Jews", che appoggiava la candidatura di Binyamin Netanyahu a Primo Ministro nel 1996.

Ci sono Chabad House a Bogota e Barranquilla, Colombia; La Paz, Bolivia; Kinshasa, Congo; San Jose, Costa Rica; Santo Domingo, Repubblica Dominicana; Quito, Ecuador; Tbilisi, Georgia; Baku, Quba, e Sumqait, Azerbaijan; Pechino, Guangzhou, Shanghai e Hong Kong, China; Guatemala City, Guatemala; Luang Prabang, Laos; Cancun e Tijuana, Mexico; District Thamel di Kathmandu, Nepal; Cusco e Lima, Peru; Chiang Mai, Phuket e Koh Samui, Thailand; Caracas, Venezuela; e Ho Chi Minh City, Vietnam.
In aggiunta a Mumbai, in India ci sono Chabad House a Bangalore, Goa e Manali.

Fonte: WMR

[Valeva la pena di riassumerlo, secondo me. Ci ho perfino ritrovato Arkadi Gaydamak (ecco un'altra delle sue imprese)]

Aggiornamento del 2 dicembre:
Dopo il fatidico lancio della moneta, le traduzioni, i post di sintesi e gli approfondimenti si trasferiscono su mirumir 2.0.

venerdì, novembre 28, 2008

Ci stan camin che fumano

Sempre a proposito di perigliosi viaggi in battello, un classico Baedeker: il Traveller's Manual of conversation in four languages, English, French, German, Italian. With vocabulary, short questions, etc (1896).

Nell'imbarcarsi, e di quel che succede in mare

Entrino, signori, nella scialuppa; badino a non farsi male.

Mi pare che il mare sia agitato di molto. Il vascello si è molto inoltrato in mare, e se mai avessimo una scionata, la scialuppa potrebbe capovolgersi, prima che fossimo arrivati.

Non c'è pericolo.

Non vi è da temere.

Ciò non è nulla.

Eccoci giunti al vascello; ma avete durato gran fatica, avete dovuto remigar molto.

Il vento cresce. Mirate quell'onda spaventevole che viene ad infrangersi contro la nostra nave. Temo che avremo una burrasca: il cielo è molto fosco verso ponente.

Il mare è molto fiero; le onde sono burrascose; il moto del vascello mi rivolge lo stomaco; mi duole la testa.

Ho un gran dolor di capo.
La puzza di catrame mi fa male.

Fiuti un po' d'acqua di Cologna, che le farà bene.

Ho gran voglia di recere.

Bea una goccia di essenza di ginepro, che le sarà di sollievo forticandole lo stomaco.

Sono debole assai; voglio coricarmi in branda.

Sì, si corichi, che le farà bene.

Sto un poco meglio, il riposo mi ha fatto bene.

Il vento si è anche calmato, ed il mare è tranquillo.

Come si chiama quest'uccello?

È un gabbiano.

Mi pare che dovremmo bentosto scorgere la spiaggia, perché sono già dieci ore che siamo in viaggio.

Ed è già un pezzo che vediamo la spiaggia.

Dov'è?

Laggiù quella parte nuvolosa e turchiniccia.

Ah sì! Distinguo adesso molto bene la terra col mezzo del mio telescopio.
Che bastimento è quello che si avvicina a noi?

È la barca della dogana.

Sbarco

Eccoci giunti finalmente sani e salvi; ma abbiamo però corso qualche pericolo; che ne dite, signor capitano?

Anzi, signori: abbiamo fatto buonissimo viaggio. Abbiamo fatto in un giorno e mezzo quel che di solito si fa in tre, quattro, ed in cinque giorni.

[L'insuperabile "Ho gran voglia di recere" gareggia con l'inglese "I am very much inclined to be sick"].

giovedì, novembre 27, 2008

Là in mezzo al mar

Dal Manualetto della Lingua Russa con la pronunzia figurata, 1906.

In battello, frasi utili

Non voglio mangiare; mi sento male; mi viene da vomitare; soffro il mal di mare; vado a coricarmi.

Un segnale di campana; una collisione; siamo arenati; un guasto in macchina; un incendio; è l'ora del pranzo.

mercoledì, novembre 26, 2008

Esercizio tolstojano

Dal Manualetto della Lingua Russa con la pronunzia figurata, 1906.

Un tale morendo lascia 24591 rubli; al maggiore figlio lega la quarta parte della somma, al secondo il terzo, al terzo i tre ottavi, il resto ai poveri.
Quanto rimane ai poveri?

martedì, novembre 25, 2008

La minuta del giorno

Da Manualetto della Lingua Russa con la pronunzia figurata
(ristampa anastatica di edizione del 1906, regalo di Prezioso Bracciodestro)

All'albergo, ecc.

C'è pranzi in comune? A che ora?
Si può avere il pranzo qui?
Portatemi la minuta.
Dov'è la sala da pranzo?

Portatemi del sapone, un asciugamani, dell'acqua, dei fiammiferi, una candela, un lume, un paralume.

Dov'è la chiave? La bugia? Il cesso?

Fino a che ora si può star fuori la notte?
C'è un chiavino per la porta di strada?

[Grammatiche e frasari anzianotti, mia segreta passione]

I Migliori Cervelli d'America

E dai, si temeva Larry Summers al Tesoro, invece è finito soltanto al Consiglio nazionale per l'economia.
Larry Summers! (di Mark Ames non si butta mai via niente).

lunedì, novembre 24, 2008

Brutto Posto di Confine Vanta Bellezza Interiore, Digos si Dissocia

Se chiedete a un goriziano della sua città farà il possibile per convincervi ad andarvene. Allargherà le braccia, atteggerà il volto alla sua migliore espressione tendenza Basaglia e si giustificherà così:
"Siamo indietro su tutto",
o anche
"Abbiamo solo il castello, ma è finto",
oppure, se va di fretta:
"A Gorizia non c'è niente".

Da tre anni questo brutto posto di confine si riempie per qualche giorno di cultura gratis: mostre, cinema, poesia, profezie, emozioni, letteratura, economia, ideologia, musica, psicanalisi, vino. Il pubblico è attento, divertito e molto vario, in ogni caso diverso dal Genere Grandi Eventi, quello che fa numero e bivacca disorientato fotografando col flash gente vista alla tv.
Grazie signor Princis, grazie associazione ex-border.
Noi si apprezza tanto, soprattutto di questi tempi.

Firmato: La Cuoca di Lenin.

[Un commosso ringraziamento anche ai due zelanti agenti della Digos che nella notte tra venerdì e sabato hanno tirato giù dal letto Mario Capanna nella sua stanza d'albergo alla Transalpina ("Come mai a Gorizia? Cosa deve fare qui? Intende andare in Slovenia?"). Alle due di notte. Mario Capanna. Adesso ditemi voi].

giovedì, novembre 20, 2008

Quattro volte Žižek

Il Piccolo, 20 novembre 2008, pagina 11.



Il Piccolo, 20 novembre 2008, pagina 21 (cliccate per ingrandire).



Cosa deve fare al giorno d'oggi una ragazza per essere un po' Chic & Žižek, signore mie!

Ve lo dicevo che erano indistruttibili



Tutto a posto (si fa per dire), notato niente?

Il Piccolo, 19 novembre 2008, prima pagina.

mercoledì, novembre 19, 2008

SOFA, So Good?

Questo post serve a raccogliere un po' di link e fondamentalmente a giustificare il gioco di parole nel titolo.
Tre giorni fa i media hanno diffuso la notizia dell'approvazione da parte del governo iracheno del SOFA (Status of Forces Agreement, Accordo sullo Status delle Forze Armate) con gli Stati Uniti. Si è scritto che l'accordo prevede il ritiro totale delle truppe USA dall'Iraq entro la fine del 2011.

Innanzitutto cos'è un SOFA lo capite benissimo qui dallo Zio che riporta alcuni utili estratti da Nemesi di Chalmers Johnson.

Fatto?

Se nel frattempo vi è sorta la domanda "Ma allora è possibile che gli Stati Uniti trovino il modo di garantirsi delle basi permanenti all'estero senza dover passare per l'approvazione del Congresso?", allora sappiate che la risposta è: sì, grazie ai SOFA.

Fatto?

Si parla spesso di un solo accordo, come osserva la Berrigan nel suo pezzo, ma in realtà gli accordi firmati sono due: il SOFA e lo Strategic Framework Agreement (Accordo quadro strategico): "un quadro strategico a lungo termine che [...] definirebbe per anni le relazioni tra i due paesi nei settori dell''economia, cultura, scienza, tecnologia, sanità e commercio'", secondo le parole del negoziatore americano, l'ambasciatore Crocker (fonte Reuters).
Come nota Moon of Alabama, però, il portavoce del primo ministro iracheno Al Maliki ha parlato anche di "aspetti legali e giudiziari".
Dunque, dov'è che si trova questo SFA? Si può leggere? Pare di no.
Non è che, come osserva sempre MoB, il SOFA di cui tutti parlano finirà per essere uno specchietto per le allodole mentre i veri piani strategici sull'Iraq si decidono da un'altra parte?

Un minuto di mumble mumble complottista.

Fatto?

Per tornare al SOFA, è interessante notare che non è ancora stato diffuso ufficialmente (sapete, tipo su un sito del governo statunitense). Il testo è stato pubblicato da Al Sabah di Baghdad, e il blogger e giornalista Raed Jarrar rimanda alla sua traduzione in inglese.

Fatti che meritano attenzione:

L'agenzia di informazione iraniana Fars è stata tra i primi a diffondere il testo in arabo (fonte: Missing Links); inoltre le autorità religiose iraniane avrebbero espresso approvazione riguardo l'accordo. Viene da pensare, come scrive Helena Cobban, che la permanenza delle truppe americane in Iraq fino alla fine del 2011 sia considerata come una garanzia che per i prossimi tre anni nessuno a Washington deciderà di attaccare l'Iran; lo proverebbe la rapidità con cui le principali fazioni del governo iracheno - pesantemente influenzate dall'Iran - hanno approvato questo SOFA.

La portavoce della Casa Bianca Dana Perino ha già detto che il "termine ultimo" citato dall'accordo è solo "aspirational", "un'aspirazione".

In rete si trova anche il testo dell'accordo con tanto di modifiche e revisioni (il file .pdf sta sempre dallo zio, io il file word l'ho caricato qui), che sono segnate in rosso.

È giunto il momento della traduzione breve ma illuminante?

Credo di sì. Secondo Chris Floyd il SOFA servirebbe a creare un'utile illusione che la guerra sia ormai magicamente alle spalle e la renderà meno visibile alla coscienza pubblica; e visto che le "aspirazioni" espresse nell'accordo dipendono dalle "circostanze" e le circostanze in tempo di guerra cambiano, Obama avrà abbondante spazio di manovra per decidere che l'America è più sicura se le truppe restano. L'epoca del pensiero magico: la cortina di fumo del SOFA e il potere presidenziale.

E così, a quanto pare,

indipendentemente dai contenuti del SOFA, presto il nuovo presidente degli Stati Uniti avrà la facoltà esecutiva di modificarlo: dunque Obama potrà tenere le truppe in Iraq per tutta la durata della sua amministrazione, e di questo deve essere grato a Bush, che ha fatto sì che l'accordo non raggiungesse mai lo status di un trattato e dunque non sia soggetto a dibattito e voto al Congresso.

E infine, la parola del giorno: aspirational, \ˌas-pə-ˈrā-sh(ə-)nəl\
Da aspiration, \ˌas-pə-ˈrā-shən\
3 a: a strong desire to achieve something high or great.

Il tutto, come sempre, li nobilita.

lunedì, novembre 17, 2008

Well I woke up this morning

La mia attività onirica bulgakoviana vi è ormai nota. Ultimamente ho chiesto un po' in giro, ché fare così tanti sogni e così strani richiede un minimo di organizzazione. Per esempio, è qualcosa che mangio o che non mangio? Vitamine in difetto o in eccesso? È il latte? Ci sono tracce di LSD nel Sensodyne? È il momento particolare della mia vita dominata da Saturno e il fatto che mai come ora sembri sceneggiata da uno a metà tra Calavera e Topo Gigio (cit. L.), cioè tra un adorabile sadico e un roditore biondo con spaventose carenze affettive?

Così ho chiesto in giro.
Solo che a chiedere in giro si ricevono le risposte più strane. Dice che questi sono sogni lucidi, che a volte capita anzi di non essere certi se si è svegli o se si sta sognando, dice che per questo ci sono perfino delle tecniche. A me queste tecniche sembrano sceme. La tecnica numero uno è abituarsi a controllare l'ora a intervalli regolari durante la giornata: così lo si farà anche durante il sogno, per accorgersi che nei sogni gli orologi fanno cose strane, e non tengono mai le lancette o i led al posto giusto. Ma chi lo porta mai, l'orologio.
La seconda tecnica è ancora più scema. Quando non si è certi se si stia sognando bisogna osservarsi le mani. Se mancano delle dita o ce ne sono d'avanzo si sogna. Grazie tante.
Questa tecnica mi sembrava così strampalata che l'ho esposta anche a M., e che vi devo dire: a noi questa roba alla Castaneda ci lascia più scettici di Focus. Del resto: mandateci a un seminario di sciamanesimo mesoamericano e dopo due ore stiamo già organizzando una corsa di fagioli salterini, un mini-torneo di Texas Hold'em o anche un banale giro di Mezcal.
E proprio a gente così devono capitare i sogni lucidi.

Fatto sta che da un po' di tempo sogno che spariscono le cose. C'è il sogno senza sale, il sogno senza carta, il sogno senza acqua.
Di sogni senza acqua ce ne sono due.
Variante uno, manca l'acqua ma fuori piove. L'acqua che piove però [inserire motivo qui: è acida, è salata, è solida] non è potabile e la sognante lucida si avvia a morte sicura.
Variante due, manca l'acqua ma piove in casa e l'acqua che piove non è potabile [inserire motivo qui: è tossica, è bollente, sembra acqua ma non lo è]; la sognante lucida anche qui si avvia a morte sicura.
In questi sogni è spesso presente mio padre, che nella vita reale è quello in grado di risolvere le cose con un cacciavite, un tronchesino, un deviatore, del nastro isolante o un po' di stucco. Ma lui nei sogni lucidi guarda in su e scuote la testa.

È l'alba e sento uno sgocciolio insistente.
Accendo la luce. Il Signor G. mi sta accucciato accanto, sveglio e con uno sguardo in cui leggo "che cazzo è", "dormo di qua perché di là c'è casino" e "sei tu il capo".
Raggiungo il soggiorno. Lo sgocciolio è sempre più forte e comincio a sentire un forte odore di muffa e umidità. Allungo la mano per accendere la lampada a soffitto. Cortocircuito. Il pavimento è bagnato, lo sgocciolio continua, sento odore di muri fradici e di incubo. Ed è buio pesto, il che significa che non posso neanche contarmi le dita delle mani.

Se fosse un sogno lucido in questo momento enterebbe tranquillo tranquillo M. armato di una delle sue battute oniriche tipo "mi dicono che qui si pescano cefali niente male" o "stellina, guarda che ti si sono arricciati i capelli".
Ma niente.
Comincio dunque a pensare di essere sveglia e nel mezzo di un dramma domestico.

Un'ora dopo ho già in mano alcune informazioni utili: l'impianto di riscaldamento dell'appartamento del piano di sopra ha deciso di scaricare il suo contenuto d'acqua su casa mia; il salvavita è scattato perché l'acqua scendeva dalla lampada a soffitto (e non so voi, ma a me il binomio acqua+elettricità sa di morte stupida; tra le cose che mi fanno paura lo metterei subito dopo gli scorpioni ma molto prima dei clown bianchi); da una metratura consistente del soffitto del soggiorno, della cucina e dello studio, e cioè di due terzi della casa, scende filtra zampilla e sgocciola tanta acqua evidentemente non potabile.

Sembra di stare in un film di Tarkovskij.

Accanto a me ci sono l'affranto vicino del piano di sopra e l'affranta sua moglie. Poco dopo si accodano mesti i vicini del piano di sotto, perché il Rio de la Plata ha raggiunto anche loro. Tutti lì, in pigiama, lividi, spettinati e con le torce in mano a prenderci gli schizzi e a chiederci quanto dureranno. Nel frattempo abbiamo chiuso l'acqua ai vicini, messo la caldaia assassina in condizioni di non nuocere e stabilito dei turni di guardia.

A quel punto arriva mio padre con un set di cacciaviti per smontaggio lampada e riattivazione corrente elettrica.

L'acqua continua a venir giù. Il pubblico è ora costituito da vicini affranti con anziana suocera al seguito, altri vicini preoccupati, signora morta, figlia della signora morta, bambina del pianoforte, bambina del flauto dolce e anche dentista del pianterreno (perché l'acqua quando si infiltra si infiltra).
Il signor G. ha conquistato un'altura (il lettore dvd) e assiste alla scena con l'aria di pensare "e a me tante storie per una pisciatina".

A quel punto riappare mio padre, questa volta armato di trapano, perché state certi che se c'è un lavoro impopolare da fare lui è pronto a farlo, anche se si tratta di bucare il soffitto. E di bucarlo più volte, visto che tra mio padre e il corso d'acqua c'è una trave che rompe i coglioni.
Una volta bucato il soffitto scendono, non per vantarci, 150 litri d'acqua, cioè sei secchiate da venticinque litri goccia più goccia meno.

Restiamo tutti incantati come davanti alle fontane di Versailles o al presepe più bagnato del mondo, a raccontarci storie di spandimenti, infiltrazioni, scarichi della lavastoviglie malamente innestati, calcare e lavatrici, trapani anarchici e tubature compiacenti.
Poi, silenzio.
Poi, la voce di mio padre: "E pensare quanto abbiamo faticato per avere l'acqua corrente in casa".

L'acqua, finalmente stanca di correre, si ferma.
Adesso c'è solo una libreria enorme da svuotare e un pavimento da asciugare. Ho passato il phon sulle stampe di Utamaro. Ho consolato il vicino affranto che tra una foto e l'altra ("per l'assicurazione") covava ormai propositi suicidi:
- Che disastro, ci vorranno mesi perché si asciughi tutto.
- Tranquillo, sono cose che si risolvono.
- E questo odore di muri bagnati, terribile.
- Ma no.
- Troppo gentile, troppo gentile! Pago tutto, danni diretti e indiretti!
- Però adesso non si metta a piangere che qua è già abbastanza umido.

Se vedete Saturno, o anche Topo Gigio, ditegli di piantarla. Col Calavera me la vedo io.

18.37.
Fortunatamente è stata una giornata serena e ventosa.
Peccato solo che faccia buio presto.
Peccato anche che - per un fenomeno meteorologico cui non mi sento di dar torto - sul soggiorno sia calata una fitta nebbia. Mia madre, che era passata per rendersi utile ("hai mica bisogno che ti lavo i vetri?"), ha appena tamponato il signor G. dopo una manovra azzardata e ora tenta la via della constatazione amichevole.

Ma io sono sorprendentemente calma.
Mi conto le dita.
Dieci.
Cazzo.

venerdì, novembre 14, 2008

Le Migliori Menti di Una Generazione, Per Fortuna Non la Mia

- Ti dirò, piaciuti i Soulwax.
- Bello?
- Bello perché vario, spaziano.
- Io ho sentito Craig.
- Techno di Detroit, spacca. Bravo?
- Picchiatissimo.
- E poi un tipo, come si chiama. All'inizio molto tranquillo, poi è cresciuto.
- Alla Grotta com'è?
- Beh, essendo kiccissimo è una figata.
- E il Fly?
- Una menata. Fanno mezz'ora e vanno via.
- Ma il posto migliore era il Sottosopra.
- Fighissimo.
- Ti ricordi il palchetto, che si poteva ancora fumare, sembrava di essere sulle giostre con le luci e il fumo che sapeva, che sapeva... di vaniglia, quasi.
- Figata.
- Peccato che ha chiuso.
- Adesso ha aperto un kebab. Mi pare.
- Cio', e invece Edo lo becco che mi ascolta minimal.
- Non capisce un cazzo, cerca best tracks minimal su emule.
- La minimal dopo dieci minuti ti scassa.
- Anche prima.
- Sai cosa, a me le robe elettro-modaiole non mi piacciono.
- Neanche a me.
- ...
- Vai a Venezia?
- Sì, vado a informarmi per l'esame da avvocato.
- Ah.
- ...
- Anch'io.


"Daju sovety", "Do consigli".

giovedì, novembre 13, 2008

War Nerd: Congo, il Guerriero Nkunda è 'Nfico

War Nerd: Congo, il Guerriero Nkunda è 'Nfico
di Gary Brecher

Se mai foste interessati a trovare un eroe, ecco come riconoscerlo: i telegiornali ne faranno un mostro 24 ore su 24, 7 giorni su 7. L'eroe mostro di oggi è il generale tutsi Laurent Nkunda, capo delle forze “ribelli” che starebbero “puntando” su Goma nel Congo Orientale.

La BBC, il solo canale di informazione che finga di prendere l'Africa sul serio, ha la sua giornalista predatrice numero uno, Orla Guerin, che sta sul caso Nkunda ogni santo giorno. Forse non conoscete il nome della Guerin ma se vi piacciono le notizie di guerra la riconoscerete perché avrete visto i suoi servizi da qualche zona di morte africana. In quei posti è perfetta, le stanno da Dio. Ha la faccia di un teschio, solo che i teschi sorridono, e un accento da paura che riporta alla mente il porridge freddo e la dannazione degli avanzi del giorno prima.

Non so da dove viene, ma devono aver dato una festa quando se n'è andata. In questo video della BBC c'è Olga che dice quanto sia una vergogna che i “profughi” del Campo di Kibati debbano fare la ressa per il cibo, preoccupati come sono di essere travolti dai “ribelli” di Nkunda. Da come la mettono giù Orla e le altre reti, nel Congo Orientale andava tutto bene finché il capo “ribelle” Nkunda non ha ordinato alle sue truppe di avanzare. Quando i “profughi” innocenti hanno saputo che Nkunda stava per arrivare hanno cominciato a fuggire, creando una “crisi umanitaria”.

Anche i mezzi di informazione cartacei ci stanno dando dentro, come il fogliaccio britannico The Guardian secondo il quale le truppe di Nkunda potrebbero in effetti avere “ucciso civili”, come se fosse una cosa insolita in Africa Centrale. L'articolo del Guardian accenna solo di sfuggita al fatto che i “civili” uccisi si trovavano in una “roccaforte delle milizie hutu”: quelle stesse milizie che uccisero la maggioranza della popolazione tutsi in Ruanda nel 1994. È come se gli ebrei avessero formato un esercito per respingere i nazisti, e quando i poveri nazisti si sono ritirati gli ebrei avessero fatto un'incursione per scoraggiare i “profughi” dal ricadere nella vecchia deprecabile abitudine del genocidio. Che è un'atrocità, certo. Solo che i nazisti, diamogliene atto, hanno avuto coraggio da vendere e hanno combattuto fino all'ultimo uomo; le “milizie” hutu invece hanno saputo solo fare a pezzi neonati e violentare bambine, e sono scappate alle prime voci che il nemico si stava avvicinando. Ecco perché sono ancora in circolazione.

Ogni parola, ogni singola disgustosa dannata parola di questi articoli della BBC e del Guardian è una cazzata. Mi dà la nausea ascoltare di continuo queste bugie. La ragione per cui il piccolo esercito di Nkunda (che dovrebbe contare dai 5000 ai 10.000 uomini) questa settimana è avanzato nel Congo Orientale è che le bande hutu stavano diventando un po' troppo aggressive con i villaggi tutsi, uccidendo gli uomini e sequestrando donne e bambine per farne schiave sessuali. Nkunda sa molto bene che nessun altro proteggerà i tutsi, per il semplice motivo che nessuno l'ha mai fatto. E così ha deciso di farlo lui. Nkunda è un grand'uomo, una persona brillante, un eroe, un genio militare che parla quattro lingue e ha sconfitto gli eserciti più forti in circolazione con meno di 10.000 uomini. È l'unico leader in gamba che quella parte dell'Africa abbia mai visto. Vale la pena di osservare come l'hanno fatto a pezzi, perché lì vedrete all'opera le stesse tecniche usate per fare a pezzi tutti i veri eroi.

Cominciamo con il trucco più vecchio, chiamare qualcuno che non ti piace “ribelle”. Come ha deciso, la BBC, che Nkunda è un “ribelle”? Non devono esistere un governo, una legge, un ordine pubblico, per potersi ribellare? Contro chi si starebbe ribellando, Nkunda? Non c'è legge nelle foreste del Congo Orientale. Le Nazioni Unite hanno una patetica forza simbolica di caschi blu che se ne vanno in giro ad ammazzare zanzare e a chiedere pompini alle ragazze del posto, ma il vero potere prima che arrivassero i soldati di Nkunda era nelle mani dei capi dei “profughi” hutu.

“Profugo”: un'altra parola fantastica, che fa il paio con “ribelle”. Rende gli hutu vittime innocenti, che tremano di paura all'avvicinarsi dei cattivi vecchi tutsi. Be', naturalmente è un'altra bugia ipocrita. Questi “profughi” sono bande capeggiate dalla gente peggiore del mondo: i leader dell'Interahamwe e dell'Impuzamugambe, le “milizie” hutu che in Ruanda nel 1994 massacrarono 800.000 uomini, donne, bambini e neonati tutsi.

Anzi, chiamare questi squadroni della morte “milizie” è far loro un complimento. Scoprirete che la BBC e le altre reti hanno tutta una serie di nomi per le squadre della morte: “terroristi” se vi odiano, “paramilitari” se non sono sicuri ma non vi inviterebbero alle feste di compleanno dei loro bimbi, e “milizie” se gli andate a genio. Chiamare le squadre genocide hutu “milizie” è come definire il Columbine una marachella.

La ragione per cui questi hutu sono nella giungla è semplice: hanno massacrato quasi un milione di ruandesi in meno di quattro mesi, ai tempi felici di Clinton, e poi sono scappati quando i tutsi, che sono sempre stati più coraggiosi degli hutu, hanno formato un piccolo esercito, l'RPF (Fronte Patriottico Ruandese), e hanno scacciato le ben più consistenti “milizie”. La verità è che i tutsi si sono comportati così bene in tutta quella storia che il mondo avrebbe dovuto rallegrarsene ed elogiarli. Vi dirò, se fossi stato al comando dell'RPF quando è rientrato in Ruanda camminando su mucchi di cadaveri maleodoranti fatti a pezzi dai machete, mi sarei ispirato al nome che Foday Sankoh diede alla marcia del suo esercito di svitati su Freetown, su in Sierra Leone: “Operazione Uccidere Tutto Ciò Che Respira”. Ma i tutsi non l'hanno fatto. Non si sono vendicati, hanno lasciato vivere gli hutu e hanno perfino tentato di instaurare un governo decente con elementi di entrambe le tribù. Sono fottutissimi santi, e invece qui dovrebbero fare la parte dei cattivi?

Permettete che ve lo dica ancora una volta, poiché nessuno qui sembra volerlo ricordare: ottocentomila civili tutsi massacrati a colpi di machete in meno di quattro mesi. Un vero sforzo comunitario, come la costruzione di fienili degli Amish, solo un tantino più sanguinario. Se volete farvi un'idea di come ci sono riusciti, vi raccomando un libro intitolato Machete Season, La stagione del machete.

È un libro semplicissimo: consiste in interviste a una banda di contadini hutu che trascorsero tre mesi a fare spedizioni quotidiane nella locale palude dove i civili tutsi superstiti cercavano di nascondersi. Raccontano tutti la stessa storia: “Ogni mattina ci alzavamo, prendevamo i machete e cercavamo dei tutsi da fare a pezzi. A volte stupravamo in gruppo le ragazze carine, perché quelle tutsi hanno la pelle così delicata, con tutto il latte che bevono. Ma quando avevamo finito ammazzavamo anche loro. Dopo settimane che li accoppavamo i tutsi non facevano neanche più resistenza. Si limitavano a starsene lì e ad aspettare che li finissimo. Che tempi”.

Se avete amici o parenti convinti che le persone siano fondamentalmente buone e sciocchezze di questo tipo, a Natale regalate loro questo libro. Li sistemerà subito. La gente parla di “banalità del male”, ma questo è ben peggio. È gente non ne ha nemmeno la nozione. Le sole persone per cui possano provare dispiacere sono loro stessi, perché devono farsi un po' in galera finché le Nazioni Unite non li lasceranno andare. Parlano della loro “sfortuna”, riferendosi all'arresto. In un certo senso hanno ragione, perché sono i soli hutu a essere stati presi e puniti.

Gli altri sono fuggiti nelle foreste del Congo Orientale. Sono i “profughi” per i quali Orla Guerin si addolora tanto: i fottuti mostri che hanno fatto del loro meglio per ammazzare tutta la popolazione tutsi del Ruanda in novanta giorni, manco si fosse trattato di un gioco a tempo.

E neanche in Congo hanno cambiato abitudini. Le milizie hutu hanno conservato i machete (“pangas”), hanno mantenuto il controllo della loro gente e si sono tenuti in allenamento facendo incursioni nei villaggi a caccia di donne e ragazze. Sono noti per marchiare le donne catturate come fossero bestiame, segnandole come schiave sessuali per sempre. A volte le lasciano andare, quando restano incinte, così possono tornarsene al villaggio con il bambino di uno stupratore hutu nella pancia. Bel ritorno a casa, dev'essere. Ma il più delle volte quando si stancano di una donna la trascinano nella foresta, la massacrano e la lasciano lì per gli animali.

Vi starete chiedendo dove prendono cibo e acqua questi begli esemplari di umanità. Be'. Le Nazioni Unite, sempre pronte a schierarsi dalla parte sbagliata in tutti i conflitti, erano lì proprio per dare loro da bere e da mangiare quando sono scappati dal Ruanda sotto l'avanzata dell'RPF, che in poche settimane ha ripreso il paese.

È buffo il modo in cui le Nazioni Unite si sono premurate di aiutare questi miserabili maiali, perché invece quando un milione di tutsi veniva scannato nessuno ha fatto niente. Ci vuole un po' per ammazzare così tanta gente con le mani. È un'attività aerobica. E nessuno, assolutamente nessuno, ha fatto niente durante la stagione del machete.

Oh, ma non appena gli hutu sconfitti hanno attraversato in fuga il confine, con le mani che grondavano ancora sangue di neonato, i caschi blu erano già lì con i loro sacchi di riso per consolarli. Fino a poco tempo fa per tutto questo non c'era una vera spiegazione. Io pensavo addirittura che non servisse: così vanno le cose, soprattutto in Africa. I cattivi vincono sempre e i virtuosi giornalisti della BBC si schierano sempre dalla loro parte. Be', penso ancora che in generale vada così, ma ultimamente un pezzo del rompicapo è diventato molto più chiaro. Sono desolato di dire che i francesi c'erano dentro fino al collo, per tutta la stagione del machete, secondo un rapporto indipendente pubblicato nell'agosto del 2008. Perfino io ne sono rimasto sconvolto. Secondo questo rapporto,

“La Francia ebbe la responsabilità della morte di alcune delle 800.000 persone massacrate in Ruanda tra aprile e luglio del 1994, la maggioranza delle quali tutsi o hutu moderate uccise dalle milizie hutu”.

“Gli stessi soldati francesi furono direttamente coinvolti nell'assassinio di tutsi e di hutu accusati di nascondere tutsi” dice il rapporto. “I soldati francesi commisero molti stupri, soprattutto di donne tutsi.” Il defunto presidente francese François Mitterrand e l'ex primo ministro Dominique de Villepin erano tra le autorità accusate dal rapporto di avere fornito supporto di “natura politica, militare, diplomatica e logistica”.

Adesso vorrei non aver mai difeso i rappresentanti militari francesi come feci quando tutti i neocon li attaccavano. Quella volta me le sentii, e per cosa poi? Solo perché potessero spazzar via indisturbati i tutsi, “il popolo alto”, una delle tribù più coraggiose, intelligenti e marziali del mondo. E tutto questo perché ai francesi piaceva come gli hutu parlavano il francese. Dev'essere la ragione più stronza per appoggiare un genocidio che abbia mai sentito: “Ah, m’sieu, è verò hanno uscìso dei bebè, ma parlano il fronscèse così bene! Gli hutu non userebbero mai e poi mai il pronome sbagliato; quando dicono 'Siamo venuti a usciderti, piscìno' usano sempre il 'tu' e quando dicono 'E adesso uscidiamo te, vecchiò', o 'vecchià', usano sempre il rispettoso 'vous'! E che ascento, così parisièn!”

Ma sì, toh, una piccola vendetta per il francese che ho dovuto studiare a scuola. I pii europei amano dire come l'Africa Centrale sia il cuore di tenebra, come sia profondo e oscuro ed esistenziale, ma non ammetterebbero mai quanto abbiano contribuito a mantenerla in questo stato spalleggiando sempre, sempre, sempre i peggiori bastardi di tutta la foresta. Questo lo sapevo già dei britannici; hanno fatto cose così atroci in Africa che a Londra esiste tutta un'industria editoriale che si occupa di far sì che la verità non trapeli mai. E questa è la ragione per cui si hanno storie come quelle di Orla Guerin o quella merda del Guardian. E la cosa divertente è che i giornali e i canali “progressisti” sono i peggiori bugiardi, i migliori complici di genocidio in circolazione.

Be', adesso capisco che i francesi sono altrettanto cattivi. Pensavo, tipo, che potessero non esserlo; c'è sempre stata questa battuta tra i militari che i francesi perdono le guerre perché le combattono seguendo le regole. Ricordo di aver letto una lettera furiosa della Regina Elisabetta a Enrico IV – grandissimo uomo, il più grande della sua epoca – in cui lo malediceva per non aver cancellato l'intera popolazione di una città cattolica durante le guerre di religione. E invece no, i francesi di oggi fanno proprio schifo uguale.

Nkunda presto sarà morto. Potete contarci, visto che tutti i “buoni” sono contro di lui. E quei poveri poveri “profughi” saranno liberi di sequestrare e stuprare ragazzine tutsi e poi affettarle con i loro amati pangas, e Orla potrà raccontarci che in Congo è tornata la pace, adesso che il “ribelle” non c'è più.

Originale: War Nerd: Congo Warrior Nkund is Ncool

Pubblicato l'11 novembre 2008

[A proposito del rapporto ruandese sulle responsabilità della Francia, commento di Jean-François Dupaquier pubblicato l'8 agosto scorso da Le Monde]