Ora, non leggete questo post se non avete visto
Million Dollar Baby, o non ne conoscete la trama, o pensate di essere straordinariamente influenzabili (da me in particolare, cosa che escluderei).
Non è che voglia mettermi a spiegare quanto mi è piaciuto quel film, o come va a finire. Posso dire che - se mi basassi sulla pura e semplice affinità elettiva, o su considerazioni ideologiche - io non dovrei neanche vederli, i film di Clint Eastwood. Detto questo, io amo Clint Eastwood nei film di Leone e di Don Siegel, lo amo perché ha girato film come
Un mondo perfetto,
Gli spietati,
Mystic River, e dunque per lo stesso motivo per cui
oltre alle carote mangio anche le trenette al pesto. Se dovessi pensare che un regista deve essere di sinistra, o un intellettuale, o un progressista per essere un bravo regista, dovrei stare alla larga anche dai film di John Ford e di tanti altri maestri del cinema. Basta guardare lo splendido
Viaggio di Martin Scorsese nel cinema americano, per rendersi conto di questo (è spesso l'eccesso, la sregolatezza, l'anomalia a creare incandescenza, e il regista è di volta in volta un imbroglione, un narratore, un iconoclasta, un illusionista).
Mi limito a osservare che
Million Dollar Baby è un film molto bello e struggente, girato con mestiere e ispirazione: e se dovessi dire di che cosa parla, direi che i suoi temi sono il sacrificio e la responsabilità. È un film su un allenatore che ama così tanto i suoi pugili da desiderare che non si facciano male, e su una ragazza povera e troppo vecchia che vuole imparare a combattere: va dritto verso un finale necessario e doloroso, e alla fine toglie tutto, lasciando solo un margine ristretto di speranza dietro il vetro sporco di un
roadside diner "tra il nulla e l'addio".
Detto questo, la polemica che ha accompagnato negli Stati Uniti l'uscita del film (e gli Oscar) per certi versi mi è parsa molto prevedibile (per il tema dell'eutanasia) e in linea con il rapporto che la società americana ha con il cinema, spesso viziato da un'assegnazione di ruoli e da considerazioni poco pertinenti. Fin qui, è normale: esce la
Passione di Cristo, e prima ancora di chiedersi se sia un film bello o brutto ("non sarà troppo, tutto quel sangue?" e "non è un po' kitsch, il finale?") ci si chiede quanto sia antisemita e quanto farà arrabbiare i gruppi di potere ebraici. È quell'insieme di atteggiamenti che la mia sbrigativa metà solitamente condensa in una parola sospirata: "americani!", in cui lui mette tutto il suo essere europeo e anche un pizzico di
politique des auteurs.
Solo che alla destra americana si sono allineate alcune organizzazioni di mentalità e di cultura progressista, le associazioni per la difesa dei diritti dei disabili. Loro hanno visto proprio quello che non bisognava vedere in questo film (che racconta una storia senza troppi intellettualismi, non universalizza né generalizza): il rifiuto della dignità del malato, il messaggio "meglio morto che disabile". E questa critica mi sta bene, la trovo strumentale ma mi sta bene se serve a dare visibilità alla lotta sacrosanta per i diritti degli handicappati, e mi dico che ci sarà pure un motivo se questi sono così suscettibili e attenti.
Ma qui le nostre strade si dividono, perché poi mi imbatto in articoli come
Million Dollar Bigotry, di Scott Richard Lyons, il quale mette subito le cose in chiaro affermando che non si vedeva un film così reazionario dai tempi di
Un tranquillo weekend di paura (e anche su questo potremmo discutere), e poi lo demolisce in modo sistematico: lede la dignità dei disabili, fa dell'assurdo romanticismo sul tema della morte, procede per stereotipi, distorce la realtà legale, offende i bianchi poveri che vivono nelle roulotte insinuando che truffino lo stato per continuare a prendere il sussidio e in questo modo affossa lo stato sociale a tutto vantaggio dell'ottica conservatrice. Quindi, conclude Scott Richard Lyons, è ovvio che nell'attuale clima politico il film si meriti l'Oscar come miglior film.
E questo è ancora niente. Mickey Z condensa il film in
Clint Eastwood kills the Crip, un articolo che riprende e amplia in
Piss on Pity e in
The Million Dollar Interview, mentre
The Ragged Edge, una rivista online dedicata alle problematiche e ai diritti dei disabili, dedica ormai
un'intera sezione all'argomento. Insomma, si fa presto a uscire dall'ambito cinematografico, dal puro e semplice "raccontare una storia" (che è poi soprattutto una storia di boxe), per avventurarsi nella verosimiglianza a tutti i costi: come mai a lei vengono le piaghe? e come mai la mettono in una casa di riposo e non in un centro di riabilitazione? e come mai uno può circolare liberamente di notte nei corridoi di una clinica a staccare i tubi alla gente?
Come mai. È un film. Un film che parla di tutt'altro. È anche un film in cui un uomo dice a una donna "mio tesoro, mio sangue" senza che vi sia tra loro alcuna scena standard di sesso estatico.
Va bene, a Clint Eastwood è stata intentata una causa perché il suo Mission Ranch non rispettava le norme in materia di barriere architettoniche, ed è seguita una prevedibile battaglia legale e mediatica; posso immaginare che il signor Eastwood in queste cose non vada per il sottile, e che abbia stipendiato degli avvocati senza scrupoli per difendere i propri interessi (di imprenditore, e non di regista). Posso anche capire che non sia stato bello che l'udienza si sia tenuta in una sala non accessibile alle persone in sedia a rotelle.
Però a me sembra un cortocircuito stupefacente mettere tutta questa vicenda in relazione al film, e interpretarlo come una vendetta bella e buona nei confronti dei disabili.
Calma calma, fatemi capire: Clint Eastwood è uno che se ne frega di dotare il proprio albergo di rampe e di camere accessibili, viene giustamente denunciato, e per vendicarsi fa un film in cui costringe la propria protagonista alla disabilità, alla mutilazione, e infine alla morte per mano del suo compassionevole protagonista (lui stesso)?
Beh, siamo diversi. Io sono uscita dal cinema pensando a come qualcuno fosse stato capace di raccontare una storia parlando di sacrificio, di responsabilità e di morte, temi abbastanza antipatici all'industria cinematografica statunitense, e a come fosse strano che dovesse riuscirci proprio un regista "conservatore", e con un film commerciale. A come dalle due espressioni (una con il cappello e una senza) dei primi film l'attore Eastwood sia riuscito a raggiungere, beh, questo.
Quando si tratta di cinema non ci capiamo, è evidente.
A questo punto, mi stupisce come mai non si sia fatta avanti anche un'associazione in difesa dei diritti delle pugilesse ex-prostitute berlinesi, visto che una loro rappresentante nel film dimostra istinti assassini e scarsa sportività, o un comitato per la difesa della lingua gaelica e delle poesie di Yeats, lette (male) dal protagonista Frankie. Forse associazioni così non esistono.
Io non dovrei neanche vederli, i film di Clint Eastwood. Proprio come non dovrei mangiare le trenette al pesto. Ma evidentemente da queste parti non si vive di sole carote.