giovedì, marzo 31, 2005

Ragni

"Devo dedurre dalla sua affermazione che lei sarebbe più contento se Saddam Hussein fosse ancora al potere". Questa è la risposta che Paul Wolfowitz diede a uno studente che gli aveva appena detto: "Siamo stufi di essere temuti e odiati dal mondo. Siamo stufi di assistere alla morte di americani e iracheni, e di essere rabbiosamente disapprovati dalle istituzioni internazionali". Ed è la classica risposta dei neoconservatori e dei sostenitori dell'invasione dell'Iraq a chi non la pensa come loro.
Tomdispatch segnala in proposito un post di R. J. Eskow ripreso da CommonDreams che rispecchia un modo di pensare non necessariamente pacifista o progressista né particolarmente strutturato (Eskow è l'autore di un blog su God, Guts & Guitars che definisce "mostly progressive, all-American"), e proprio per questo interessante:

"Supponiamo che mi dia fastidio vedere un ragno che cammina sulla parete del mio garage. Ci mando a sbattere la mia auto a cento all'ora, distruggendo la macchina e causando migliaia di dollari di danni al garage. Se mia moglie protesta le dico: "Devo dedurre dalla tua affermazione che saresti più contenta se quel ragno camminasse ancora sulla parete". No, cretino, dice lei, sarei più contenta se avessimo ancora una macchina e non dovessimo sborsare diecimila dollari per riparare il garage.

[...]

E così, caro Wolfy e chiunque altro sia tentato di fare questa domanda: No. Io non sarei più contento se Saddam Hussein fosse ancora al potere. Sarei più contento se 1500 americani e dai 20.000 ai 150.000 civili iracheni fossero ancora vivi. Sarei più contento se decine di migliaia di soldati americani non avessero davanti a sé un futuro di deformazioni, di menomazioni e/o di traumi psicologici. Sarei più contento se il mio paese non violasse la legge internazionale. Sarei contento se un governo immorale e dei mezzi di informazione incompetenti non ci stessero mentendo. Sarei più contento se facessimo qualcos'altro con i 250 miliardi di dollari che spendiamo per finanziare questa guerra. Sarei più contento se fosse stata portata avanti la valida tattica di contenimento di Saddam. Sarei più contento se non avessimo fatto tutto questo solo per sostituire la dittatura di Saddam con una teocrazia filoiraniana. Sarei più contento se potessimo risparmiare delle risorse militari, magari per soccorrere gli indifesi del Darfur.
La mia felicità non è mai stata influenzata dalla carriera di Saddam Hussein.
La mia felicità è influenzata dalle condizioni degli americani e degli iracheni che hanno sofferto inutilmente a causa della vostra guerra.
E ora passiamo alla prossima domanda".

Six Feet Under

We said that Manfred Alexander had had "a spell in prison in Switzerland and a period of interment" when we meant internment ('An act of true friendship, G2 page 2, March 29). Interment is burial, internment is detention.
The Guardian, sezione "Corrections".

Latinorum

A universal message from the pope is known as Urbi et Orbi ("for the city and for the world") and not Orbis et Urbi, as we had it in our report, Pope too ill for Easter services, page 2, March 26.
The Guardian, sezione "Corrections".

martedì, marzo 29, 2005

Sempre a proposito di impunità americana

Avrei dovuto e voluto linkarlo allora, quando tutti abbiamo pensato alla strage del Cermis, e a come è andata a finire. Adesso però, superata l'emotività e la confusione del momento (e tante bassezze, e non poche plateali cadute di stile) forse è utile ragionare a mente fredda sulla famosa impunità americana e sull'inadeguatezza della catena di comando italo-statunitense.
Augusta, partendo dalla strage del Cermis, si pone la fatidica domanda - "Chi comanda ad Aviano?" - e racconta la sua esperienza personale: nel 1994 entrò a far parte del Comitato Misto Paritetico Servitù Militari, e grazie a questo riuscì ad ottenere il Memorandum che consentiva di conoscere la catena di comando e i modi del suo esercizio legittimo nelle basi italiane concesse in uso agli USA; si dimise nel 1997, prima della strage del Cermis.
Questi tre post sono molto istruttivi (vi consiglio di stamparli e di leggerli con calma) anche perché tengono conto delle realtà locali (regioni, comuni e organizzazioni della società civile) e dei limiti e delle contraddizioni con cui certe iniziative solo genericamente pacifiste dovrebbero confrontarsi per essere efficaci e per incidere politicamente. Sono anche, secondo me, un bell'esempio di impegno civile, di serietà e di sana testardaggine.

Eccole qui, le tre puntate su Aviano:
http://diariealtro.splinder.com/post/4245314
http://diariealtro.splinder.com/post/4255635
http://diariealtro.splinder.com/post/4277172

No such thing as a bicep

Niente da fare, al Guardian hanno un problema di bicipiti.
Infatti, dopo la rettifica di qualche mese fa, ci ricascano:

"The singular of biceps is biceps. There is no such thing as a bicep (Wilkinson reels as fresh injury hits Lions hopes, Sport, page 20, March 14)".
The Guardian, sezione "Corrections".

Lo ammetto senza problemi: questo esibizionistico perseverare nei propri errori, cadere in lapsus pythoniani e infrangere trionfalmente le regole dello stylebook è per me fonte d'allegria e quasi di ispirazione.

La cultura dell'impunità

Jeremy Scahill di Democracy Now sintetizza per Counterpunch l'intervista di Naomi Klein a Giuliana Sgrena (riassunta qui), e commenta:

"Giuliana Sgrena sarebbe probabilmente la prima a dire che concentrare tutta l'attenzione sul suo caso significherebbe perdere di vista le dimensioni della tremenda violenza quotidiana che gli iracheni devono sperimentare per mano degli Stati Uniti. [...]
[Giuliana] sa meglio di chiunque altro che se lei e l'ufficiale italiano ucciso dalle truppe USA mentre cercava di portarla in salvo fossero stati semplici civili iracheni, questa sarebbe stata ancora di più una "non storia" di quanto già lo sia nella stampa americana.
Con i casi di Terri Schiavo e Michael Jackson da seguire, è piuttosto difficile per la maggior parte degli organi di informazione trovare il tempo per riferire di qualcuno degli oltre 100.000 civili iracheni uccisi dall'inizio dell'invasione, due anni fa.
Ecco perché casi come quello di Sgrena sono importanti: perché rappresentano un'occasione per mostrare al mondo quel tipo di realtà che gli iracheni devono affrontare ogni giorno delle loro vite. Il numero di rapimenti è allarmante; i soldati americani sono sempre pronti a sparare. Le uccisioni vengono giustificate dal comando americano - ed è già tanto che siano ammesse - proponendo una versione dei fatti superficiale e inconsistente che non reggerebbe in nessun tribunale americano (tranne forse una corte militare)".

Ecco perché, secondo Scahill, il caso di Giuliana Sgrena

"getta una luce importante sulla cultura dell'impunità che circonda l'occupazione americana dell'Iraq. Se questo è il modo in cui Washington tratta l'Italia, uno dei suoi alleati più stretti nella cosiddetta guerra al terrore, quando i soldati stitunitensi uccidono il secondo uomo più importante dei servizi segreti, immaginate la lotta degli iracheni che muoiono a decine di migliaia. Non hanno una figura potente come Silvio Berlusconi che parli per loro. Hanno invece i giornalisti indipendenti come Giuliana Sgrena, che rischiano la vita per raccontare queste storie".

lunedì, marzo 28, 2005

Una strada completamente diversa

Ieri il bellissimo peacepalestine, anche grazie a umkahlil (altro weblog che merita visite frequenti), ha pubblicato un post sull'intervista di Naomi Klein a Democracy Now a proposito del suo incontro con Giuliana Sgrena. Ho tradotto velocemente alcuni passi molto interessanti (interessanti perché il sovraccarico di informazione che si è creato sulla vicenda ha finito per mettere in ombra o in secondo piano alcuni dettagli importanti). Non è la prima volta, ovviamente, che Giuliana Sgrena parla dell'"altra strada" (ricordo un'intervista a Ballarò in cui lo disse molto chiaramente), diversa da quella famigerata dell'aeroporto.
Nella sua intervista Klein torna ripetutamente su questo aspetto (e sulla direzione da cui sono giunti gli spari):

"[Giuliana] mi ha raccontato molte cose sull'incidente che non avevo ben capito leggendo i giornali. Per prima cosa, voglio dire che Giuliana non sta in alcun modo dicendo di esser certa che l'attacco alla macchina fosse intenzionale.
Sta semplicemente dicendo che ha tante domande che non hanno ricevuto risposta, e che ci sono molte parti della sua esperienza personale che semplicemente non coincidono con la versione ufficiale dei fatti offerta dagli Stati Uniti.
Una delle cose che continuano a ripeterci è che la sparatoria è avvenuta sulla strada per l'aeroporto, che è notoriamente molto pericolosa. Di fatto, è spesso descritta come la strada più pericolosa del mondo. Quindi, il fatto che si sia stata una sparatoria di questo tipo su quella strada è considerato un incidente frequente e comprensibile. Ci sono stata anch'io, su quella strada, ed è un posto davvero insidioso, con continue esplosioni e molti posti di blocco.
Quello che Giuliana mi ha detto e che prima non avevo capito è che lei non si trovava affatto su quella strada. Viaggiava su una strada completamente diversa, della quale io non conoscevo nemmeno l'esistenza. È una strada messa in sicurezza, chiusa, alla quale si può accedere solo attraverso la Zona Verde e che è esclusivamente riservata agli ambasciatori e agli alti ufficiali. Così, quando Calipari, l'ufficiale dei servizi italiani, liberò Giuliana, si diressero verso la Zona Verde, attraversarono il complicato sistema di posti di blocco che tutti devono affrontare per entrare nella Zona Verde, compresi i controlli dei militari americani, e poi entrarono in questa strada chiusa.
E Giuliana mi ha raccontato un'altra cosa che le dà un grande senso di frustrazione, e cioè che si sia detto che il veicolo che sparò alla loro macchina faceva parte di un posto di blocco. Dice che non c'era nessun posto di blocco. Si trattava semplicemente di un mezzo blindato che era parcheggiato sul lato della strada e che aprì il fuoco. Non vi fu nessun tentativo di fermare la macchina, ha detto, né segnalazioni di alcun tipo. Dal suo punto di vista, il blindato fece semplicemente fuoco. Sono stata sorpresa da un'altra cosa che mi ha detto, e cioè che i colpi
arrivarono da dietro. Io penso che parte di ciò che ci è stato raccontato sia che i soldati statunitensi aprirono il fuoco sulla macchina perché non sapevano chi si trovava a bordo, e si spaventarono. Fu difesa personale, avevano paura. La paura, ovviamente, era che la macchina potesse esplodere, o di essere attaccati. E Giuliana Sgrena con me ha sottolineato che il proiettile che ha grevemente ferito lei e ha ucciso Calipari veniva da dietro, ed è entrato attraverso il sedile posteriore della macchina. La sola persona a essere ferita solo lievemente è stato l'autista, e secondo lei è perché gli spari non venivano da davanti o da lato. Arrivavano da dietro, e cioè mentre loro si stavano allontanando.
Quindi, l'ipotesi che si sia trattato di autodifesa diventa discutibile. Tutti questi particolari spiegano anche perché ci siano delle esitazioni nel passare la macchina agli italiani per le indagini tecniche. Perché se davvero la maggioranza dei colpi è giunta da dietro, è chiaro che hanno sparato a una macchina che si stava allontanando".

Poi, a proposito del fatto che quel posto di blocco mobile fosse stato organizzato per il passaggio di Negroponte:

"Questo confermerebbe quello che mi ha raccontato Giuliana, e cioè che la strada su cui viaggiavano non era la strada pubblica che conoscono tutti, compresi i giornalisti, quella pericolosissima. Era una strada messa in sicurezza, chiusa, riservata agli alti funzionari dell'ambasciata, ovviamente come Negroponte. Ma una cosa è molto chiara: se Giuliana si trovava su quella strada e nel modo in cui lei lo spiega, allora aveva dovuto superare un posto di blocco americano per entrare nella Zona Verde. A quella strada si può accedere solo attraverso la Zona Verde. E lì è molto, ma molto difficile entrarci. Quando ho cercato di entrare nella Zona Verde ho dovuto passare attraverso sei posti di blocco - e sei distinti controlli del passaporto. E così è impossibile che i soldati americani non sapessero della loro presenza su quella strada, visto che si tratta si una strada che esce dalla Zona Verde. E secondo me il fatto che ci fosse un posto di blocco mobile per Negroponte lo conferma chiaramente. L'unica cosa che Giuliana riesce a immaginare è che i soldati che li controllarono nella Zona Verde per permetter loro di entrare non avvisarono via radio questi posti di blocco mobili per avvertirli del loro passaggio. E dal suo punto di vista questo può essere stato o un errore o una specie di vendetta o un'azione dettata dalla rabbia, perché sappiamo che c'è molta rabbia per il fatto che gli italiani siano disposti a pagare riscatti molto alti per ottenere la liberazione di prigionieri. Non sta insinuando che ci sia stata una cospirazione in grande stile. Può esserci stata un'interruzione della comunicazione. Ma è impossibile che non sapessero che lei si trovava su quella strada, perché quella strada esce dalla Zona Verde e lì non si può entrare senza attraversare un posto di blocco".

venerdì, marzo 25, 2005

Facciamo bim bum bam

Marco Bellavia scende in campo per le Regionali della Lombardia con un nome che fa rima e lo slogan "Per chi votiamo stavolta? Facciamo bim bum bam".
Sul manifesto elettorale, il suo volto sorridente e una quieta esclamazione: "Che idea! Ci metto la faccia".
Sublime.

giovedì, marzo 24, 2005

24 marzo

"Like it or not, we are at war with the Serbian nation (the Serbs certainly think so), and the stakes have to be very clear: every week you ravage Kosovo is another decade we will set your country back by pulverizing you. You want 1950? We can do 1950. You want 1389? We can do 1389 too".
Thomas Friedman, New York Times.

"Vorrei ricordare che quanto a impegno nelle operazioni militari noi siamo stati, nei 78 giorni del conflitto, il terzo Paese, dopo gli USA e la Francia, e prima della Gran Bretagna. In quanto ai tedeschi, hanno fatto molta politica ma il loro sforzo militare non è paragonabile al nostro: parlo non solo delle basi che ovviamente abbiamo messo a disposizione, ma anche dei nostri 52 aerei, delle nostre navi. L'Italia si trovava veramente in prima linea."
Massimo D'Alema.

Il mio post di oggi (e il solo) è per tutti quelli che il 24 marzo, da sei anni a questa parte, diventano nervosi, si vergognano, provano la rabbia, la delusione e la disperazione di allora.
Io spero che siano in tanti e che non dimentichino.
E per quanto riguarda quelli come D'Alema, quelli che proprio in quell'occasione sentirono di essersi affrancati gloriosamente dal "tabù pacifista", io volentieri li riporterei indietro al giorno più doloroso della loro vita, e ce li chiuderei dentro per sempre - in una versione estrema di quel film con Bill Murray, e senza marmotte. A ciascuno le sue fantasie.

mercoledì, marzo 23, 2005

Troppa morte, guerriero?

Mentre l'invasione dell'Iraq entra nel terzo anno, l'esercito degli Stati Uniti si trova a fare i conti con i problemi di salute mentale dei suoi soldati. Secondo uno studio del New England Journal of Medicine pubblicato quest'anno, uno su sei soldati di ritorno dalla zona di guerra soffre di grave depressione, angoscia o sindromi da stress post-traumatico. Molti altri mostrano sintomi meno gravi.
Ecco perché si stanno sperimentando sistemi di simulazione fondati sulla realtà virtuale: quello basato sul videogame Full Spectrum Warrior pone il paziente al centro di una città, dove gradualmente vengono aggiunti scenari sempre più radicali e coinvolgenti. Alla fine del trattamento - che può durare settimane o mesi, a seconda della gravità delle condizioni del paziente - si può arrivare anche a un attacco in piena regola. In futuro, i ricercatori aggiungeranno anche odori e alte temperature per simulare ancora meglio le condizioni vissute in Iraq. Il principio è dunque quello di "rivivere l'esperienza".
Come dice un soldato nell'articolo del Washington Post, "le nostre menti non sono fatte per elaborare tanta morte. Chiunque sia stato in Iraq e dica di non avere problemi, o sta negando, o sta mentendo".

Ma aspetta un momento.
Full Spectrum Warrior è il videogame inizialmente sviluppato come strumento di addestramento per l'esercito americano e successivamente modificato e messo in commercio per le piattaforme Pc e Xbox.
Quindi, se ho capito bene: per addestrare le reclute si utilizza un videogame; poi, quando le reclute diventano reduci più o meno traumatizzati, per recuperare questi ultimi alla normalità (si fa per dire) si utilizza lo stesso videogame, facendo loro rivivere l'esperienza di morte, paura e distruzione che hanno sperimentato sul campo di battaglia.
Naturalmente il gioco è in vendita, e ha un suo sito commerciale infarcito di informazioni e di inspirational quotes, come quella del generale Patton: "L'oggetto della guerra non è morire per il tuo paese, ma far si che sia un altro a morire per questo".
Have fun.

martedì, marzo 22, 2005

La furia fantasma su Fallujah

Sono passati cinque mesi dall'attacco statunitense a Fallujah, identificato con il nome in codice "Phantom Fury", furia fantasma.
This is rumor control oggi pubblica un'intervista al giornalista indipendente Dahr Jamail, appena tornato dall'Iraq, secondo il quale esistono le prove che le forze armate statunitensi usarono armi illegali: napalm, bombe a grappolo, armi chimiche. La testimonianza di Jamail conferma le dichiarazioni di un ufficiale del ministero della sanità iracheno, che qualche settimana fa aveva parlato di un probabile uso di gas nervino e gas mostarda ("tutte le forme di vita erano state cancellate", ha detto il Dr. ash-Shaykhli. "Posso dire che abbiamo trovato decine, se non centinaia, di cani, di gatti e di uccelli morti per i gas").
Jamail definisce Fallujah una specie di campo di concentramento, sottoposto a un controllo militare severissimo. Circa il 60 per cento della città è stato raso al suolo dai bombardamenti, mancano l'acqua e l'elettricità. Le persone vengono sottoposte a scansione della retina e al rilevamento delle impronte digitali: solo così possono ricevere un documento d'indentità. Essenzialmente tutti coloro che si trovano a Fallujah vengono schedati come terroristi, anche se la maggioranza della popolazione non è costituita da combattenti.
Dahr Jamail fa poi riferimento a numerose fotografie raccolte sul suo sito internet: fotografie di cadaveri senza traumi evidenti, uccisi da qualcosa che non ha lasciato il segno sui corpi, e di moltissimi cadaveri carbonizzati. Ci sono anche fotografie di corpi lasciati nelle strade per settimane e mangiati dai cani. Il link a quelle immagini è qui.
La croce rossa irachena e i dottori che hanno operato nella città e nei suoi paraggi durante l'assedio parlano di 2500 civili morti, e di 300-400 combattenti uccisi.

Cronache della città di G./Tito c'è

Nei giorni passati qualcuno si è preso la briga di farsi una bella scarpinata sul Sabotino, di spostare pietre e fronde e di dare qua e là una passata di vernice bianca, trasformando la scritta Nas Tito in Nas Fido. Era il 19 marzo.
Ventiquattr'ore dopo altri ignoti hanno ripristinato la scritta Nas Tito rimettendo le pietre in posizione. In compenso sul versante italiano del Sabotino è apparsa la scritta W L'Italia.
Per fortuna tra un po' anche lassù in cima farà caldo, si sveglieranno le vipere e sarà pericoloso avventurarsi tra i sassi.
Per il momento Tito c'è.
Comunque, strana gente.

lunedì, marzo 21, 2005

Table talk



- Prendi il Libano.
- Eh.
- Il 22 febbraio centinaia di migliaia di persone scendono in piazza per manifestare contro la Siria. E tutti a parlare della rivoluzione dei cedri, potere al popolo, ecc.
- E l'8 marzo...
- L'8 marzo cinquecentomila filosiriani scendono in piazza per protestare contro l'ingerenza di Stati Uniti e Europa.
- E poco dopo...
- Poco tempo dopo, altri centomila scendono in piazza per protestare contro gli Stati Uniti. E questo ci dice almeno una cosa.
- Chiaro.
- E cioè.
- Beirut ha una piazza piuttosto grande.

Quest'uomo non mi prenderà mai sul serio.

sabato, marzo 19, 2005

I volonterosi ragazzi del signor B.

Stava ieri su Repubblica: il commissario uscente della Croce Rossa, Maurizio Scelli, è stato indicato da Berlusconi come il futuro coordinatore di "Forza Ragazzi", "una struttura under 35 parallela a quella del partito, anche se con un nome nuovo. Non più 'Onda Azzurra', come aveva pensato [Berlusconi] in un primo momento, e neanche 'Forza Silvio'. Ma 'Forza Ragazzi', appunto". Si ispirerà alla struttura della Croce Rossa: migliaia di giovani rigorosamente volontari, anche se rigidamente inquadrati "perché verrà chiesto loro un impegno serio e a tempo pieno". Non pagati, naturalmente (al massimo un rimborso spese).
"Lo spunto, giura chi sa, è venuto al Cavaliere dalla tv. Guardando un reality show israeliano dove vince un premio chi meglio riesce a propagandare l'immagine del proprio paese, Israele in questo caso".
Oh, me lo ricordo, quello show.

Nota: di Scelli non dico niente perché sarebbe come sparare sulla Croce Rossa.

mercoledì, marzo 16, 2005

Misunderstood

Oh when sometimes I find myself alone regretting
Some little thing
Some simple thing I've done

I'm just a soul whose intentions are good
Oh Lord, please don't let me be misunderstood
Don't let me be misunderstood (Benjamin, Marcus, Caldwell)*

Vediamo se ho capito bene.
Ieri sera a Porta a Porta Berlusconi annuncia il graduale ritiro delle truppe italiane dall'Iraq: "già da settembre cominceremo una progressiva riduzione del numero dei nostri soldati in Iraq". Già che c'è dice che ne ha parlato con Blair "ed è l'opinione pubblica dei nostri paesi che si aspetta questa decisione". Certo, "dipenderà dalla capacità del governo iracheno di dotarsi di strutture di sicurezza accettabili".
Condoleeza Rice oggi minimizza: "qualsiasi decisione sarà pienamente coordinata in modo da non mettere in rischio la missione".
E Blair smentisce Berlusconi: "Né noi né l'Italia abbiamo fissato la data di inizio del ritiro dall'Iraq. Resteremo lì fino a quando il lavoro non sarà finito".
In un intervento che uscirà sul Foglio di domani Berlusconi dice: "dopo le elezioni del 30 gennaio, mentre si consolida il percorso costituzionale individuato dal governo ad interim e sostenuto dalla coalizione, si può cominciare a parlare di 'missione compiuta' senza escludere per il futuro nuovi, seri, solidi impegni nel sostegno politico, militare e diplomatico alla nascente democrazia irachena". Aggiunge che è possibile cominciare a discutere con il governo iracheno e gli alleati di "possibilità di graduale ritiro".
Poi telefona Bush. Cioè, Bush telefona per un altro motivo (la presidenza della Banca Mondiale), ma dice che Berlusconi ha sollevato lui il problema della permanenza in Iraq. Berlusconi dice a Bush che non è cambiato nulla, e che il suo era solo un auspicio.
Bush dice che la coalizione non si sta frantumando.
Fini dice che "non c'è motivo nè per esprimere sorprese nè di parlare di chissà quale nuova linea del Governo italiano".
Berlusconi dice che con Blair si sono capiti benissimo, nessun misunderstanding.
Bush dice: "La coalizione in Iraq è stata rafforzata dal coraggio degli iracheni: gli alleati si sono compiaciuti e rincuorati perchè gli iracheni sono andati alle urne e hanno votato e stanno adesso formando un governo. Si vede che ci sono progressi e io condivido il sentimento d'entusiasmo per quanto sta avvenendo in Iraq".
Berlusconi dice che la dichiarazione di ieri non aveva fini propagandistici.
E comunque lui pensa che a settembre il governo iracheno disporrà delle necessarie forze di sicurezza.
E comunque con Blair ne avevano discusso, di exit plan.
E comunque lui non ha mai parlato di date, aveva solo espresso un auspicio. Se non si può non si può, la decisione dev'essere concordata con gli alleati. Sono i giornalisti, che sono bravi a montare castelli in aria.

E le forze di sicurezza irachene, quelle che entro settembre dovrebbero essere in grado di garantire il mantenimento dell'ordine, e che motivano l'ottimismo di Berlusconi? La notizia di ieri era che il Pentagono (che parlava di 142.472 uomini addestrati ed equipaggiati) è stato smentito dal Government Accountability Office, ente di vigilanza del Congresso: quei dati sono inaffidabili, non c'è chiarezza neanche sui fondi federali stanziati per l'addestramento degli iracheni, e poi il tasso di assenteismo tra le truppe è altissimo (si parla di decine di migliaia di uomini). Reazione di un alto ufficiale statunitense: quelle assenze ingiustificate sono "una faccenda culturale".
Ah, beh.

* potete immaginarvi la versione di Nina Simone, di Joe Cocker, di Cindy Lauper. Io Berlusconi me lo vedo di più in quella flamenco-disco dei Santa Esmeralda, anno 1977. Al posto di Leroy Gomez, me lo vedo.

martedì, marzo 15, 2005

Already

"Due to an editing error, The Washington Times incorrectly reported in Saturday's editions the content of a new sex education curriculum in Montgomery County. The county is already using a video that shows students how to fit a condom onto a cucumber."
The Washington Times, "Corrections".

Immaginario da fattoria

"È come dare un calcio al secchio di latte appena munto, ma la Snaidero non deve piangere per averlo versato. A farle coraggio è il coach vincente Cesare Pancotto, che si conferma per i colori arancione una bestia nera e non soltanto «bestia», come apparso sul giornale di lunedì (così come Verginella se la sfanga e non «sella sfanga»: ce ne scusiamo con gl’interessati e con i lettori, ma la fretta del lavoro domenicale tra palasport e redazione è tiranna)".
Dalle pagine sportive del Messaggero Veneto di oggi.

lunedì, marzo 14, 2005

Agenzia Walrus/Quelli che il frico

Veronesi: macché smog, "l'inquinamento atmosferico non è rilevante per i tumori; c'è più cancro in Friuli che a Milano".
Ah, ecco: a noi ci ammazza il frico. Oppure, ma solo qui a G., la ljubljanska di Gianni.
In questo clima proibizionista già mi immagino domeniche tristissime a forchette alterne.

Nuovo cinema inferno

Un articolo dell'LA Times parla dei film girati dai soldati in Iraq e poi montati su un sottofondo di canzoni preferibilmente heavy-metal ("Die, don't need your resistance. Die, don't need your prayers") e nello stile dei video musicali, da far vedere a parenti, fidanzate e amici a casa. Mica solo moschee, donne in nero e commilitoni in azione: anche cadaveri di iracheni decapitati, mutilati, carbonizzati.
"È un trofeo, qualcosa da avere. C'ero, ho fatto questo", dice il soldato McCullough, 20 anni.
Si sa, ormai i soldati portano spesso con sé in battaglia videocamere e macchine fotografiche digitali. Il risultato è l'abbondanza di immagini e film che hanno per soggetto la morte, la tortura e la mutilazione; film e immagini che spesso i soldati si scambiano "come se si trattasse di figurine".
I comandanti hanno la facoltà di regolamentare l'uso di questi dispositivi, ma poi "si finisce per applicare le regole del buon senso", come ha affermato un portavoce dell'esercito.
Il soldato McCullough era sorpreso che il suo video preferito avesse sconvolto tutti, giù in Texas. "Si scopre quanto sia strano tutto questo quando lo si fa vedere a casa". In effetti, la sua fidanzata (e attuale moglie) era rimasta scioccata dalle immagini di corpi mutilati, di esplosioni e di sparatorie.
Perfino papà McCullough, capitano di marina della riserva, aveva commentato: "Sai, questo non è normale".
Daniel Nelson, professore di psichiatria alla scuola di medicina dell'Università di Cincinnati, dice che filmare l'orrore è un modo per prendere le distanze, per dissociarsi, e un primo passo nel processo di "guarigione".
E Thomas Doherty, direttore del corso di cinematografia alla Brandeis University, si esalta: questi video sono "autentici diari di guerra". Sì, beh, le scene sono cruente, ma il montaggio sincopato, il ritmo incalzante della musica e le immagini guizzanti ne fanno "a very slick piece of work", proprio un bel lavoro. "La generazione MTV va alla guerra", commenta. "Al Sundance, dovrebbero mandarlo".
Secondo il consulente legale dell'Osservatorio sui Diritti Umani tutto questo non può essere neanche definito una violazione della Convenzione di Ginevra. La Convenzione dice che non si devono esporre alla pubblica curiosità resti di persone decedute, mica che non si deve fotografarli o riprenderli.
Ci sono già diversi siti che vendono video "di guerra": efootage.com pubblicizza "combattimenti di militanti per le strade di Baghdad, saccheggi, disordini", Gotfootage.com, offre video da 50 e 100 dollari con vecchi filmati di Saddam Hussein, Jessica Lynch, bombardamenti aerei e "sooooo many bombs", mentre GrouchyMedia.com "is the place to find those pump-you-up-to-kill-the-bad-guys videos everyone has been talking about."
Secondo il sergente Bronkema di Lafayette non c'è niente di strano in tutto questo: "Non c'è più violenza di quanta ce ne sia in Salvate il soldato Ryan. Per noi non è diverso dal guardare un film".

Sequestri atipici e molto politici

Reporter Associati oggi pubblica in esclusiva un'intervista a Domenico Leggero, responsabile del comparto difesa dell'Osservatorio Militare: si parla di Nicola Calipari e della sua ultima missione, della presenza italiana in Iraq, della subordinazione agli Stati Uniti, dei sequestri "atipici", del dubbio che si sia trattato non di un agguato ma di un attacco ben pianificato.

domenica, marzo 13, 2005

Riapparizioni

Ne ha parlato Samizdat qualche giorno fa.
Ieri pomeriggio sono andata a fotografarla.



Forse questa foto rende meglio il contesto.

sabato, marzo 12, 2005

Targeting Giuliana

Oggi solo un link, ma interessante. In Targeting Giuliana, pubblicato su Counterpunch, Jerry Fresia, ex ufficiale dei servizi segreti dell'aeronatica USA e attualmente residente in Italia, espone alcune considerazioni sui mezzi e le possibilità attuali degli Stati Uniti in fatto di intercettazioni telefoniche e di monitoraggio aereo e satellitare.
L'ex ufficiale definisce "assolutamente ridicola" l'affermazione del generale Casey secondo la quale gli americani non avrebbero conosciuto il percorso della macchina su cui si trovavano Nicola Calipari e Giuliana Sgrena: perfino con i mezzi a disposizione trent'anni fa avrebbero intercettato tutte le comunicazioni telefoniche tra gli agenti italiani in Iraq e Roma, avrebbero sorvegliato questo traffico in tempo reale e avrebbero saputo dove si trovava l'auto della Sgrena in qualunque momento, che ne fossero stati avvertiti o no dagli italiani.
Così continua l'analisi di Fresia:

“Durante gli anni Settanta il mio compito era quello di controllare le informazioni raccolte nella penisola coreana. Era mia responsabilità riferire serie anomalie alla Casa Bianca attraverso un telefono sicuro. A quel tempo, la fotografia satellitare era ancora agli inizi; e tuttavia ai briefing circolava una battuta: "possiamo identificare una pallina da golf ovunque sulla superficie terrestre, ma non siamo in grado di distinguerne la marca". In aggiunta alla fotografia satellitare, devo supporre che ora si ricorra anche a foto scattate da aerei con e senza pilota regolarmente posizionati su aree chiave, come l'aeroporto di Baghdad, e in grado di fornire immagini in tempo reale del traffico su strada".

Soprattutto, secondo l'ex ufficiale, a partire dal 1974 gli Stati Uniti sono stati in grado di intercettare tutte le conversazioni telefoniche, e quindi:

"Mi sembra inconcepibile che gli Stati Uniti non stessero monitorando tutte le conversazioni tra gli agenti italiani e Roma, in particolare le conversazioni via cellulare in un ambiente ostile in cui le comunicazioni attraverso il telefono cellulare vengono usate per innescare esplosivi. Dobbiamo credere che in un'aerea vicina all'aeroporto, un'area che secondo gli USA è intensamente ostile, gli americani non stessero monitorando tutti i segnali dei cellulari? Anche se queste conversazioni erano elettronicamente criptate, la posizione di tali segnali avrebbe avuto un valore enorme dal punto di vista dell'intelligence”.

Dunque, secondo Fresia, si pongono le domande sbagliate: ciò che bisogna chiedersi è "quali comunicazioni siano intercorse tra il comando statunitense e coloro che hanno sparato al veicolo di Giuliana Sgrena".

Ma Fresia si spinge più in là, affermando che un motivo per impedire a Giuliana Sgrena di raccontare la propria storia è ben evidente:

"Ricordiamo che il primo obiettivo del secondo attacco a Fallujah fu l'al-Fallujah General Hospital. Perché fu la notizia dell'enorme numero di vittime civili fornita dall'ospedale a costringere gli Stati Uniti a fermare l'attacco. In altre parole, il controllo delle informazioni provenienti da Fallujah sulle conseguenze dell'attacco statunitense, soprattutto per quanto concerne i civili, è diventato un elemento critico nelle azioni militari.
In un rapporto del ministero della salute iracheno apprendiamo che gli Stati Uniti usarono gas mostarda, nervino e napalm - alla maniera di Saddam - contro la popolazione civile di Fallujah. La stessa Sgrena ha fornito le prove fotografiche dell'uso di bombe a grappolo e del ferimento di bambini. Ho cercato invano di trovare queste notizie nei principali mezzi d'informazione corporativi. La maggior parte della popolazione americana ignora quello che le proprie truppe fanno in suo nome, e deve continuare a ignorarlo perché gli Stati Uniti continuino a fare la guerra al popolo iracheno.
L'informazione, che sia basata sull’intelligence o su quello che riferiscono alcuni giornalisti coraggiosi, può costituire l'arma più importante della guerra in Iraq. Da questo punto di vista, la macchina su cui viaggiavano Nicola e Giuliana non era semplicemente un veicolo che portava un ostaggio verso la libertà. È del tutto ragionevole supporre, data l'immoralità della guerra e di questa guerra in particolare, che quella macchina fosse considerata un obiettivo militare”.

venerdì, marzo 11, 2005

Accortezza

"Credo che la Sgrena dovrebbe, magari, essere piu' accorta. Ha detto un cumulo di sciocchezze, parla da poco accorta, si è mossa da poco accorta, ha creato enormi problemi al governo e ha creato anche dei lutti che forse era meglio evitare".
Roberto Castelli, oggi.

I soliti giornalisti

Insomma, l'ostaggio è nelle nostre mani da più di un mese, e questi se ne accorgono solo adesso. Io mi aspettavo almeno una telefonata della pupattola bionda, per questo povero cristo.



Sta' a vedere che adesso dobbiamo pagare per restituirlo.
Idee?

mercoledì, marzo 09, 2005

La ferita dell'Iraq

Ogni guerra ha una ferita caratteristica, non solo metaforica, una vera e propria firma clinica: i danni ai polmoni causati dai gas durante la prima guerra mondiale, i tumori da radiazioni nucleari durante la seconda, le lesioni alla pelle causate dall'utilizzo dell'Agente Arancio in Vietnam, la Sindrome della Guerra del Golfo. Per i soldati americani anche la guerra in Iraq ha la sua signature wound: si chiama TBI, brain damage injury, che potremmo tradurre come neurotrauma e che è provocata principalmente da violente esplosioni. I soldati sono sufficientemente corazzati e protetti per sopravvivere a impatti di violenza mortale, ma sviluppano traumi cerebrali a volte molto gravi. Al Walter Reed Army Medical Center di Washington hanno sottoposto a controlli tutti i militari che erano sopravvissuti a esplosioni e forti impatti, e hanno scoperto che circa il 60% soffriva di TBI. Per la maggioranza si trattava di giovani intorno ai vent'anni.
Dal gennaio 2003 al gennaio 2004 sono stati diagnosticati 437 casi di TBI tra i soldati ricoverati. Poco più della metà riportavano danni cerebrali permanenti; tali cifre sono state definite preoccupanti dal dottor Warren Lux, neurologo dell'ospedale di Washington.
Questo trauma parla del tipo di guerra combattuta in Iraq: non deriva da sostanze chimiche o radioattive; il corpo superprotetto sopravvive all'impatto, ma il cervello è scosso violentemente all'interno del cranio e il tessuto cerebrale subisce delle lesioni.
È la ferita distintiva dei soldati americani in Iraq: la malattia dei sopravvissuti, dei nati due volte, di quelli che in guerre passate sarebbero morti subito, la malattia che non toccherà al loro nemico.

martedì, marzo 08, 2005

Immaginare l'orrore

Scrive oggi il Guardian che alcuni soldati della 3ª Brigata di Fanteria (le cui truppe hanno sparato alla macchina sulla quale si trovava Giuliana Sgrena) sono stati indagati per aver violentato delle donne irachene durante un turno di guardia in un distretto commerciale. "So solo che erano irachene. Non so se sono state stuprate, o se fossero prostitute, o se semplicemente volessero avere rapporti sessuali", ha dichiarato un soldato. Le donne non sono state consultate, l'inchiesta è stata chiusa sbrigativamente per mancanza di prove.
I documenti relativi all'indagine sono nelle mani dell'American Civil Liberties Union, che rende disponibili sul proprio sito alcuni file. Questi documenti, ottenuti dopo una lunga battaglia legale con il Pentagono, rivelano che sono state aperte indagini per 13 casi di abuso, senza che alcun soldato abbia subito provvedimenti disciplinari di alcun tipo. Rivelano inoltre che le truppe statunitensi dopo lo scandalo di Abu Ghraib hanno avuto l'accortezza di distruggere le prove di queste violenze: il caso più recente è la distruzione del dvd che i soldati chiamano "Ramadi Madness", e nel quale membri della Guardia Nazionale della Florida compiono violenze e abusi su detenuti vivi e morti. Almeno uno dei responsabili - un sergente - è stato individuato, ma non è stato incriminato perché il video mostrava un comportamento "inappropriato, ma non criminale".
I documenti ottenuti dall'American Civil Liberties Union in base al Freedom of Information Act sono consultabili a questo indirizzo, e contengono anche numerose descrizioni di sparatorie contro civili ai posti di blocco.
Alcuni episodi di "Ramadi Madness" sono qui, privati delle parti sanguinose e dell'audio: si vedono soldati in missione, accanto a prigionieri legati e denudati, mentre scoprono depositi di munizioni, nutrono un gattino di pochi mesi, esibiscono con orgoglio le proprie armi, mettono in posa un cadavere davanti all'obiettivo.
Ieri Under the Same Sun, a proposito di "Ramadi Madness", commentava: "immaginate se avessimo trovato la fotografia di un soldato americano morto che fa ciao all'obiettivo. Immaginate se un religioso islamico o un ufficiale iracheno ci avessero detto che è 'inappropriato', ma non abbastanza da essere punibile. Immaginate l'orrore".

"The one who got reported": la vignetta di Steve Bell sul Guardian di oggi.

lunedì, marzo 07, 2005

Not welcome

If you, Italians, had one man (killed by the US army) to pay your respect to, Iraqis are having tens of thousands of civilians that are being killed because of the war Italy is supporting.

The time has come for the Italian people to demand that their government pull out its troops from Iraq. This will be the right step to take now, to avoid further destruction in the relationship between our people.

This doesn't mean that you will be freed of the responsibility you hold for the damage caused by the illegal war on Iraq, but at least you won't be directly responsible for the atrocities that are going to happen in the future.

Get Out Of Iraq, You Are Not Welcomed.

Qui Cinquantunesimo Stato

A me ieri sera ha fatto uno strano effetto vedere Gabriele Polo ospite con Scolari dello Speciale Tg1 in onda dopo le 23.00. Non tanto per il programma, o il canale (nel pomeriggio c'era stata la telefonata di Mara Venier a Giuliana Sgrena durante la diretta di Domenica In da Sanremo, e qui avevamo già toccato il sublime).
No, è che io pensavo che personaggi come Teodori e Iacchia - mai visti in natura, ma solo in vitro e per di più a Porta a Porta - fossero emanazioni ologrammatiche di Bruno Vespa: "lo studioso americanista" e l'"esperto di questioni militari", mica due persone reali. Non ho mai preso in considerazione la possibilità che potessero esistere veramente e non essere prodotto di una sessione di lavoro particolarmente appagante dell'Industrial Light & Magic.
Invece poi ho visto il direttore del Manifesto replicare pacatamente a un'affermazione di Iacchia, e Scolari mandare a quel paese Teodori: quindi essi vivono, e non comunicano solo con pari-ologramma.
Anche se, va detto, l'interazione era comunque ridotta al minimo: Polo e Scolari avevano gli sguardi obliqui e imbarazzati di due che hanno a che fare con un cromakey, la gestualità imprecisa dei meteorologi durante le previsioni del tempo. Per farla breve, i dubbi restano.