mercoledì, ottobre 11, 2006

Le illusioni della Russia: ancora sulla morte di Anna Politkovskaja

Oggi l'assassinio di Anna Politkovskaja non faceva già più notizia, sui giornali russi (in compenso a Mosca ci sono stati altri due omicidi su commissione). Questo articolo dello scrittore russo Viktor Erofeev, pubblicato dall'International Herald Tribune, tenta di spiegare qualcosa della Russia e di questo omicidio all'Europa. È una buona sintesi. Non ho l'originale russo, la traduzione risente necessariamente del passaggio attraverso l'inglese. Spero di non aver svirgolato troppo.

Poi, per chi vuole ascoltare qualcosa, c'è questa intervista a Fahrenheit del 6 giugno 2005 ("Signora Miru, metta il link, è l'unico documento audio disponibile!". Certe volte si fa prima ad accontentarlo, Poligraf).

Cos'ha ucciso la Politkovskaja?
di Viktor Erofeev

L'assassinio su commissione di Anna Politkovskaja, la quarantottenne giornalista indipendente russa conosciuta soprattutto per i suoi articoli sulla guerra in Cecenia, si merita già lo status di omicidio di portata storica. Entrerà nella storia dello stato russo come un evento mostruoso ma tristemente logico.

Quest'omicidio giunge in un momento della storia russa in cui coloro che sono al potere, dopo aver fatto di tutto negli ultimi sette anni per limitare le critiche nei confronti delle autorità, si stanno finalmente godendo un tangibile trionfo: Anna Politkovskaja, specializzata nelle inchieste sui crimini politici russi, apparteneva a una specie in pericolo.
Le schiere di giornalisti coraggiosi che osano parlare del potere si stanno assottigliando. Alcuni hanno cominciato ad avvicinarsi timorosamente alle autorità, altri hanno deciso di dedicarsi ad argomenti meno pericolosi. In queste circostanze, Anna Politkovskaja era diventata un fenomeno unico e un bersaglio troppo visibile. Se in Russia ci fossero centinaia di giornalisti così, la sua uccisione non avrebbe avuto senso.

Sono convinto che a ucciderla sia stata, innanzitutto, la mancanza di libertà in Russia. L'assenza di libertà ha ucciso la libertà: da qui deriva la triste logica del suo assassinio, non importa chi ne sia il mandante.
L'assenza di libertà produce l'illegalità: la Russia ha allevato e incoraggiato molte persone vendicative e impunite che si indignano quando qualcuno osa accusarle e denunciare le loro azioni criminali. Al contempo il potere autoritario si frammenta sempre in clan, e le accuse di un giornalista indipendente possono costituire un'arma inestimabile nella lotta tra questi clan o nell'eliminazione di rivali politici.
Anna è stata uccisa dalla nebbia impenetrabile di segretezza che avvolge il sistema russo. Questo è stato un assassinio con vari livelli, in cui l'esecutore che si è lasciato riprendere dalla videocamera con il suo cappellino da baseball riveste il ruolo minore.

Anna è stata sepolta al cimitero Troekurov di Mosca, una specie di succursale del cimitero di Novodevič'e dove sono sepolti i grandi capi. È un paradosso storico, un misto di stili delle diverse ere. Stalin, dopo avere eliminato i suoi compagni l'uno dopo l'altro, amava concedere loro dei funerali sontuosi.
Non c'erano i capi politici, al funerale. C'erano, certo, ex leader dell'epoca di El'cin, i cocci della democrazia russa. Mi sembrava di essere tornato ai tempi dell'Unione Sovietica. Le centinaia di persone venute a dire addio ad Anna sembravano non solo annientate, ma anche impotenti. Sono state messe al loro posto, come gente priva di diritti che saprà solo ciò che il potere vuole che sappia.

Hanno sparato ad Anna, ma hanno colpito la Russia. Hanno sparato a una donna coraggiosa, a una madre di due figli; hanno ucciso molte delle speranze per il futuro del paese.
L'omicidio ha leso la reputazione internazionale della Russia. In realtà questo preoccupa sempre meno la Russia. Ciò che resta è solo una preoccupazione apparente. Sempre più spesso la Russia cerca in sé le proprie giustificazioni, spacciando per unicità la propria arretratezza e la propria mancanza di competitività.

Il ruolo di Anna Politkovskaja consisteva nel trovare i modi per modernizzare la Russia e per adattarli alle norme morali. Ha denunciato tutto il resto come barbarie, corruzione o semplice incompetenza. Ha alzato sempre più la voce non perché fosse in collera, ma perché i problemi del paese, che fossero le condizioni dell'esercito o la guerra in Cecenia, il sorgere di una dittatura o l'ascesa del nazionalismo stavano diventando sempre più complessi, perfino insolubili. Quello che l'ha uccisa è stato l'insieme di questi problemi.

La sua morte ha coinciso con il compleanno di Vladimir Putin e l'esasperarsi del sentimento antigeorgiano, che non può che spaventare le minoranze etniche del paese. Putin, la cui condotta era apertamente disapprovata dalla Politkovskaja, aveva ragione quando dopo la sua morte ha detto che il suo impatto sulla politica russa era minimo. Se teniamo conto del fatto che la Politkovskaja rappresentava un ideale irrealizzabile di società civile russa, il commento di Putin fa capire quanto poche siano le speranze.

La Russia vuole vedersi grande e bellissima. E se la prende con chi, anche se spinto dall'amore per il proprio paese, le impedisce di arrendersi alle illusioni.

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