giovedì, ottobre 04, 2007

Бип-бип-бип...



1. scaricare questo minuscolo file audio.
2. metterlo in loop.
3. ascoltare.

Un po' di link fotografici sui programmi spaziali sovietici, per festeggiare:
I quadri cosmici di Leonov e Sokolov La Terra vista dai satelliti sovietici
Zvezdnyj Gorodok, la Città delle Stelle
Cosmonauti
Jurij
Belka e Strelka, che tornarono vive.

"Un uomo è per metà quello che è e per l'altra metà quello che vorrebbe essere, disse Oscar Wilde. Se è davvero così, allora i bambini sovietici degli anni sessanta e settanta erano tutti per metà cosmonauti. Lo so per certo, dato che anch'io all'età di sette-otto anni ero per metà cosmonauta. È strano, ma già allora sospettavo che fosse un delirio infantile destinato a passare con gli anni. Eppure mi dicevo: 'Lo so, tutti vogliono fare i cosmonauti. Ma io sono diverso! Io voglio diventarlo davvero, sul serio! E se agli altri passerà, allora - per favore! - non a me!'
Penso che molti dei miei coetanei, sognando di volare nello spazio, fossero altrettanto sprofondati in una simile consapevolezza di sé. Alcuni mantennero perfino la promessa. Ci furono, dopo tutto, alcuni cosmonauti. Comunque così stavano le cose: allora tutti noi, dai più piccoli ai più grandi, vivevamo con un piede nel cosmo. Il cosmo era ovunque. Nei libri di scuola, sulle pareti di casa e nei mosaici della metropolitana di Mosca: un cosmonauta dal naso camuso, dietro al vetro del suo casco-acquario, compiva una qualche azione simbolica, piantando un piccolo germoglio verde in una fossetta di Marte o porgendo un satellite alle stelle. Nel fumo delle città era presente sempre e ovunque, divenendo così in un certo senso un testimone costante di ciò che accadeva, un costante 'terzo', una sorta di ipostasi come il Lenin che trascinava quel tronco durante un subbotnik e che gli adulti consideravano verosimilmente un inevitabile compagno di bevute: uno che non contribuiva all'acquisto della bottiglia, ma che neanche beveva molto. Tanto che forse le poche gocce che per tradizione gli alcolizzati spargono a terra, prima che la bottiglia faccia il primo giro, sono dedicate a lui".
Viktor Pelevin, "Kod Mira"

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