I miei sogni
Luciana Castellina, "La pace non si esilia", Il Manifesto, 30.10.2004
Oggi grazie a Ariel Sharon sappiamo che Arafat non sarà mai seppellito a Gerusalemme. Lo vedremo.
Oggi sappiamo anche che la malattia di Arafat è forse curabile, e che le fonti israeliane e statunitensi (quel "lo dice la CNN" che sembra legittimare qualsiasi notizia) citate con sicurezza da quasi tutti i nostri mezzi di comunicazione non erano più credibili di quelle palestinesi, nell'insistere impietosamente e dettagliatamente sulle condizioni di salute estreme, sulle ripetute perdite di coscienza e sulla mancanza di lucidità del presidente tenuto prigioniero per più di due anni a Ramallah. Mi aveva incuriosita, a questo proposito, un articolo completamente diverso apparso sul Times del 29 ottobre, in cui uno specialista tracciava un parallelismo tra le condizioni cliniche di Arafat e quelle del Papa (entrambi soffrono del morbo di Parkinson).
Le parole di Luciana Castellina, e anche il suo richiamo a un'Europa che china la testa davanti allo sterminio dei palestinesi nella propria terra, mi sono piaciute: non mi sono piaciuti l'atteggiamento di quasi tutta la sinistra italiana negli ultimi anni, l'ambiguità e la mancanza di coraggio, la capacità straordinaria di inibire i propri slanci e di censurare il proprio passato, di tacere di fronte alla segregazione, al massacro e all'umiliazione sistematica del popolo di Palestina. Non mi è piaciuta, negli ultimi giorni, la fretta di mettere fuori gioco Arafat una volta per tutte, di liquidarlo umanamente e politicamente, cancellando insieme all'uomo la sua portata storica.
Perché io, che pure il '68 l'ho conosciuto di seconda mano senza nemmeno affezionarmici particolarmente (e ho vissuto con passione i decenni seguenti), nei momenti migliori o più incoscienti o più disperati ho ancora voglia di dire ad alta voce che certi sogni del Novecento non sono disposta a seppellirli.
Né a Gerusalemme, né da nessun'altra parte.





