Intanto, due interventi con cui mi trovo del tutto d'accordo.
Questo fa chiarezza anche a proposito di Foiba2000, il gioco di Mladina che - astutamente decontestualizzato - ha suscitato tali ondate di indignazione e così tante ostentazioni di italianità ferita che a suo tempo non me la sono proprio sentita di commentare.
Questo (via
Burekeaters) è una bella riflessione sulla strategia del non ricordo attualmente perseguita in Italia "soprattutto a livello di cultura popolare". Tra le altre cose, Typesetter cita il ministro dei Lavori Pubblici dell'era fascista Cobolli Gigli, al quale piaceva la canzoncina antislava che faceva così:
A Pola xé l'Arena/la foiba xé a Pisin/che buta zo in quel fondo/chi ga un zerto morbin/E chi con zerte storie/tra i pié ne vegnarà/dìseghe ciaro e tondo:/"feve più in là, più in là".
(A Pola c'è l'Arena/la foiba è a Pisino/in quell'abisso vien gettato/chi ha certi pruriti/E a quelli che con certe storie/ci verranno tra i piedi/dite chiaro e tondo/"fatevi più in là, più in là").
E come scrive Giacomo Scotti in un suo articolo apparso sul
Manifesto qualche giorno fa, Giuseppe Cobolli Gigli (il quale era di etnia slovena ma italianizzò spontaneamente il proprio cognome, anche perché sin dal 1919 si era dato uno pseudonimo patriottico, "Giulio Italico", e divenuto poi un gerarca prese un secondo cognome, Gigli, dandosi un tocco di nobiltà) era un rappresentante di quello squadrismo fascista feroce, razzista e fautore della pulizia etnica (attraverso la sostituzione delle popolazioni «allogene» autoctone con coloni italiani) che oppresse le popolazioni slave dell'Istria durante il ventennio fascista: furono aboliti i sodalizi culturali di croati e sloveni e le loro scuole di ogni ordine e grado, cessarono di uscire i loro giornali, furono forzatamente italianizzati i cognomi, molte persone finirono al confino.
Questa è realtà storica, ampiamente testimoniata e documentata anche se indigeribile per alcuni. Dunque, chiunque decida di prendere in considerazione la questione delle foibe dovrebbe tener conto di questo contesto: e non per negarle o per ridurne l'importanza, ma per comprenderle.
È giusto che si sappia cosa sono state le foibe, e soprattutto cosa non sono state: affidare anche solo parzialmente questo compito di chiarificazione storica a uno sceneggiato televisivo è già grave di per sé. Mi si dirà che è solo uno sceneggiato, anzi - come si dice oggi -, una fiction: che oltretutto è una produzione di regime, voluta da Alleanza Nazionale e prodotta da Angelo Rizzoli, e quindi prevedibilmente orientata in un certo modo. Ma quella fiction partecipa a cuor leggero e con un'effusione di buoni sentimenti a una mistificazione storica, a un grande inganno.
È vergognoso che si attribuisca "ai partigiani titini" (che erano un esercito, di certo popolare, ma riconosciuto come cobelligerante da parte degli Alleati) una pulizia etnica mai esistita e una slavizzazione forzata in territori in cui sono stati invece gli italiani a imporre l'italianizzazione.
È vergognoso che, come abbiamo notato in tanti, sceneggiatore e regista non abbiano fatto altro che sovrapporre lo schema della
shoah a un contesto completamente diverso, in un'equazione nazisti-titini del tutto arbitraria e infondata: attribuendo ai soldati di Tito una ferocia assassina rivolta verso tutti gli italiani, anche "le donne, i vecchi e i bambini", e una straordinaria propensione allo stupro e all'oltraggio. "Stanno rastrellando tutti, anche i bambini!" grida in un momento topico un personaggio: perché dovete sapere che i soldati titini in questo sceneggiato perdono una grande quantità di tempo e di energie a dare la caccia a bambini, a incendiare gli orfanotrofi, a infoibarne i poveri ospiti e gli scarsi genitori ancora in circolazione.
È dunque vergognoso che si ricorra ai bambini per ovviare alla debolezza della sceneggiatura e degli argomenti a disposizione: non solo falsificando la verità storica - anche qui, signori telespettatori, siete pregati di sostituire al sostantivo plurale "nazisti" il sostantivo plurale "titini" e poi di rilassarvi che al resto pensiamo noi - ma in un uso strumentale dell'infanzia (sempre invariabilmente vittima, violata, perseguitata, costretta alla fuga) che a me dà molto fastidio, non so a voi.
Allora, le foibe. Qui riprendo alcuni dati di Claudia Cernigoi (autrice dell'ottimo libro
Operazione foibe a Trieste, edizioni
Kappa Vu) e cito un lungo estratto da un suo articolo:
Basta cercare alcune pubblicazioni (neanche tutte di fonte "slavocomunisti") e si riesce a saperne di più inquadrando correttamente il problema dell'Istria e delle foibe istriane. Il primo periodo che va preso in considerazione è quello immediatamente successivo all'8 settembre 1943, quando le truppe partigiane dell'Esercito di Liberazione Jugoslavo presero possesso di una parte del territorio istriano. Il potere popolare durò una ventina di giorni in alcune zone, un mese in altre: poi i nazifascisti ripresero il controllo su tutta l'Istria. Dai giornali dell'epoca leggiamo che l'"ordine" riconquistato costò la vita di 13.000 istriani, nonché la distruzione di interi villaggi. Nel contempo i servizi segreti nazisti, in collaborazione con quelli della RSI, iniziarono a creare la mistificazione delle "foibe": ossia i presunti massacri che sarebbero stati perpetrati dai partigiani.
In realtà dalle "foibe" istriane furono riesumati, stando al cosiddetto "rapporto" del maresciallo Harzarich, che guidò le esumazioni dalle foibe su incarico dei nazifascisti nell'inverno 1943/44, poco più di 200 corpi di persone la cui morte potrebbe essere attribuita a giustizia sommaria fatta dai partigiani nei confronti di esponenti del regime fascista (ma per alcune cavità si sospetta che vi siano stati gettati dentro i corpi dei morti a causa dei bombardamenti nazisti).
Però basta dare un'occhiata ai giornali dell'epoca ed agli opuscoli propagandisti nazifascisti per rendersi conto di come l'entità delle uccisioni sia stata artatamente esagerata per suscitare orrore e terrore nella popolazione in modo da renderla ostile al movimento partigiano. Esempio di questa manovra è la pubblicazione di un libello dal titolo "Ecco il conto!", pubblicato sia in lingua italiana che in lingua croata, contenente alcune foto di esumazioni di salme e basato fondamentalmente su slogan anticomunisti.
Tornando al numero degli "infoibati" in Istria nel '43, vediamo che da stessa fonte fascista (il federale dell'Istria Luigi Bilucaglia) risulta che nell'aprile del 1945 erano circa 500 i familiari di persone uccise dai partigiani in Istria tra l'8/9/43 e l'aprile 1945. Infatti Bilucaglia inviò a persona di propria fiducia, il capitano Ercole Miani, dirigente del CLN di Trieste «alcuni documenti che costituiscono una pagina di sanguinosa storia italiana in questa Provincia (...) trattasi di circa 500 pratiche per l'ottenimento della pensione alle famiglie dei Caduti delle foibe (...) corredate di tutti i documenti e contengono gli atti notori che illustrano lo svolgimento dei fatti».
Anche un articolo del 1949 dà più o meno queste cifre:
«Se consideriamo che l'Istria era abitata da circa 500.000 persone, delle quali oltre la metà di lingua italiana, i circa 500 uccisi ed infoibati non possono costituire un atto antitaliano ma un atto prettamente antifascista. Se i partigiani rimasti padroni della situazione per oltre un mese avessero voluto uccidere chi era semplicemente "italiano", in quel mese avrebbero potuto massacrare decine di migliaia di persone».
Giacomo Scotti, nel suo studio "Foibe e fobie", cita una «dichiarazione rilasciata alla fine di gennaio 1944 dal segretario del Partito fascista repubblicano e pubblicata dalla stampa della RSI dell'epoca», senza però dare ulteriori indicazioni, nella quale «l'alto gerarca», di cui non fa il nome, avrebbe affermato che «in Istria finirono infoibate dagli insorti 349 persone, in gran parte fascisti».
Scotti cita poi una relazione del pubblicista croato professor Nikola Zic, datata 28/11/44 e redatta per conto dei «servizi d'informazione del Ministero degli Esteri dello stato croato» (cioè il governo fantoccio dell'ustascia Ante Pavelic, quindi sicuramente una fonte che non doveva avere simpatie nei confronti del movimento partigiano), resa nota dallo storico fiumano Antun Giron nel 1995. Vale la pena di riportarne alcuni passi.
«All'inizio a nessun Italiano è stato fatto nulla di male. I partigiani avevano diramato l'ordine che non doveva essere fatto del male a nessuno. Ma qualche giorno dopo la scoppio della rivolta popolare alcuni corrieri a bordo di motociclette sidecar hanno
portato la notizia che i fascisti di Albona avevano chiamato e fatto venire da Pola i tedeschi in loro aiuto e questi avevano aperto il fuoco contro i partigiani. Poco dopo si è saputo che i tedeschi erano stati chiamati in aiuto anche dai fascisti di Canfanaro, Sanvincenti e Parenzo, fornendogli informazioni sui partigiani. Rispondendo alla chiamata è subito arrivata a Sanvincenti una colonna tedesca (...)
Pertanto partigiani e contadini hanno cominciato ad arrestare ed imprigionare i fascisti, ma senza alcuna intenzione di ucciderli. I partigiani decisero di fucilarne soltanto alcuni, i peggiori, ma anche molti fra questi sono stati salvati grazie all'intervento dei contadini croati e ancora più dei sacerdoti. (...) Purtroppo quando, alcuni giorni più tardi, cominciarono ad avanzare i reparti germanici, i partigiani vennero a trovarsi nell'impaccio, non sapendo dove trasferire i prigionieri fascisti per non farli cadere nelle mani dei tedeschi. In questo imbarazzo hanno deciso di ammazzarli. Ne hanno uccisi circa 200 gettandone i corpi nelle foibe».
Già questo estratto può far comprendere la complessità del tema, e quanta attenzione e cautela siano necessarie per separare quello che è frutto di propaganda e quello che è invece storicamente attendibile. Chiunque accusi studiosi seri e documentati come Claudia Cernigoi di negazionismo o di minimizzare l'entità del fenomeno è in malafede: è grazie a loro che finalmente possiamo sperare di avere strumenti di valutazione il più possibile imparziali (e Cernigoi ha il merito di vagliare tutte le fonti, abbandonando, come scrive Sandi Volk, "l'impostazione oleografica della Resistenza" e rispondendo al revisionismo "ritorcendogli contro i suoi stessi argomenti"), dopo decenni di ricostruzioni basate su fonti fasciste e propagandistiche (i libri del pordenonese Mario Pirina ne sono un esempio).
Insomma, che la Rai ci faccia una puntata della Grande Storia. Che ci mostrino il documentario britannico del 1989
The fascist legacy, acquistato e doppiato dalla Rai ma mai trasmesso.
Alla domanda "Perché proprio uno sceneggiato e non un programma storico?", Gasparri a suo tempo rispose: "Se facciamo un documentario, magari con la riesumazione delle ossa, provochiamo soltanto ripulsa. Penso che sarebbe più efficace una fiction che raccontasse la storia di una di quelle povere famiglie. Sono grandi tragedie. Come quella dell'Olocausto o di Anna Frank".
Ecco, pensandoci bene, meglio che riesumino le ossa. Che ci dicano cosa sono state le foibe e cosa non sono state.
Ma che non ci facciano vergognare con operazioni di propaganda messe insieme con lo sputo: perché anche a voler sorvolare sulla recitazione da lavoratori standard di Rai e Mediaset, sul doppiaggio sciatto e fuori sincrono, sulla storia quasi comica (cioè, mi volete dire che il
villain Novak è un infoibatore per amore e per un senso di paternità frustrato?), cosa mai starebbe ad indicare la teoria di esuli nel bianco e nero finale, dovrebbe forse dare la patente di verosimiglianza a una storia inventata di sana pianta (oppure si tratta di un vezzo citazionista: signori telespettatori, siete pregati di sostituire al cognome "Negrin" il cognome "Spielberg" e poi di rilassarvi sulle vostre poltrone)?
Devo dire che qui la mia spazientita metà per la prima volta ha mostrato un briciolo di interesse (che poi è risultato essere meramente tecnico) e ha commentato maliziosamente: "vediamo come se ne esce adesso dal bianco e nero". Con la parola fine e i titoli di coda, no?