sabato, dicembre 31, 2005

Ultimi visagismi dell'anno

Non fatemi fare brutte figure, con tutto quello che vi ho insegnato in questi mesi: fondotinta mousse Matte Soufflé, Eyeliner Unforgettable Black, rossetto repulp Pink Sunset, ombretto Prisme Again n. 41, Body Powder in quantità. Ma soprattutto ricordatevi la Poudre Coromandel, che scalda l'incarnato e può tornare utile anche come antigelo per il motore.
Un buon fine anno a tutte/i.

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Holidays on ice

- Ciao, dove passate l'ultimo dell'anno?
- Andiamo a cena da quelli che abitano al 21.
- Ah. Mi passi papà?
- È già di sotto che sparge il sale tra casa nostra* e il 21.

*al 23, NdA.

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mercoledì, dicembre 28, 2005

Un caso di possessione telefonica

C'è quest'horror asiatico che ricordo solo per sommi capi: ci sono due sorelle, una bambina posseduta, un marito fedifrago, una casa e il solito telefono. Alla fine una delle due sorelle, esasperata dai fenomeni paranormali e da una caduta dalle scale della bimba ormai irrimediabilmente indemoniata, fa una scelta drammatica, definitiva e in sintonia con il genere: si mette a strappare il filo del telefono. Naturalmente va a finire che con il filo si stacca anche un pezzo di muro. Ci sarà un condensatore, un centralino, un apparecchietto di teleallarme, un salvavita Beghelli? No! Nel muro c'è il corpo mummificato di una studentessa con tanto di camicetta, gonnellino scozzese e calzettoni. Chiaro che standosene lì murata possedeva la linea telefonica, e quindi gli abitanti della casa. (Adoro questi horror asiatici in cui la maledizione è teletrasmessa, videoregistrata, telefonata: lo trovo pratico, perché perder tempo in spiegazioni esoteriche quando possiamo dire che la bambina è posseduta telefonicamente da una morta che sta letteralmente sepolta insieme al doppino?)

La mia linea telefonica è posseduta. Prima succedeva che la connessione adsl cadesse quando si alzava il ricevitore, anche se i filtri erano a posto e i telefoni stavano tutti in parallelo.
In questi casi ho imparato che bisogna fare come negli horror asiatici: prendere coraggio e vedere cosa succede nella presa principale. In cuor mio speravo di trovare murata la suocera dell'inquilino precedente, impacchettata come le mummie del British Museum. Perché si sa che tra Natale e Capodanno è più facile trovare un esorcista che un tecnico competente.
Invece ho trovato la NTUL, che non è una maledizione in rumeno (magari) ma la Nuova Terminazione Unificata di Linea, una scatoletta che la SIP installava negli anni Novanta per rilevare e risolvere a distanza i guasti telefonici. Il progetto naturalmente fu abbandonato, lasciando in eredità queste scatole pieni di cavetti che escono dalla tua povera presa posseduta ed entrano nel corpo orribilmente decomposto della centrale Telecom.
Altro che suocera.

E via, si fa un altro bel respiro profondo, si sganciano i morsetti e si isola la scatola abbandonandola al suo destino autoreferenziale, a sognare interventi che non arriveranno mai.

Così la connessione non cade più. Solo che la linea è ancora disturbata, l'adsl viaggia a 799 kbps, l'803380 mi omaggia della voce di Annie Lennox ("I saved the world today" non è un po' azzardata per dei tizi che non riescono neanche a salvarti la connessione?) invece di passarmi un operatore, poi mi passa un operatore che mi spiega come funziona l'adsl, e io gli rispondo che lo immagino, ma che sto a duecento metri dalla casa di prima, l'impianto è a posto e soprattutto 799 kbps sono pochi quando si paga almeno per l'illusione di 4 mega, insisto per dargli i dati dell'attenuazione e dei rumori di fondo, e insomma lui alla fine si rassegna a fare la segnalazione come si deve e mi chiede il numero di cellulare. Non ho mai faticato tanto per dare a un uomo il mio numero di telefono (con alcune vistose eccezioni), e chissà se ne è valsa la pena. Alla fine non ho ben capito cosa succederà nelle prossime 48 ore, ma penso niente.

Adesso nevica, io osservo la presa principale e la NTUL defunta e ripenso al tecnico della Telecom (uno dei tanti con cui ho chiacchierato oggi, in un'apoteosi di numeri verdi) che mi ha detto dispiaciuto: "Sa, noi e quelli dell'adsl siamo solo cugini, per così dire." Di quei cugini che non si parlano, naturalmente.

Quando rispondo al telefono mi fanno tutti graziosamente notare che sembro una voce dall'oltretomba. Un po' Merle Oberon in Cime Tempestose quando grida disperatamente "Heathcliff!" nella tormenta, mi sembra di capire. Un regista asiatico ci girerebbe un film di serie B in cui lo spettro della donna dai lunghi capelli presidia i doppini in attesa di ossessionare prede vulnerabili, meglio se operatori o operatrici di call center tin.it, cugini malvagi e manager Telecom, mentre in sottofondo va in loop la versione stonata e al contrario di "yadot dlrow eht devas I."
Ché una bella maledizione adesso la sussurrerei tanto volentieri, ma comodamente a telefono, possibilmente ore pasti.

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lunedì, dicembre 26, 2005

Il segreto della felicità dei gatti

Io capisco benissimo il signor G.
Ti prelevano da casa tua per portarti da un'altra parte. Vacanza, pensi. Poi tornano a prenderti, e già assapori le comodità ritrovate delle ciotole del cibo perfettamente allineate al posto giusto e della cassettina tua-tua con la lettiera della gradita consistenza. I dubbi ti assalgono alla prima svolta sbagliata ("Ehi, gente, le mie vibrisse dicono da quella parte"); nell'ascensore - "Ehi, noi non abbiamo un ascensore" - ti consoli pensando che neanche il veterinario ha un ascensore, del resto tu ti senti benissimo e non è giorno di vaccinazione.
Poi ti ritrovi in un'altra casa, dove le tue cose sono disposte in un ordine diverso, ci sono alcuni mobili che riconosci e altri che per te costituiscono un sudoku olfattivo di livello diabolico.
Infine, scopri che lì ci è vissuto un altro gatto. E per quanto la tua donna di fiducia sia una maniaca della candeggina e del lisoformio, accidenti, ti accorgi che ti attendono mesi di duro lavoro: superfici nuove da strofinare con il muso, angolini da marcare con discrezione, stipiti da graffiare.

Al posto suo impazzirei.

Aggiungiamoci poi il gatto rosso, una specie di furbetto del condominio che gironzola per le scale impunito: non si sa di chi sia né in cosa consista la sua carta degli obiettivi, però trovo sospetto che mi aspetti sullo zerbino di casa e che venerdì abbia tentato di invitarsi a cena. Ha la faccia di uno che non accetta un no come risposta. Bisogna quindi evitare che il rosso si presenti alla porta di casa con un cartone di Friskies e si piazzi sul divano.

Ma soprattutto bisogna far felice il signor G.
Così sabato sono uscita e ho comprato il Feliway ("il segreto della felicità dei gatti"), un diffusore di feromoni con effetto tranquillizzante e antistress. Nota per i lettori: sulla confezione sta scritto che "i componenti attivi di Feliway non sono estratti dagli animali". Per dire, non hanno spremuto nessun micio per produrli. Posso confermare che in questo post l'unico a essere stato maltrattato è il mio portafoglio.
Ho inserito il Feliway nella presa e sono andata a prendere il signor G. per immergerlo in questo ambiente estraneo inondato di palpabile benessere felino.

Il signor G., nell'ordine e nell'arco di un paio d'ore:
1. si è molto agitato;
2. ha molto miagolato;
3. si è steso sul pavimento a sbadigliare, a riprender fiato e a raccogliere le idee;
4. ha annusato tutto;
5. ha bevuto da tutti i rubinetti, verificando che l'acqua fosse perfettamente potabile;
5. si è calmato;
6. si è addormentato.

L'efficacia del Feliway non è al momento dimostrata, tranne che per un paio di fenomeni:
1. io ho un irrefrenabile impulso a strofinare la faccia contro gli spigoli;
2. il rosso mi sembra più ammiccante e rilassato del solito;
3. i gatti del vicinato adesso mi fanno ciao con la zampina.

Dimenticavo: buone feste a tutti.

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martedì, dicembre 20, 2005

Resta inteso

Nei prossimi giorni sarò meno online.
Resta inteso che potete utilizzare i commenti per i soliti appuntamenti galanti, per disputarvi la madonnina placcata oro zecchino, tenere il conto dei bracci destri di Bin Laden e Al-Zarqawi catturati nel frattempo e - naturalmente - lamentarvi della mia insopportabile assenza.
Alla preziosa asta si aggiunge un gatto cristallo-silverplate (tecnica mista) alto cinque centimetri, incongruamente nudo ma con il papillon, la zampa sinistra alzata in segno di saluto o di resa. Probabilmente beneaugurante (le possibilità che sia maledetto sono, a dire il vero, scarsissime).
Un bacio.

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Atti di ordinaria follia

[Prima o poi doveva succedere. Ho appena telefonato a mia madre con un futile pretesto e mi sono fatta passare il signor G.]

sabato, dicembre 17, 2005

Come caricare un AK-47 e vivere felici

Raw Story ha messo a disposizione in file excel e pdf le richieste (più di 10.000, e i file sono di conseguenza molto corposi) presentate al Pentagono in base al Freedom of Information Act, dal 2000 a oggi.
Non sorprende che le domande a proposito di UFO, Roswell, Area 51 e relazioni diplomatiche con gli extraterrestri vadano per la maggiore.

Due sono però i miei preferiti in assoluto:
1. quello che in aggiunta ai soliti chiarimenti su Roswell e l'Area 51 chiede anche una fotografia di Donald Rumsfeld.
2. il signor (o signora) Ellington che dichiara la propria disponibilità a pagare 2 dollari per imparare a caricare un Kalashnikov AK-47.

Non posso fare a meno di pensare che si tratti sempre di Mr o Mrs Ellington.
Me lo/la immagino mentre, caricato finalmente l'AK-47 con la modica spesa di dollari due, usa la foto di Rumsfeld come bersaglio in attesa fiduciosa dei rinforzi da Marte.

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giovedì, dicembre 15, 2005

La regressione da trasloco

Sto infine per traslocare.
È normale che abbia questo strano desiderio di nascondermi nella cassapanca con il signor G. e un chilo di fondotinta per tutte le evenienze?
Che poi facevamo che io ero nella cassapanca e voi mi portavate qualcosa da mangiare e le notizie del giorno, e così non si faceva nessun trasloco. Che i nuovi inquilini imparavano ad amarmi e forse a rispettarmi, io continuavo a usare la loro connessione internet ma a mangiare pochissimo, il pomeriggio facevo partire il videoregistratore così non serviva mettere il timer, la mattina sgusciavo dalla cassapanca e andavo a comprare le brioche e i krapfen con la marmellata, e facevo anche il pane per tutti, per le feste e per i battesimi, portavo a scuola i bambini e gli facevo i compiti di nascosto. Che andavo alle riunioni di condominio e a pagare l'ici. Che il signor G. pattinava per casa come un matto lucidando il pavimento. Che mettevo alla porta con cortesia e fermezza i testimoni di Geova e i rappresentanti del Folletto Hoover.

E invece no. Devo prendere questi 4300 libri e inscatolarli, chiedendomi cosa me ne faccio della storia del baccalà, come si giustifica un manuale di danza del ventre, e perché possiedo una vecchia edizione italiana del Ritratto di Dorian Gray che ha come titolo Doriano Gray dipinto. Prendere il ritratto 50x70 del maresciallo Tito e incartarlo.
Prendere quella madonna placcata oro zecchino su base di legno regalata da chissà chi e trovare il coraggio di abbandonarla sul raccordo Gorizia-Villesse, insieme al gruppo di pietra portoghese raffigurante nonno che fuma la pipa e legge il giornale, fanciullo triste e cane mesto (o nonno mesto, cane che legge il giornale e fanciullo che fuma), regalo lo so io di chi (parlo di te, Umberto N.). Scalpellare la targhetta "attention chat bizarre" e salutare la piastrella "Deu vos guard", che invoca la benevolenza di un dio straniero e fa pendant con il gruppo di pietra (Umberto, sempre tu: conoscerai la mia vendetta).

Nel cassetto dell'angoliera ho scoperto un pennino vecchissimo marca "Impero", ossidato. Sotto l'angoliera, invece, una pallina rosa e nera del signor G., una cartina argentata e una moneta da un euro. In quel momento il felino e io ci siamo guardati e abbiamo allungato zampa e mano contemporaneamente sul malloppo, grati alla divinità che nasconde le cose e poi te le fa ritrovare impolverate.
Dietro ai libri di ricette, in cucina, ho trovato un topolino di peluche della gatta, nascosto dalla divinità specializzata in pugni allo stomaco e colpi bassi.

Il mio medico mi ha appena comunicato con soddisfazione pettegola che tra i miei nuovi vicini di casa ci sono alcuni suoi colleghi. Mi destabilizza, questa concentrazione: immagino già l'agonia dei viaggi in ascensore con l'ematologa che scruta la mia faccia pallida e mi propone un controllo delle piastrine. O il fisiatra che mentre esco di casa mi grida dietro "su con quella schiena, e che cazzo". Al dentista non voglio nemmeno pensarci.

Il signor G. domani andrà dai miei con il suo beauty case e la prossima settimana - dopo essere stato pettinato, vezzeggiato, baciato e interrogato senza sosta e dunque fino allo sfinimento da mia madre - sarà depositato in una casa sconosciuta già abitata in precedenza da un gatto obeso e provvista di un divano nuovo di mia scelta e gusto. Marcherà il suo territorio diligentemente e poi stravaccandosi felice sul plaid si guarderà attorno con fare scettico pensando: "sta' a vedere che con tutti questi medici c'è pure un Mengele di veterinario, con la sfiga che gira ultimamente."

Voglio arrivare lì e attaccare il quadro degli anni Sessanta con le due facce della luna, il poster incorniciato di The Great Bear e il ritratto di Peter Sellers di Bill Brandt. Bruciare le erbette dell'amica di Alessandra ("guarda che non si fumano, ma allora lo vedi che sei scema!") e accendere le sue candele magiche perché non si sa mai e magari non farlo porta pegola. Poi mettere via i libri e sperare che il tecnico della Telecom tanto gentile che mi ha detto che mi telefona sul cellulare martedì pomeriggio e mercoledì mi mette la linea non sia un mitomane o uno scappato dal manicomio o un troll padano (un fan, invece, escluderei).

La sera tardi voglio farmi una cioccolata calda, sedermi sul divano e aspettare, chiedendomi per la centesima volta come ho fatto a prestare tutta la serie di Douglas Adams. E poi finalmente sentire un urlo angosciato e le parole "chi ha appeso il ritratto di Tito nell'armadio guardaroba?".
A quel punto, lo sapete voi e lo so anch'io, mi scapperà il primo sorriso della giornata.

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Non ci posso credere

Fantastico: per mettere fine agli abusi (leggete pure torture), gli Stati Uniti ispezioneranno le carceri gestite dagli iracheni.
New York Times, mica The Onion.

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mercoledì, dicembre 14, 2005

Belle notizie a tarda sera

"Mohamed Daki, il marocchino assolto nelle settimane scorse dalla Corte d'Assise d'appello di Milano dalle accuse su reati connessi al terrorismo internazionale ed espulso pochi giorni dopo nel suo paese natale, dov'era stato preso in consegna dalle autorità locali, è stato rilasciato questa sera. Lo ha annunciato il legale del nordafricano.
'Ho parlato (al telefono) con il fratello (di Daki), mi ha detto che hanno anche fatto vedere in tv le immagini del rilascio', ha detto a Reuters Vainer Burani, legale che ha difeso il marocchino nella vicenda giudiziaria in Italia.
'Mi ha anche detto che hanno motivato il rilascio con il fatto che Daki fosse già stato processato ed assolto in Italia,' ha aggiunto il legale."
Fonte: Reuters

È una notizia bellissima.

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La realtà e la manipolazione dei media

Quello che segue è tratto da un'intervista di Joshua Holland di Alternet a Larry Beinhart, scrittore e saggista interessato all'influenza della politica sui mezzi di informazione di massa. L'ho trovata interessante per come smonta i meccanismi che governano i media statunitensi, facendo riferimento ad alcuni casi specifici.
Beinhart è autore del libro Fog Facts: Searching for Truth in the Land of Spin. E proprio di fog facts (che ho tradotto liberamente come "fatti fumosi", a prendersi qualche altra libertà mi verrebbe da scrivere "nebbia dell'informazione") parla questa intervista.

Cosa sono i "fatti fumosi"?
Sono cose che sono state pubblicate e rese note, ma scomparse poi sullo sfondo in una specie di nebbia. E ci sono molti fatti che dovrebbero scomparire così, le curiosità, le stupidaggini, e tutte quelle cose che non abbiamo bisogno di sapere. Ma ora sto parlando di cose importanti, cose che, se portate in primo piano, sono in grado di cambiare la nostra visione della realtà.

Come diventa “fumoso”, un fatto?
Con alcune eccezioni, le notizie non sono da subito e automaticamente grandi notizie. Le eccezioni sono la morte di un papa, il campionato del mondo, gli tsunami, i vulcani, le guerre, o almeno quelle che ci coinvolgono. Ma la maggioranza delle notizie diventa tale - comprese le guerre - grazie ai comunicati stampa. L'esempio che uso sempre, visto che ci troviamo in una piccola cittadina, è il calendario della serie minore. Se il calendario della serie minore è sul giornale, è solo perché l'allenatore o sua moglie glielo spediscono.
La maggior parte delle notizie nasce come comunicato stampa, conferenza stampa o dichiarazione. E se vuole restare tra le notizie, deve avere nuovi comunicati stampa e nuove storie da raccontare. Ci deve lavorare su qualcuno, che deve investire tempo ed energie per farci su una storia più grossa. E se non lo fa nessuno, può anche non diventare affatto una storia, può restare una notizia isolata. Ha presente, pagina 12 del New York Times, pagina 26.

E in parte ciò che accade è che coloro che lavorano nei media - specialmente nell'ambiente della carta stampata - pensano che se hanno riferito una notizia hanno fatto il loro lavoro. Il loro lavoro non consiste nel determinare quale sarà l'effetto sulla popolazione, come assorbiremo quella notizia, quanto ci colpirà - non è quello, il loro lavoro. Non fanno che prendere un fatto e metterlo in pagina. E hanno finito. Se poi la notizia si ripresenta, con un nuovo comunicato stampa o una nuova svolta, la seguono.

Un ottimo esempio è il denaro di Oil-for-Food. Tutti in America sanno che c'è una specie di scandalo su quello che le Nazioni Unite hanno fatto del denaro di Oil-for-Food. Non sanno esattamente cos'è, ma sanno che è uno scandalo, che Kofi Annan ha fatto qualcosa di sporco. Ora, per quel che si sa, la corruzione e il malaffare hanno riguardato al massimo centinaia di migliaia di dollari, escluso il denaro su cui Saddam Hussein fu in grado di mettere le mani, cosa che fu generalmente approvata e permessa da tutti. Comunque, i torti delle Nazioni Unite si possono definire minori.

Dopo la conquista statunitense dell'Iraq il denaro di Oil-for-Food fu trasferito a una nuova entità, la CPA, l'Autorità provvisoria della coalizione diretta da Paul Bremer. E circa 9 miliardi di dollari di quel petrolio andarono nelle casse della CPA, oltre a circa 10 miliardi di altri fondi. Questo denaro veniva essenzialmente custodito per conto del governo iracheno. Adesso ne sono scomparsi circa 19 miliardi.

Se ricordo bene, dei 20 miliardi ne è rimasto solo mezzo. E la cosa è emersa solo in tre notizie. La ragione è che non esiste un gruppo di potere che influenzi i media americani al quale interessi qualcosa dei soldi iracheni. C'è invece un ampio gruppo di potere che odia l'ONU. E odia l'ONU perché la semplice idea di porre delle restrizioni all'autorità sovrana degli Stati Uniti è una cosa che lo irrita infinitamente. Così questo gruppo di potere non vedeva l'ora di trovare il modo per infangare l'ONU, e dunque lavorarono su quella storia, la spinsero, e di conseguenza ne abbiamo sentito parlare moltissimo.
E così una notizia è rimasta nebulosa e confusa, l'altra è diventata un fatto ben noto.

Un altro esempio si ha quando sono gli stessi mezzi di informazione a decidere di creare un fatto fumoso, perché non vogliono che qualcosa si sappia. Il caso più noto è stato il nuovo conteggio dei voti dopo le elezioni del 2000 in Florida, che fu pagato dai media stessi. Ci furono così tante controversie su quel voto che New York Times, Washington Post, Tribune Company - cioè Chicago Tribune - Los Angeles Times, CNN, Wall Street Journal and St. Petersburg Times si misero insieme e dissero che avremmo ricalcolato quei voti per scoprire chi aveva vinto davvero. Lo fecero e ci spesero un milione di dollari. E il vero vincitore avrebbe fatto notizia.

Era questa la cosa eccitante. Se scoprivano che aveva vinto Al Gore, sarebbe stata una notizia ben più grossa che se avesse vinto Bush. Quella è notizia vecchia, chi se ne frega? E quando contarono tutti i voti da cui si potesse capire con certezza la scelta di voto, vinse Al Gore.

Così i titoli avrebbero dovuto essere "Al Gore ha ricevuto più voti" o "Al Gore avrebbe dovuto diventare presidente" o "Eletto l'uomo sbagliato" o "La Corte Suprema blocca la verifica in tempo per salvare Bush." Non è così? Ma i titoli non furono quelli. I titoli furono "Bush ha vinto comunque" "I nuovi conteggi dimostrano che Bush ha vinto", "I nuovi conteggi dimostrano che l'azione della Corte Suprema era inutile."

E il New York Times fu il peggiore di tutti. A meno che non si leggesse la storia con attenzione ragionieristica, era letteralmente impossibile decifrare che Al Gore aveva ricevuto più voti. La verità è che io non ci riuscii. Lessi la storia e pensai, "oh, merda, che delusione." Due anni dopo lessi una storia dell'altro Gore, Vidal, e lui ne parlò. Allora andai a rileggermi il Times. E pensai: "Oh, mio Dio. Al Gore ha preso più voti di George Bush. Incredibile."

E poi lessi tutti gli altri giornali e dissi: "Questo è uno dei più sorprendenti eventi mediatici che io abbia mai visto." Voglio scoprire come tutti e sette hanno preso la stessa decisione di affossare la storia. Non di negarla, ma di affossarla così da poter dire con la coscienza pulita: "abbiamo riferito la verità." E l'hanno fatto. Ma l'hanno manipolata così pesantemente che perfino i più impegnati, le persone di sinistra e i blogger se la sono persa.

[Questa è solo una parte. L'intervista, in cui si parla di 11 settembre, di manipolazione dell'opinione pubblica utilizzando i metodi delle pubbliche relazioni e del futuro del giornalismo oggettivo, è per intero sul miro 2.0.]

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martedì, dicembre 13, 2005

Lui ha un piano (ce l'ha?)



Sul sito della CNN, oggi pomeriggio.

Benvenuti

"I think we are welcomed. But it was not a peaceful welcome."
G. W. Bush sull'Iraq.

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lunedì, dicembre 12, 2005

Il presepe e la performativa fase mistica

"Papa denuncia materialismo affacciandosi a balcone di edificio di marmo con cupola dorata, attorniato da icone religiose incastonate di gioielli mentre indossa gigantesca croce d'oro."
titolo di Fark, via J-Walk Blog.

C'è una cosa che mi lascia ancora più perplessa della tirata del papa contro il consumismo natalizio, ed è la parte sul presepe: "costruire il presepe in casa può rivelarsi un modo semplice, ma efficace, di presentare la fede per trasmetterla ai propri figli. Il presepe ci aiuta a contemplare il mistero dell'amore di Dio che si è rivelato nella povertà e nella semplicità della grotta di Betlemme."

Vi stupirà, ma non sono cresciuta in una famiglia bolscevica e il presepe l'ho fatto anch'io. Ci sono effetttivamente delle cose che questa esperienza mi ha insegnato in tenerissima età (e non farò qui alcuna sorprendente rivelazione):
- innanzitutto c'è quella cosa chiamata prospettiva: il pastore gigante con la pecora in spalla, quello grande come il Big Jim, sempre davanti;
- i Re Magi partono dalle colline in lontananza e arrivano a destinazione non prima dell'Epifania, quando si sta sbaraccando, la festa è finita e la Madonna sta già passando l'aspirapolvere;
- il bambin Gesù nasce puntuale la notte della vigilia, inutile tentare un parto prematuro rischiando di farselo sequestrare dal figlio dei vicini con conseguente richiesta di onerosissimo riscatto in gianduiotti e umiliante sostituzione dell'ultimo minuto con un pupazzetto a caso;
- il polistirolo è divertente;
- le pecore sono creature di plastica particolarmente instabili: bisogna evitare che dopo due giorni Betlemme sembri colpita da un'epidemia devastante di febbre ovina;
- il momento clou in assoluto è l'impiccagione dell'angelo sopra la stalla. Quello con la scritta "Pace in terra agli uomini di buona volontà". Impiccagione, perché in qualche modo bisogna pure appenderlo.

Erano dei bei presepi, tutto quel polistirolo ancora in giro per casa ben dopo il 6 gennaio metteva allegria, il muschio dava all'ambiente un odore caratteristico di renna e di immaginaria Lapponia e si finiva per affezionarsi perfino all'odore di bruciato di qualche piccolo immancabile cortocircuito.
Ero tanto esaltata dalla sacra logistica che passavo certe sere in pigiama di flanella autarchica a intrattenere la sacra famiglia (e la mia) intonando inni pop-mistici con accompagnamento d'organo Bontempi trascinato fin lì per l'occasione. Vi ricordo che i Beatles all'epoca non si erano ancora sciolti ma erano già passati per Sai Baba, e i miei arrangiamenti non potevano non esserne influenzati. Il tutto, senza che fosse avvenuta alcuna "trasmissione della fede", o "contemplazione del mistero dell'amore di Dio", o "rivelazione", tante e tali erano le variabili tecniche e scenografiche di cui tener conto. Se avessi continuato ancora un paio d'anni i miei avrebbero dovuto pagare una squadra di roadies per smontare tutto.

Poi l'angelo andò smarrito in un trasloco e fu rimpiazzato da un fricchettone con le basette: portava uno striscione con su scritto a pennarello "pastori di tutto il mondo unitevi". Fu allora che i miei seppero all'improvviso, e io con loro, che era finita per sempre la breve, incerta e performativa fase mistica.

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domenica, dicembre 11, 2005

Il numero 3 del quartierino

Leggendo questo pezzo della CNN in cui si dice che i quattro volontari del Christian Peacemaker Team rapiti il 26 novembre stavano raccogliendo informazioni sulle torture in Iraq, mi sono imbattuta nella notizia della cattura a Ramadi di Amir Khalaf Fanus, detto "il macellaio". E ho scoperto che nel suo piccolo anche il macellaio è un numero 3: il numero 3 sulla lista dei ricercati stilata dalla 2nd Brigade Combat Team che pattuglia l'area occidentale di Baghdad. Insomma un numero 3 di riserva, praticamente un caposcala.
Naturalmente, "non è stato reso noto se Fanus avesse informazioni su al-Zarqawi." Ma questo che ve lo dico a fare.


Make-up:
Fondotinta 3-in-1 Inevitable Beauty, Eyeliner e Mascara Catch me if you can n. 1, l'irrinunciabile rossetto rosso estremo Butcher Red.

venerdì, dicembre 09, 2005

Comunicazione di servizio

Mi sono accorta che il blog ha appena compiuto tre anni e mi sono detta: perché lasciare quando posso raddoppiare?
Così d'ora in poi i pezzi lunghi e le traduzioni verranno dapprima pubblicate sia qui, sia su http://mirumir.altervista.org, e in seguito probabilmente finiranno solo lì.
Fatevi coraggio, resta sempre in piedi l'ipotesi di registrarvi delle cassette da ascoltare nel sonno.

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I cambiamenti in Israele-Palestina, di Mazin Qumsiyeh

I cambiamenti che stanno avendo luogo in Israele-Palestina e all’estero sono così rapidi che molte persone e mezzi di comunicazione, negli ambienti dell’attivismo e della politica, riescono a stento a tenere il passo, e tanto meno a sviluppare strategie coerenti con cui affrontare le seguenti questioni:

1. Le primarie di Fatah in Cisgiordania e a Gaza, che hanno spazzato via gran parte della vecchia guardia in favore dei più giovani attivisti di Fatah e persone che attualmente si trovano rinchiuse nelle carceri israeliane (come Marwan Barghouti).
2. La disintegrazione del Partito Likud, con Sharon che costituisce un nuovo partito per perseguire i propri obiettivi.
3. I cambiamenti all’interno del Partito Laburista israeliano che hanno portato al potere Peretz (per la prima volta uno dei principali partiti israeliani non è guidato da un ebreo europeo/ashkenazita). A questi si è accompagnata la marginalizzazione di Shimon Peres, il padre delle armi di distruzione di massa di Israele (comprese quelle chimiche, biologiche e nucleari).
4. La drammatica e continua costruzione del muro e delle recinzioni attorno ai villaggi e alle città palestinesi, con il conseguente devastante impatto in diversi campi, dall’istruzione a all’economia (http://www.stopthewall.org/, http://right2edu.birzeit.edu/).
5. L’intensificazione del programma che mira a ridurre la popolazione palestinese cristiana e musulmana di Gerusalemme Est, alla quale si accompagna la costruzione di colonie e insediamenti illegali nella stessa Gerusalemme Est, come Maale Adumim.
6. L’ascesa dell’ala politica di Hamas con la sua partecipazione (e il relativo successo) alle elezioni palestinesi nelle aree occupate della Cisgiordania e di Gaza.
7. L’annuncio dell’Intel di investimenti per un milione di dollari a Gaza e per 3500 milioni (3,5 miliardi) in Israele su territori che appartengono a profughi di Gaza. L’annuncio della donazione a Gaza è stato fatto ai primi di novembre (v. http://www.arabnews.com/,
tre settimane prima che l’Intel annunciasse la costruzione di un nuovo stabilimento a Kiryat Gat (precedentemente Iraq Al-Manshiya) su terre palestinesi illegalmente espropriate da Israele. L’investimento da 3,5 miliardi di dollari era in sospeso da quattro anni. Per i retroscena, si veda il mio articolo su questo investimento pubblicato nel 2001 e intitolato "Is Intel Supporting an Apartheid Regime", http://www.mediamonitors.net/mazin7.html.
8. Il 9 luglio 2005 la società civile palestinese ha chiesto il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni contro Israele fino a che non si conformi alla legge internazionale e ai principi universali dei diritti umani (http://www.badil.org/Boycott-Statement.htm).
9. La crescita di un movimento internazionale analogo al movimento per porre fine all’apartheid in Sudafrica che chiede il disinvestimento, i boicottaggi e le sanzioni contro Israele (ora confluito nell’appello della società civile che ho appena menzionato).
10. Negli Stati Uniti (perfino all’interno delle élite di potere) comincia a risvegliarsi la consapevolezza che un appoggio incondizionato a Israele ha distrutto i nostri diritti costituzionali e ha danneggiato gli interessi nazionali degli Stati Uniti, e che coloro che appoggiano Israele negli Stati Uniti sono giunti a degli eccessi, talvolta mettendo in pericolo gli stessi interessi dei gruppi di potere americani (di qui i recenti arresti e le indagini dell’FBI sulla fuga di notizie riservate a beneficio di membri dell’AIPAC, o le nuove tendenze sia di destra, sia di sinistra, ecc.).

Si potrebbero elencare altre occasioni e sfide che riguardano Israele e Palestina e anche molte altre sui temi dell’Iraq e dell’Afghanistan (dove la resistenza alla politica statunitense sta crescendo, sia sul territorio, sia all’estero). Vi sono dei testi, che circolano in rete, su questi cambiamenti, sul loro significato e sul modo di porvisi in relazione. Questi scritti e queste discussioni devono ancora aprirsi la strada verso i mezzi di informazione ad ampia diffusione, per non parlare della coscienza americana o israeliana. Possiamo certamente prendere in considerazione questi problemi e ripensare le nostre strategie per ottenere più rapidamente i risultati sperati di pace con giustizia. Possediamo la base intellettuale e organizzativa rappresentata dagli attivisti che ci appoggiano. E i tempi sono maturi.

Naturalmente le persone coinvolte direttamente in ciascuno di questi problemi agiscono nelle proprie sfere di interesse. Tuttavia, in seguito al confronto con centinaia di attivisti e di capi politici che ha avuto luogo negli ultimi mesi, una vasta maggioranza ha riconosciuto che corriamo il rischio di perdere la foresta se ci concentriamo sul nostro singolo piccolo albero e non cerchiamo invece di capire l’interazione di forze nel nostro ambiente comune. (Mi scuso se per le metafore ricorro alla mia formazione di biologo). Il paesaggio/ecosistema politico dalla delicata struttura e in continua evoluzione comprende noi cittadini, che possiamo forgiarne il futuro.
I mezzi di informazione ad ampia diffusione statunitensi (New York Times, Washington Post, CNN, Fox, ecc.) continuano a interessarsi non del costo dell’occupazione per le sue principali vittime (il popolo iracheno) ma delle macchinazioni politiche che circondano l’insuccesso americano in Iraq.
Forse uno dei tanti motivi per cui sia i sionisti neoconservatori sia quelli liberali hanno appoggiato la guerra in Iraq è stato quello di distogliere l’attenzione dalla vera ragione dell’instabilità e della violenza in Medio Oriente che si sta riversando in altri paesi. E’ oggi empiricamente ben dimostrato che la lobby israeliana ha operato all’interno del partito democratico, di quello repubblicano, e dei mezzi di informazione (mediante editorialisti e direttori compiacenti) per raccogliere consensi a favore della guerra e marginalizzare persone come il senatore Byrd, Paul Findley, Cynthia McKinney e Dennis Kucinich. Come esposto dai neoconservatori in “memorandum” e in “documenti di ricerca” che risalgono alla prima metà degli anni 1990, un rovesciamento del regime di Saddam Hussein sarebbe stato positivo per gli “alleati” come Israele e per il controllo di posizioni strategiche (si veda: http://www.qumsiyeh.org/).

Ma torniamo ora ai fondamentali cambiamenti sopra illustrati e al modo in cui devono essere analizzati e compresi da coloro che realmente perseguono la pace con giustizia. Non parlo qui di coloro che dichiarano di cercare la pace (con o senza la definizione di giustizia) mentre si riferiscono invece alla pacificazione. I veri pacifisti appoggiano (senza usare altre qualifiche) la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, compresi i diritti di tutte le comunità indigene. La Dichiarazione Universale contraddice le leggi israeliane, che negano ai profughi palestinesi il diritto a tornare alle loro case e alle loro terre dichiarando d’altro canto che tutti gli ebrei (compresi i convertiti) fanno parte del “popolo di Israele” e hanno automaticamente “diritto” alla cittadinanza israeliana, incluso il diritto a insediarsi come coloni sul territorio palestinese. Come si pongono coloro che vogliono che Israele si integri con i cambiamenti in corso? Prendiamo la dichiarazione degli artisti israeliani che afferma: “Se lo stato di Israele aspira a percepire se stesso come una democrazia, deve abbandonare una volta per tutte ogni base legale e ideologica di discriminazione religiosa, etnica e demografica. Lo stato di Israele dovrebbe sforzarsi di diventare lo stato di tutti i suoi cittadini. Chiediamo l’annullamento di tutte le leggi che rendono Israele uno stato segregazionista, compresa la legge ebraica del ritorno nella sua forma attuale.” (Dichiarazione degli artisti, 2002).

Il problema di tutti noi è come orientare il nostro attivismo per ottenere questo obiettivo e conseguire la pace con giustizia alla luce del nuovo scenario e delle circostanze importanti e in rapida evoluzione appena descritte (e altre che non ho considerato, o quelle future). I gruppi più ristretti crederanno sempre nella purezza del loro messaggio, continuando a fare ciò che stanno facendo e sperando che tutto vada per il meglio? Oppure metteremo insieme le nostre forze, daremo un impulso al nostro attivismo e lo coordineremo per elaborare strategie efficaci (cioè finalizzate al risultato) e tattiche appropriate per metterle in atto (dall’acquisizione di competenze alla capacità di agire sui mezzi di informazione ai metodi di pressione politica, ecc.)? I prossimi sei mesi saranno un periodo critico, perché i dieci esempi sopra elencati (e molti altri non menzionati) faranno sentire maggiormente il proprio impatto. Saremo all’altezza della sfida del momento, e cioè la costruzione di un moderno ed efficace movimento antisegregazionista, che si opponga al neo-colonialismo, e saremo in grado di dare al nostro futuro la forma di una famiglia autenticamente umana?

Se desiderate collaborare a questi temi, non esitate a contattarmi. Altre risorse sono reperibili in rete ai seguenti indirizzi:
http://www.qumsiyeh.org/whatyoucando/
http://www.qumsiyeh.org/activistmanual/

Mazin Qumsiyeh

Editing di Nancy Harb Almendras.
Tradotto dall'inglese in italiano da Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica (transtlaxcala@yahoo.com). Questa traduzione è in Copyleft.

Fonte in inglese su peacepalestine.

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giovedì, dicembre 08, 2005

Categorie merceologiche



La chiave di ricerca del giorno è: "water nei negozi di sanitaria". Attenzione, neanche sanitari, ma sanitaria: cioè quel genere di posto dall'aria triste e illuminato al neon dove si comprano le panciere, gli apparecchi per aerosol, certi sandali per infermieri e gli orrendi plantari anatomici che usa mia suocera e che sospetto siano fatti di pelle umana neanche tanto trattata.

(E questa volta non dite che è colpa mia e che me li merito, eccetera eccetera)

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mercoledì, dicembre 07, 2005

Gugl!


martedì, dicembre 06, 2005

Appello di Mordechai Vanunu

"Miei cari amici,

Il 15 gennaio 2006 andrò sotto processo davanti alla corte israeliana. Dovrò rispondere di 21 capi d'accusa per aver parlato o incontrato persone straniere, cosa che secondo Israele non mi è consentita. Queste restrizioni mi sono state imposte il 21 aprile 2004, quando sono stato rimesso in libertà dopo 18 anni di carcere trascorsi in isolamento.

Chiedo a tutti i miei amici e sostenitori in tutto il mondo di aiutarmi e appoggiarmi in questo caso molto importante. Penso che questo processo si concentrerà sulla questione della libertà di parola. Quello di cui ho bisogno da voi è che mi mandiate delle informazioni sulla storia del vostro paese, sulle vostre esperienze e conoscenze in materia di libertà di parola. Questo contribuirà a costituire un precedente in altri paesi e servirà da esempio per il sistema democratico israeliano.

Mi servirebbero anche degli esempi relativi ai più antichi stati democratici come la Grecia e la Repubblica di Roma, ed estratti dai discorsi di filosofi greci come Platone, Socrate e Aristotele. E inoltre, se sapete di qualcuno che in epoca moderna è stato perseguito per la libertà di parola, vi prego di scoprire quali sono stati la sua difesa e le sue argomentazioni (anche le poesie andrebbero benissimo) e di mandarmeli. Il tutto sarà spedito al mio avvocato e presentato da me durante il processo.

Io credo che questo processo segnerà una svolta, perché stiamo sfidando la democrazia di Israele ad ammettere che quelle restrizioni sono contrarie ai principi democratici adottati in tutto il mondo. Ogni essere umano ha il diritto di esercitare la propria libertà di parola senza alcuna restrizione.

Vi ringrazio moltissimo per il vostro aiuto. Speriamo di riuscire ad opporci fermamente a questa barbarie.


VMJC"

Fate girare. L'email di Vanunu per i messaggi di supporto, aiuto e solidarietà è: vmjc1954[at]gmail.com.

Per rinfrescarci la memoria, questo.

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Intervista di Silvia Cattori a Mahmoud Musa

Mahmoud Musa: uno Stato unico per gli israeliani e i palestinesi
di Silvia Cattori


Silvia Cattori: In questi anni in cui l’Autorità Palestinese si è prestata al gioco dei negoziati i palestinesi hanno accumulato frustrazioni e sofferenze. Israele, approfittando di tutto questo tempo per consolidare le sue acquisizioni, ne è uscito più forte che mai. L’ultima proposta di pace di Ariel Sharon lascia ai Palestinesi l’8% del loro territorio storico. Come si sente a pensare che nessuno degli obiettivi dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina è stato finora raggiunto?

Mahmoud Musa: Quello che è successo nei 15 anni successivi agli incontri di Madrid non può essere definito “negoziati”.
All’epoca, il Primo Ministro israeliano Itzhak Shamir aveva detto: “posso far in modo che questo giochino duri almeno dieci anni.” Nessuno si aspettava che il giochino ancora continuasse 15 anni dopo.
L’obiettivo del governo israeliano è prendere il controllo della terra, distruggere l’economia, massacrare o umiliare i palestinesi per poter continuare il processo di epurazione etnica iniziato nel 1947.
L’Autorità Palestinese dovrebbe smettere di partecipare a questa mascherata.

Silvia Cattori: Fino ad ora, tutti gli accordi – da Oslo a Ginevra – si sono fondati su premesse moralmente inaccettabili, in particolare la separazione tra due popoli su basi etniche. Ma questa opzione, che condurrebbe alla creazione di una pseudo-Palestina, e che interesserebbe solo un terzo dei palestinesi e meno di un quinto delle loro terre, non sembra godere dell’unanimità. Nessuno parla della Road Map, cara a Bush.
Pensa che uno Stato unico rappresenti una possibile alternativa?

Mahmoud Musa: C’è stato un numero infinito di piani: Madrid, Oslo I, Oslo II, Wye River, Camp David, il Piano Tenet, il Documento Mitchell, gli Accordi di Sharm El-Sheikh, l’Iniziativa di Ginevra, la Road Map. Sono stati tutti tentativi di separare gli ebrei e i palestinesi, mentre essi sono già uniti e mescolati e le loro risorse naturali e le loro rispettive economie non possono essere separate.
Per perpetuare questo sistema di apartheid sono attualmente in costruzione un muro e delle autostrade riservate. Bisognerebbe fermare questo processo e avviare invece il processo di costruzione di un unico Stato democratico.

Silvia Cattori: I palestinesi, che sono raggruppati in movimenti religiosi, non hanno aspirazioni nazionaliste in grado di ostacolare questa idea di uno Stato singolo per tutti?

Mahmoud Musa: Questi sono fazioni e formazioni confessionali. La religione aiuta le persone a tollerare le dure condizioni di vita alle quali sono costrette.
Non sono affatto contrari a vivere nello stesso Stato (con gli ebrei) se non subiscono discriminazioni. I palestinesi stanno lottando contro il colonialismo, non contro il giudaismo; proprio come i neri sudafricani si opponevano al colonialismo e all’Apartheid, non ai bianchi.

Silvia Cattori: Se la rivendicazione di un unico Stato è l’unica soluzione praticabile, in quanto non razzista, più equa e conforme alla legge internazionale, perché fino ad ora il campo della pace e gli organismi internazionali hanno privilegiato la soluzione basata su due Stati?

Mahmoud Musa: La situazione che lei descrive si è insediata essenzialmente perché l’Autorità Palestinese ha fatto appello alla soluzione dei due Stati.
La situazione comunque sta cambiando, e rapidamente, perché ci si è resi conto che la realizzazione di uno Stato Palestinese non è possibile, e la soluzione dei due Stati non porterà pace e prosperità al Medio Oriente o al mondo, in generale.

Silvia Cattori: Anche se la soluzione di un unico Stato democratico, nel quale israeliani e palestinesi vivrebbero all’interno degli stessi confini, avesse l’appoggio della comunità internazionale, non pensa che Israele impedirebbe la concretizzazione di questa idea?

Mahmoud Musa: Sì. I regimi fondati sulle colonie di popolamento si rifiutano sempre di rinunciare alla loro mentalità esclusivista e razzista, e non diventano mai democratici dall’oggi al domani.
Tuttavia, la comunità internazionale sta prendendo coscienza del fatto che nel ventunesimo secolo non c’è posto per il colonialismo, l’apartheid e gli Stati puri dal punto di vista etnico.

Silvia Cattori: Se ci si basa sul fatto che prima del 1948 gli arabi vivevano in armonia con gli ebrei venuti progressivamente a vivere in Palestina, sembra possibile prospettare che possano vivere tutti insieme. Ma dopo tutto il male che è stato loro fatto, i palestinesi potrebbero condividere le loro terre con i coloni che mostrano un atteggiamento esclusivo e soprattutto un rifiuto dei palestinesi e segnatamente della religione musulmana?

Mahmoud Musa: I palestinesi sono consapevoli del fatto che un unico Stato democratico migliorerebbe le loro condizioni di profughi soggetti a un’occupazione, e genererebbe la pace in tutta la regione.

Silvia Cattori: Alcuni palestinesi vivono già all’interno di uno stesso Stato con gli ebrei, in Israele. Solo che oggi sono discriminati e non hanno gli stessi diritti degli Israeliani di confessione ebraica.
Ma perché questo possa aver fine, Israele dovrebbe rinunciare al suo statuto di Stato Ebraico, e diventare un vero Stato democratico. E questo avrebbe dell’incredibile!

Mahmoud Musa: Come dicevo, i regimi fondati sulle colonie di popolamento si aggrappano alla loro mentalità. Tuttavia, la rinuncia a questo atteggiamento colonialista comporterebbe molti vantaggi per gli israeliani. La pace diminuirà la necessità di sprecare enormi risorse in armamenti e aprirà a Israele il vasto mercato dei mondi arabo e musulmano. E’ nell’interesse della comunità internazionale favorire questa soluzione.

Silvia Cattori: L’Autorità Palestinese, che dopo Oslo ha abbandonato la lotta, non è diventata un peso per il popolo palestinese, che soffre per il peso aggiuntivo dell’occupazione, oltre all’oppressione israeliana?

Mahmoud Musa: L’esistenza dell’Autorità Palestinese impedisce la formazione di uno Stato unico perché in quel caso i suoi epigoni perderebbero i propri privilegi. E’ nell’interesse di una soluzione del conflitto che l’autorità si sciolga e formi un partito per la difesa dei diritti umani che lotti per la democrazia politica e sociale.

Silvia Cattori: Cosa prova nei confronti di coloro che, in Israele e nel mondo, sostengono il progetto politico di Israele, che pratica la discriminazione razzista e nega ai palestinesi il ritorno alla loro terra?

Mahmoud Musa: Questa situazione è dovuta al fatto che i mass media sono controllati dai potenti. Tuttavia le cose stanno cambiando, principalmente grazie a Internet.

Silvia Cattori: Non è un’assurdità un’Autorità Palestinese che si dota di ambasciatori e di ministri? Essendosi compromessa nei negoziati con Israele, non ha altra scelta che collaborare con esso, e dunque capitolare?

Mahmoud Musa: L’Autorità Palestinese è un’autorità senza uno Stato, che fa di tutto per perpetuare la fantasia di uno Stato privato del suo territorio. Ha l’appoggio degli Stati Uniti e dei loro alleati. Inoltre, è tarlata dalla corruzione. Basterebbe solo questo a renderla incapace di portare la pace e la prosperità.

Silvia Cattori: Che messaggio desidera mandare ai movimenti di solidarietà che hanno finora sostenuto la politica dell’Autorità Palestinese?

Mahmoud Musa: È nel difendere uno Stato unico democratico che si estenda su tutta la superficie della Palestina storica che il movimento di solidarietà internazionale contribuirà agli interessi di tutti i popoli di questa regione del mondo, del Medio Oriente, e alla causa della pace nel mondo, in generale. Ecco quello che ho da dire loro.

Silvia Cattori: Nell’attuale contesto, molto fosco, cosa possono sperare ancora i palestinesi?

Mahmoud Musa: I palestinesi lottano da circa un secolo. Vedono i molti esempi di popoli che si sono battuti ancora più a lungo di loro e che hanno ottenuto la vittoria.

Nota: Il Professor Mahmoud N. Musa è palestinese; la sua famiglia ha vissuto e ha lavorato con gli ebrei ad Haifa fino al 1948, quando è diventato un profugo in quella che oggi è chiamata Cisgiordania. Ha studiato medicina ed è stato ricercatore scientifico negli Stati Uniti, dov’è diventato professore di psichiatria. Attualmente è il direttore accademico del Canadian Center for Comparative Cultural research www.ccccr.net.
È presidente dell’Association for One Democratic State in Palestine/Israel www.one-democratic-state.org.
www.one-democratic-state.org/help.htm

Fonte in francese, qui.
Traduzione in inglese, su peacepalestine.

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The Castelli leak

Ora, chi sono io per giudicare. Il mio blog sta attentando da tempo alla virtù di un altro blog, probabilmente non consenziente, evocando affinità elettive, telepatiche, astrologiche, di interfaccia e di piattaforma.
Chi sono io per giudicare. Però almeno la vorrei conoscere, la donna che ha cercato di violentare Castelli:

"Anche gli uomini possono essere oggetto di violenza da parte delle donne. Nel '93 una donna si è avventata su di me, mi ha strappato la camicia ma io, che ero più forte, sono riuscito ad allontanarla. Quindi posso capire il senso di frustrazione."

Mi rivolgo ora a questa donna: sono passati dodici anni dal tuo gesto, sarebbe ora che uscissi allo scoperto e raccontassi la tua esperienza. Non mi interessa il tuo nome. Parla.
Dillo, che quella camicia ti faceva schifo.

Ecco, sul modello dei blog americani disposti a pubblicare il memo su Al-Jazeera ho pronto anch'io un banner:



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Googletalking

Egli disse: "Sarebbe bello se Google ti permettesse di digitare una chiave di ricerca in alfabeto latino e te la traslitterasse in cirillico."
Ella disse: "Sarebbe utilissimo, ma temo sia impraticabile." Seguì un monologo sui comuni errori di traslitterazione dal russo, e un'invettiva contro quelli che scambiano la j con la y.
Egli, paziente, disse: "Ma tu, che traslitteri correttamente, la useresti?"
Ella confermò: "Io sì!"
"Mi assento un momento."

Egli impiegò mezz'ora (più o meno la durata del mio monologo) per fornirmi quello che avevo dichiarato "impraticabile" (per un 60% di stupidità e un 40% di Google-addiction: "se Google non l'ha ancora fatto, non si può fare"). Mezz'ora, cena compresa. C'è anche la possibilità di traslitterare in bulgaro. E questo, nonostante avessi minacciato ringraziamenti imbarazzanti (endecasillabi celebrativi, un paio di distici o la declamazione di versi scelti dall'Onegin). Per dire che oltre alla bravura ci vuole coraggio.
Gazie, Pino :-)!

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lunedì, dicembre 05, 2005

La regina di picche

"one of [Saddam's] closest aides", "a figure on the US playing card deck of most-wanted Iraqis", "lieutenant", "key role", "Queen of Spades"...
Oh, no, ditemi che non dobbiamo rimetterci a contare anche i vice di Saddam.

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Make-up:
Fondotinta Flexilift Teint n. 3, ombretto Queen of Shades nei toni del grigio e del malva, e per lunghe ciglia stregamaschi il mascara Oh my Lieutenant! n. 1.

domenica, dicembre 04, 2005

Il numero 3 numero 4

Ieri un missile della CIA lanciato da un Predator ha ucciso in Pakistan il numero 3 di Bin Laden, Hamza Rabia. Questo dovrebbe essere almeno il quarto numero 3 di al-Qaeda. Era succeduto al numero 3 che lo precedeva, Abu Faraj al Libbi, a sua volta subentrato a Khalid Sheikh Mohammed, prima del quale c'era Abu Zubaida.
Insomma, il concetto sarebbe che appena il posto numero 3 si libera, il numero 4 sale in classifica.
Riepilogando, siamo a 35 vice di al-Zarqawi e a quattro numeri 3 di Bin Laden.

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Make-up:
Per un trucco delicato ma impeccabile, fondotinta Aera Teint n. 458, Ombretto Color Intrigue n. 107 o Darling Pink n. 803, rossetto Couleur&Brillance Divinora n. 208, smalto Predator Rose n. 538.

venerdì, dicembre 02, 2005

Dove ho sbagliato?

Gli ultimi referrals: "franz ferdinand ferro da stiro", "foto o filmati come annodare la cravatta", "portachiavi all'uncinetto" (questa potrebbe essere mia suocera a corto di idee per i regali), "french kiss lingue" (adesso gli faccio un disegnino), "dove vengono salvate le conversazioni telefoniche" (eh, cari miei), "previsioni da giocare al lotto 1-12-2005", "soffitti sfondati" (no, qui solo esplosivi nei controsoffitti), il sempreverde "zar della steppa" e una grande richiesta di "fonduta bourguignonne". Uno solo che si è applicato e ha cercato "fosforobianco" - tutto attaccato, come nei tag di delicious. E uno "sciti torturano sunniti", che però potrebbe anche essere un sadico.
Chi mi dice qual è il nesso tra i Franz Ferdinand e un ferro da stiro vince una playlist dei quattro di Glasgow o un anticalcare, a scelta.

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Sul Cantico del dopoguerra nei Balcani

Metto da parte per un momento i complotti e il fondotinta per scrivere questa cosa. Mi imbarazza perché è personale ed espressa inadeguatamente, ma non mi viene in mente un altro modo per parlare del "Cantico del dopoguerra nei Balcani" di Babsi Jones, uscito su Nuovi Argomenti # 32 e disponibile qui e su Unità di crisi in un'integrazione di testo + voce.
Non ho un altro modo, se non questo, molto personale e privato. Di letteratura ho scritto molti anni fa, adesso cerco di evitare le recensioni e le analisi diligenti: mi sono trasformata in una dilettante appassionata, ormai mi piace che le parole che leggo facciano di me quello che vogliono (per esempio, emozionarmi e rendermi molto migliore).
Dunque.

"Cara Babsi,

sono felice, e penso.
Stavo pensando a quando ho letto le tue prime cose in rete, tre anni fa: a come mi incantasse il tuo modo di lavorare sulla storia, di riscrivere con testardaggine e perfezionismo, la passione e la compassione che metti in quello che fai, quel modo miracoloso di "incantare" le storie - rendendole letteratura, sì, ma per restituirle poi alla Storia più grande (vedi, la parola "incanto" che usi nella tua pre-postfazione adesso mi perseguita, e mi sembra la più giusta). La tua scrittura è capace di ferirmi e di guarirmi a volte nel giro di una stessa frase, di farmi piangere di rabbia e di dolore ma anche di sollievo.
E ho pensato molto a Pasolini, negli ultimi tempi, come all'ultimo grande intellettuale e scrittore italiano, e alla sua umanità. Al suo insegnamento, forse ignorato o dimenticato, e al fatto che sia morto incazzato, non riconciliato, sapendo quello che ci aspettava. E mi manca.
Pensando e te e a Pasolini ho pensato a un altro intellettuale e scrittore, José Saramago, a quello che scrive nel Manuale di pittura e calligrafia: il protagonista è un pittore "accademico" (e ritrattista di personaggi di regime) che prende coscienza durante la dittatura di Salazar. La sua pittura (metafora trasparente della scrittura) ne risente fortemente: d'ora in poi lavorerà per rivelare, non più per nascondere. Il ritratto diventa autopsia, il pennello (la penna) il bisturi, e la scrittura il racconto di questo risveglio all'arte e all'impegno: "con l'età, impariamo a badare alle parole. Le usiamo male, le indossiamo al diritto e al rovescio, senza guardare, e un giorno le ritroviamo logore come un vestito vecchio e ce ne vergogniamo". E dice a un certo punto: "Io credo che non saremmo granché come artisti (e ovviamente come uomini, come esseri umani, come individui) se, trovata per caso o a fatica la cosa tanto cercata, non continuassimo ad alzare il resto dei coperchi, a rimuovere le pietre, a fugare le nuvole, tutte, fino alla fine".
Alla fine quest'uomo dice alla donna che ama: "Uno di questi giorni ti darò alcune pagine che tengo da parte. Perché tu le legga."
"Segreti?" chiede lei.
"No. Pagine. Cose scritte."
C'è tutto, in quelle cose scritte.
C'è tutto, nel tuo "Cantico": la Storia, il "tuo" Kosovo, le parole (bellissime, piene di assonanze e di echi sotterranei) che rimuovono le pietre, la pena, la rabbia, l'impegno, l'"io so" pasoliniano dell'intellettuale e dello scrittore, colui che mette insieme i frammenti, che ristabilisce la logica "là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero".

Corro in libreria a comprare le tue pagine, Babsi, sono molto felice e ti voglio bene.

m."


giovedì, dicembre 01, 2005

Un incontro costruttivo

Auditorium di Ramadi. Gli arabi sunniti dicono di esser lì per un unico motivo, e cioè sentir parlare di ritiro statunitense. I militari americani invece sono lì per incoraggiare i capi tribali a entrare nell'esercito iracheno.
"Incredibile", commenta il capitano Nash, comandante dei marines a Ramadi, riferendosi ai capi sunniti che affollano la sala. "Sono venuti, e non avevo mai assistito a una cosa del genere." Un giornalista iracheno gli ha risposto: "Ai tempi di Saddam avrebbero sacrificato una pecora per visite come questa. Oggi penso che potrebbero macellare voi."
Frasi notevoli pronunciate dai leader sunniti:
"Vogliamo il ritiro."
"Crediamo che questa sia un'occupazione illegittima, e che la resistenza sia legittima."
"Rendiamo onore al popolo americano perché dopo aver visto la televisione via satellite sappiamo che è pronto ad andarsene."
"La gente di Fallujah ama Cindy Sheehan."
Frasi notevoli pronunciate dagli ufficiali statunitensi e iracheni:
"Siamo coinvolti nel problema del ritiro."
"La cosa migliore che possiate fare è convincere i vostri figli a entrare nell'esercito e nella polizia." Eccetera.
Tradurre è un po' tradire, e il fatto che gli interpreti degli Stati Uniti siano stati accuratamente scelti tra arabi non iracheni accentua il problema e favorisce le incomprensioni: mentre in sala si alzano le grida di insoddisfazione e qualcuno comincia a puntare loro il dito contro, gli americani sono ancora convinti che si tratti "di un incontro molto utile".
Dice il brigadier generale Williams della seconda divisione dei marines:
"Siamo qui per risolvere i problemi. Sono problemi complessi. Non esistono soluzioni facili, ma esistono delle soluzioni."
Traduzione dell'interprete, un libanese ormai stanco dopo cinque ore di estenuanti colloqui: "Non ho tempo da perdere. Anche se voi avete tempo da perdere, non è giornata."
"Può funzionare," ha commentato un generale iracheno, comandante dell'esercito già ai tempi di Saddam, a incontro terminato.
In effetti, i marines non hanno fatto la fine della pecora.

Fonte: "U.S. Debate on Pullout Resonates As Troops Engage Sunnis in Talks", Washington Post.

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